L’ora è grave in Repubblica democratica del Congo. Al punto che uno dei leader delle opposizioni, Martin Fayulu, ha deciso di porgere una mano al presidente e storico rivale Félix Tshisekedi nel tentativo di evitare la definitiva «balcanizzazione» del secondo paese più grande dell’Africa.
Fayulu ha detto che la Rd Congo sta «attraversando l’ora più buia della sua storia» e ha quindi chiesto di incontrare il presidente per un «confronto diretto» e «come atto di patriottismo».
Tshisekedi dal canto suo avrebbe già accettato di incontrare il leader dell’opposizione. Manca una data e un luogo, ma a esserci c’è la volontà di «salvare la Repubblica dalla predazione che minaccia le sue istituzioni e la sua integrità territoriale», come affermato dalla portavoce del capo dello stato, Tina Salama.
La crisi nel nord-est
La nuova postura di Fayulu e la reazione positiva del presidente, di cui fra un attimo si diranno i dettagli, arrivano in un contesto molto delicato per la Rd Congo. Da cinque mesi governo ed esercito devono fare i conti con l’occupazione di buona parte delle province nord-orientali di Nord e Sud Kivu, epicentro della produzione globale di coltan, da parte della milizia M23 e dei suoi due alleati principali: il governo del Rwanda e l’alleanza politico-militare di dissidenti congolesi nota come Alleanza del fiume Congo (AFC).
L’ingresso dell’M23 a Goma, capoluogo del Nord Kivu, a fine gennaio, ha rappresentato l’ultima svolta di un’offensiva partita alla fine del 2021. Un’iniziativa militare che rappresenta a sua volta l’ennesimo capitolo di un’instabilità che prosegue da 30 anni e che è più volte e degenerata in conflitto.
Per essere più chiari, in due guerre (1996-97; 1997-2003) che hanno visto il coinvolgimento di numerosi paesi africani e che hanno provocato milioni di morti e sfollati.
La variabile Kabila
La difficile situazione nel nord-est della Rd Congo si è fatta ancora più complicata e incerta da alcune settimane. Da quando ha deciso di stabilirsi nella regione l’ex presidente Joseph Kabila, tornato in patria dopo anni di assenza dalla politica e di auto-esilio all’estero.
L’ex capo di stato, al potere 18 anni fra 2001 e 2019 è uscito dal suo silenzio per criticare il presidente Tshisekedi alcuni mesi fa. In Rd Congo sarebbe tornato a inizio aprile e da subito sono iniziate a circolare voci su un suo presunto passaggio per la Goma occupata dall’M23, sulle prime smentite. I sospetti di un suo sbarco in Nord Kivu sono stati poi confermati alcuni giorni fa, quando Kabila ha fatto una prima apparizione pubblica a Goma durante un incontro con dei leader religiosi.
Per Kinshasa l’ex presidente è da considerarsi ormai il vero leader della rivolta nel nord-est. Già nei giorni precedenti alla sua uscita pubblica, le autorità di Kinshasa avevano rimosso l’immunità parlamentare dell’ex presidente, avviato un’indagine ai suoi danni per «crimini di guerra, crimini contro l’umanità e partecipazione a un movimento insurrezionale», congelato le sue proprietà e bandito le attività del suo partito, il Partito popolare per la ricostruzione e la democrazia (PPRD). Ultimo in ordine di tempo, in settimana l’autorità per l’audiovisivo e le comunicazioni congolese ha vietato ai media del paese di dare copertura mediatica a Kabila e alla sua formazione politica «per preservare l’ordine pubblico e la pace sociale», come spiegato dal presidente del’ente preposto, la CSAC, Christian Bosembe.
L’irruzione di Kabila rischia inoltre di complicare i negoziati di pace in corso fra Rd Congo e Rwanda con la mediazione di Stati Uniti e Qatar. Le mediazioni dovrebbero sfociare in un accordo di pace in questi giorni. L’intesa verrà accompagnata da accordi paralleli per l’accesso degli Usa alle risorse dei due paesi.
La turbolenta relazione fra Fayulu e Tshisekedi
Questo è il clima in cui va collocata l’apertura di Fayulu. Classe ’56, originario della capitale Kinshasa, il leader dell’opposizione entra in Parlamento per la prima volta nel 2006 dopo essere stato per 20 anni un dirigente nell’industria petrolifera, e in modo particolare nella compagnia statunitense Exxon.
