Quindici e dodici anni di carcere. Sono le condanne inflitte ieri, 24 luglio, in primo grado dalla Corte penale internazionale (CPI) a due capi delle milizie anti-Balaka: Alfred Yekatom e Patrice-Édouard Ngaïssona, al termine di un processo durato quasi quattro anni, con oltre 170 testimoni e quasi 20mila prove vagliate.
Pene fortemente ridimensionate rispetto ai trent’anni chiesti dall’accusa. La difesa ha ora 30 giorni di tempo per presentare un eventuale ricorso.
Le accuse
I due sono ritenuti responsabili di aver coordinato attacchi contro la popolazione musulmana tra settembre 2013 e febbraio 2014, all’indomani del golpe che destituì l’allora presidente François Bozizé, compiuto dalle milizie avversarie, Seleka, composte in prevalenza da combattenti islamici.
Con l’obiettivo di rovesciare il governo imposto dai golpisti e reinsediare Bozizé, gli anti-Balaka, in prevalenza cristiani e animisti, diedero il via a una serie di attacchi indiscriminati contro la popolazione musulmana, con moschee, negozi e case saccheggiate e incendiate.
Il conflitto che ne seguì, provocò migliaia di morti tra i civili e lo sfollamento di centinaia di migliaia di altri.
Alfred Yekatom, soprannominato Rambo, è stato dichiarato colpevole di 20 capi d’accusa per crimini di guerra e crimini contro l’umanità – tra cui attacchi alla popolazione, esecuzioni sommarie, persecuzioni per motivi etnici, tortura e trattamenti disumani -, Patrice-Édouard Ngaïssona, ex presidente della federazione calcistica del paese, di 28.
Per il primo è caduta l’accusa di arruolamento di bambini soldato, per il secondo quella di stupro.
Yekatom, all’epoca parlamentare e capo di una società di sicurezza, era stato arrestato a Bangui a novembre del 2018, dopo che aveva sparato all’interno del Parlamento. Ngaïssona, è stato invece catturato in Francia un mese dopo.
Negoziati in corso per la resa delle milizie ancora attive
Questo è “un passo molto importante per la Repubblica Centrafricana, per la CPI e per la giustizia”, ha commentato a RFI il direttore per l’Africa centrale di Human Rights Watch, Lewis Mudge. Soprattutto perché “invia un messaggio molto forte” a coloro che sono ancora in armi nel paese e continuano anche oggi a colpire la popolazione.
Milizie con le quali il governo del presidente Faustin-Archange Touadéra sta negoziando la resa, in vista delle elezioni di dicembre e forte del recente annuncio dello scioglimento di due dei più importanti gruppi armati attivi nel paese: l’Unité pour la paix en Centrafrique (Unità per la pace in Centrafrica – UPC) di Ali Darassa, e il Retour, réclamation et réhabilitation (Ritorno, rivendicazione e riabilitazione – 3R) del generale Sembé Bobo.
Gli altri casi aperti
Dal tribunale dell’Aja si attende ora un’altra importante sentenza, quella che vede imputato Mahamat Said Abdel Kani, ex generale del Fronte popolare per la rinascita della Repubblica Centrafricana (FPRC) e comandante di Seleka.
Nel corso di questa inchiesta lo scorso anno i giudici della CPI hanno inoltre desecretato un mandato d’arresto emesso nel dicembre 2018 nei confronti di Edmond Beina, a capo di un gruppo di circa 100-400 combattenti anti-Balaka, responsabili dell’omicidio di musulmani all’inizio del 2014.
Il processo a Beina, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui uccisioni di massa, omicidi, stupri e persecuzioni, e a cinque suoi coimputati, si è aperto oggi presso un tribunale ibrido appositamente istituito a Bangui al termine di un contenzioso tra la Corte speciale criminale centrafricana (Central African Special Criminal Court – CPS) e la CPI su chi dovesse giudicarli.