Film su quartieri e migrazioni africane
(In)visible cities è il film-progetto di Bucci e Ngalula Kabutakapua che mostra le periferie di 13 città in 5 continenti – luoghi di incontro e di identità – con il desiderio di raccontare il cambiamento come esperienza comune a tutti. (da Nigrizia di luglio e agosto)

Sono 13 e molte di più, le città raccontate da Gianpaolo Bucci e Beatrice Ngalula Kabutakapua in (In)visible cities. Proiettato in anteprima (40 minuti) al Festival internazionale del giornalismo di Perugia (30 aprile-4 maggio) con caloroso riscontro del pubblico, il progetto racconta, sotto forma di documentario, 13 quartieri di altrettante città interessate dall’immigrazione subsahariana. Un giro del mondo nero con microfono e telecamera rivolto a storie di integrazione, «senza indugiare in lacrime e tristezza» precisano gli autori. «Non volevamo concentrarci su comunità appena arrivate, ma studiare il fenomeno da un punto di vista diverso, lontano dai riflettori dei media».

L’idea viene a Beatrice, nata in Italia da una famiglia di origini congolesi. Giornalista a Cardiff, inizia a interessarsi alle migrazioni africane in città, quindi a Bruxelles, Oslo, Istanbul, strutturando un fotoreportage poi convertito in formato multimediale. Forte di un primo riconoscimento (Premio Melograno 2013 per l’episodio pilota su Cardiff, in giuria anche Amara Lakhous e Cristina Comencini), la mappa si precisa: a Cardiff seguono New York, Los Angeles, Istanbul, e un programma in continua evoluzione che per il momento assolda fra le tappe Bruxelles, Brisbane, Oslo, Lisbona, Tokyo, Il Cairo, Guangzhou, Tel Aviv e Buenos Aires.

Questione di metodo. Nel quadro di questo lavoro, un’attenzione particolare è riservata al metodo. Costruzione della fiducia degli intervistati a monte dell’arrivo e, una volta sul posto, un soggiorno di almeno due mesi nel cuore del quartiere di interesse sono punti fermi di ogni documentario. «Stabilirci sul campo è il nostro modo di entrare a far parte della comunità –  spiegano -, la chiave per entrare in contatto con le persone prima e durante il reportage».

È attraverso i loro occhi, del resto, che Butetown (Cardiff), Harlem (New York) o ancora Kumkapi (Istanbul) prendono vita fra immagine e testimonianza. A una telecamera discreta e in una chiacchierata informale, i migranti rivelano diversi livelli di realtà, dove lingua e religione rivestono spesso un ruolo importante nell’avvicinamento e nella ricostruzione della comunità. Se allora è vero che la migrazione porta a cambiare le abitudini, perdendo contatto e spingendo inevitabilmente a fare i conti con la propria diversità, un modo per riconnettere con la propria terra è semplicemente incontrarsi.

Lo insegna la storia di Kambale Musavuli, attivista statunitense di primo piano e cuore battente dell’associazione Friends of the Congo. Per lui la riconnessione con le origini congolesi passa dal nome, soppiantato dal francese durante numerosi anni e riscoperto grazie all’incontro con un attivista afro-americano: «Porti il nome della colonizzazione?». La sorpresa è il primo passo di una presa di coscienza che lo porta oggi sui palchi delle principali battaglie sociali del paese.

Ma non è il suo l’unico frammento del puzzle. L’immagine della diaspora si ricompone in (In)visible cities anche in semplici esperienze comunitarie, come l’incontro con le mommies liberiane a Houston, tappa intermedia di Beatrice e Gianpaolo nel viaggio fra Los Angeles e New York e punto di contatto e di forza per queste donne ottantenni, cui la vita di comunità permetterà di imparare finalmente l’inglese, una lingua che in nove anni di presenza non erano riuscite ad acquisire con padronanza.

Comunità religiose. L’esperienza nella Chiesa ortodossa etiopica di Los Angeles regala impressioni forti sulle comunità religiose. In più tappe le messe si confermano «un’incredibile occasione di socialità», e questo anche in destinazioni pluriconfessionali come Istanbul o Cardiff. Nella varietà di culti, il rito introduce il singolo alla comunità e crea un legame diretto con le origini (nel caso etiopico, anche attraverso l’uso di una lingua antica): «Frequentare la chiesa era l’occasione di riconnettersi con la madre Africa», dirà uno dei protagonisti.

Se, infine, i livelli di realtà interrogati dal documentario sono molteplici (professionisti affermati, associazioni, ex studenti), a fare la differenza sui racconti di successo e integrazione subentra inevitabilmente la storia. Una differenza che secondo Gianpaolo e Beatrice si misura più che altro in quantità percentuali, capaci di evidenziare fra una destinazione e l’altra la maggiore o minore abitudine del territorio al multiculturalismo, e la sua influenza sul processo del migrante nel raggiungimento o nella riconquista di uno status sociale soddisfacente.

Così, se Cardiff può contare su una comunità antica (il primo somalo immigrato di cui c’è traccia negli archivi, arrivò come marinaio nel 1800) e se negli Stati Uniti l’investimento personale porta in più casi a risultati imprenditoriali di successo (Ephra Kazadi, primo africano a diventare amministratore delegato di un’azienda di Wall Street) o riconversioni affermate (Sarah Kazadi, ex cestista di livello Ncaa in Texas, ora giornalista sportiva per Cbs Tv), a Istanbul il variegato sostrato di partenza e l’assenza di precedenti lotte per l’integrazione portano ad approcci diversi. Pur presenti e raccontati dagli autori, qui i successi della nuova migrazione africana (presente a partire dagli anni Novanta) devono fare i conti con un terreno ancora in costruzione dalla precedente immigrazione afro-turca: liberati dall’Impero ottomano fino agli anni Venti del Novecento, i suoi componenti non sono mai stati riconosciuti, né tantomeno inclusi nei libri di storia. «Invisibili alla società, non hanno potuto agire da fratello maggiore per i nuovi migranti».

Nel futuro di (In)visible Cities gli obbiettivi non mancano. Priorità ai finanziamenti, sul cui fronte per il momento ha risposto positivamente il portale Fiver, primo sponsor di un’avventura cominciata con 400 sterline e pochi fondi in più. «I nostri costi più alti sono volo e alloggio, la collaborazione con una compagnia aerea sarebbe benvenuta». Un live show on line è in programma a ottobre, per promuoversi e permettere ai collaboratori di apparire. Poi ci sono i seminari, i laboratori con le scuole, e la tappa a Bruxelles, da organizzare prossimamente nel quartiere Matongé.
Sulla bilancia delle energie rimane la priorità alla comunicazione, e il desiderio di raccontare il cambiamento come esperienza comune a tutti: dal cambio città alla scelta di un nuovo lavoro che ognuno può sperimentare, il ricominciare da zero, la ricerca di una condizione migliore sono sentimenti che non appartengono solo ai migranti ma a ogni persona. «Chi di noi non è mai stato migrante?».