Lo scontro politico con Tshisekedi comincia alla vigilia delle elezioni del 2018, quando l’attuale presidente decide di sfilarsi da un accordo delle opposizioni per candidare Fayulu e di correre da solo al voto che avrebbe deciso il primo successore di Kabila dopo 17 anni alla guida del paese.
Tshisekedi si aggiudica poi quella tornata elettorale, che resta nella storia come un clamoroso furto ai danni di Fayulu. Numerosi osservatori nazionali e internazionali, a partire dall’influente Conferenza episcopale locale, lamentano brogli su larga scala. Nonostante le polemiche l’attuale presidente comincia poi a governare il paese nell’ambito di una controversa collaborazione con lo stesso Kabila, tramontata dopo alcuni mesi.
Accuse di frodi, anche se in tono minore, tornano anche al voto del 2023, quando Fayulu e Tshisekedi si scontrano nuovamente alle urne. L’esito è lo stesso del 2018 però, e anzi Fayulu arriva terzo con poco più del 5% dei consensi, contro il 73% del presidente e il 18% del secondo arrivato Moise Katumbi.
Cosa ha detto Fayulu
Le relazioni fra i due leader potrebbero adesso andare incontro a nuovo capitolo. Nel suo appello, Fayulu ha espresso la volontà di incontrare il presidente «senza pretese, senza compromessi, per trovare una via d’uscita da questa crisi». L’oppositore ha poi aggiunto: «La balcanizzazione del nostro Paese non è più una minaccia lontana. Dobbiamo fermarla!», in un riferimento alle prospettive di divisione del paese nel nord-est.
Tensioni in senso separatista si registrano anche in altre aree, a partire dalle mai sopite istanze di secessione della regione meridionale del Katanga, uno dei grandi forzieri di risorse naturale del paese.
La risposta di Tshisekedi
«Sì, se dobbiamo morire perché il Congo rinasca, allora moriamo. Ma che la nostra morte sia utile», ha chiosato enfaticamente Fayulu. Per bocca della portavoce Salama, Tshisekedi ha elogiato il «patriottismo e al senso di impegno per la coesione nazionale» mostrati da Fayulu.
Sullo stesso tono le risposte del portavoce del governo, Patrick Muyaya, che in conferenza stampa ha definito un «atto patriottico» quello compiuto dal leader dell’opposizione, aggiungendo, sempre in riferimento alla crisi nel nord-est: «Oggi abbiamo bisogno di un blocco di patrioti che ponga fine a qualsiasi iniziativa che tenda a dare spazio a qualsiasi forma di legittimazione di ciò che il Ruanda sta facendo nella RDC con falsi pretesti».
Come già accennato, dettagli sull’incontro fra i due leader non sono stati ancora comunicati, e forse neanche raggiunti. Secondo indiscrezioni rilanciate dalla stampa francofona, presidente e oppositore potrebbe vedersi già entro questa settimana.
Luci e ombre
L’iniziativa di Fayulu ha sollevato numerosi entusiasmi, ma anche alcune perplessità. Diversi osservatori hanno ipotizzato che il leader dell’opposizione stia semplicemente tentando di entrare nel governo di unità nazionale che il presidente Tshisekedi prova a costruire dall’inizio della fase più acuta della crisi nel Kivu. Un’ipotesi questa, che Fayulu ha definito offensiva.
Restano altri dubbi. Innanzitutto, Fayulu si è candidato per la presidenza alle elezioni del 2023 ma il suo partito Ecidé e la sua coalizione Lamuka hanno invece boicottato le contemporanee elezioni parlamentari, lamentando la possibilità di brogli sulla scia di quanto avvenuto al voto del 2018. Il risultato è che ora il dirigente dell’opposizione manca di una qualsiasi base di appoggio in Assemblea nazionale.
Oltre a questo, non molto tempo fa Fayulu è stato anche protagonista di un riavvicinamento a Kabila. Il mese scorso i due politici, tradizionalmente avversari, hanno firmato una dichiarazione congiunta insieme anche a Katumbi e un altro oppositore, Delly Sesanga.
Nel documento si faceva appello a un «dialogo interno» alla società congolese «per consentire al popolo di identificare le cause profonde, interne ed esterne, della crisi e trovare soluzioni durature». Un canale immaginato come alternativo a quello avviato sotto l’egida degli Usa, ma anche a quelli ben più longevi mediati dall’Unione africana.
Sollecitato su questo punto, Fayulu ha giustificato la sua recente collaborazione con Kabila con la volontà di volersi opporre proprio all’accordo voluto da Washington, ritenuto un «progetto di svendita» delle risorse congolesi.