Eritrea / Etiopia
Il gruppo ribelle etiopico Movimento democratico popolare del Tigray, da sempre ospitato e sostenuto dall’Eritrea per destabilizzare Addis Abeba, sembra aver voltato le spalle ad Asmara. Le indiscrezioni sulla defezione di 700 ribelli per tornare in patria e i retroscena che emergono da fonti specializzate, parlano di un momento molto delicato per il regime eritreo.

L’inaspettata fuga di poco meno di 700 ribelli etiopici dall’Eritrea ha aperto una finestra su quanto sta succedendo nel paese, oltre che nei rapporti diplomatici e di forza con l’Etiopia e il Sudan, altri attori di questo episodio.
Venerdì 11 settembre Mola Asghedom, leader del Movimento democratico popolare del Tigray (“Tpdm” acronimo inglese) con una parte rilevante dei suoi uomini ha deposto le armi consegnandosi nelle mani dei servizi di sicurezza sudanesi, che hanno provveduto a facilitarne il rimpatrio in Etiopia, dove sono stati accolti non come figlioli prodighi, ma come patrioti, perché elementi chiave nelle politiche di indebolimento e isolamento del governo di Asmara.
Il Tpdm, fondato nel 2001, è, ma a questo punto probabilmente sarebbe più corretto dire “era”, uno tra i più importanti gruppi d’opposizione etiopici. La sua nascita era stata sponsorizzata direttamente dal regime eritreo, che ha finanziato e ospitato il movimento armato sul suo territorio.
Orientarsi tra la ridda di voci e notizie, molte contradditorie e di difficile verifica, non è semplice, ma un quadro di quanto successo alla metà di settembre comincia da emergere, così come una possibile idea di quanto potrebbe accadere nel prossimo futuro nell’area.

Accorpati al regime
Il primo elemento di analisi riguarda il ruolo del Tdpm in Eritrea. Il movimento era costituito da migliaia di miliziani: le voci più diffuse dicono 20.000, ma altri sparano cifre che arrivano fino a 50.000. Un vero esercito, che, nel corso degli anni, aveva assunto molte funzioni delicate tra cui quelle di guardia presidenziale. Su questo le testimonianze anche della gente comune di Asmara sono molteplici. A sentire l’opposizione, il presidente eritreo si sarebbe fidato molto poco del suo stesso esercito, soprattutto dopo il tentativo di colpo di stato del gennaio 2013, naufragato sul nascere ma segno di un malessere che rischiava di non poter essere controllato a lungo. Inoltre la fedeltà dei giovani militari arruolati con la forza nel servizio nazionale è molto dubbia e non si sa come potrebbero comportarsi se dovessero affrontare un attacco esterno. Infatti è proprio dai loro ranghi che esce il maggior numero di persone che cercano rifugio all’estero. Perciò il presidente Isaias avrebbe pian piano marginalizzato il suo stesso esercito, circondandosi delle forze dell’opposizione etiopica da usare per la sicurezza interna e, in caso di bisogno, anche per quella esterna.

Fuga per tradimento?
Interessante è anche notare i tempi della defezione, che è avvenuta immediatamente dopo la nascita di una coalizione di movimenti dell’opposizione etiopica basata in Eritrea, il Fronte unito per la salvezza dell’Etiopia. Il suo presidente sarebbe Berhanu Nega, leader del Patriotic Ginbot 7, altra coalizione di gruppi di opposizione al governo di Addis Abeba sponsorizzata da Asmara e formatasi nel marzo scorso. Mola Asghedom del Tpdm, secondo indiscrezioni, ne sarebbe stato il vicepresidente. Pare addirittura che Nega avesse rilasciato un’intervista a Voice of America per presentare il nuovo movimento nelle ore a cavallo della defezione, apparentemente del tutto inconsapevole di quanto stava avvenendo.
Le voci che vengono dall’Etiopia dicono che i tempi della diserzione di massa sarebbero stati studiati in modo da rendere più clamorosa la decisione. Comunicati più o meno ufficiali di Addis Abeba fanno supporre che quanto accaduto fosse concordato e che Mola Asghedom stesso si fosse reso disponibile già da tempo per i servizi di sicurezza etiopici.
Se le cose stessero così, si potrebbe anche pensare che il doppio gioco sia stato scoperto e che dunque il passaggio del confine con un manipolo dei suoi, che secondo varie fonti sarebbero scontrati duramente con unità dell’esercito eritreo prima di raggiungere il Sudan, sarebbe in realtà una fuga precipitosa, che avrebbe lasciato indietro gran parte dei militanti del movimento. Questa ipotesi sembrerebbe suffragata da voci secondo cui i miliziani del Tpdm sarebbero ora stati disarmati e messi sotto stretta sorveglianza in un campo militare nelle vicinanze di Keren.

Il Sudan volta le spalle
Infine va notato il ruolo del Sudan, finora il più stretto alleato del regime eritreo nella regione. Le informazioni emerse dicono di un ruolo attivo delle unità militari di confine e delle forze di sicurezza sudanesi nell’impedire che gli eritrei inseguissero i miliziani del Tpdm in territorio sudanese. Un comunicato ufficiale etiopico ringrazia le forze sudanesi per il ruolo avuto nell’operazione, quasi che si trattasse di un accordo onorato. Dunque si deve pensare che Khartoum in questo frangente abbia scelto di schierarsi con Addis Abeba, e per Asmara sarebbe un segnale inquietante anche per il futuro.

Dittatura in difficoltà. Etiopia vittoriosa
Comunque siano andate le cose, anche se i dettagli finora emersi non fossero completi e precisi, una cosa è certa: il regime eritreo starebbe passando un momento molto delicato, avendo perso la forza militare su cui basava la sua presa sul paese. Con un esercito non pienamente affidabile e certamente demotivato, se non innervosito, dall’essere stato messo da parte per favorire un altro corpo militare, per di più straniero. E sarebbe inoltre isolato anche nella regione, perché il Sudan avrebbe dimostrato quale alleato sceglierebbe in caso ci fossero problemi da parte etiopica.
L’Etiopia esce vincitrice da questo round della guerra di nervi, o forse sarebbe meglio dire guerra combattuta a bassa intensità, con l’Eritrea. Ha smantellato una forza di opposizione armata che si era rivelata fastidiosa, con continui attacchi nelle zone di confine, e che avrebbe potuto diventare pericolosa se il disegno di unificazione con le altre, voluto da Asmara, fosse andato in porto. Ha lasciato il regime eritreo scoperto sia sul fronte interno che su quello delle alleanze regionali.
Questa posizione di forza emerge nelle parole del suo primo ministro Hailemariam Desalegn che, in una recente intervista, riportata da un sito etiopico, ha dichiarato: «La palla è nelle mani dell’Eritrea. Se il regime eritreo vuole lavorare per la pace e la stabilità, ma il suo governo dispone di una collezione di terroristi pronti a condurre azioni contro l’Etiopia… gli diciamo di non provarci, ma se dovesse tentare agiremo una volta per tutte. L’abbiamo notificato ai paesi membri del consiglio di sicurezza, non accusateci dicendo che l’Etiopia ha usato la forza, se saremo costretti ad agire».

Nella foto sopra ribelli del Movimento democratico popolare del Tigray (Tpdm)