Mentre l’attenzione internazionale è spesso catalizzata dai conflitti nella vicina Repubblica democratica del Congo, la Repubblica del Congo (Brazzaville) si prepara a un appuntamento elettorale cruciale: le presidenziali del 15 marzo.
Al centro della scena, ancora una volta, la figura di Denis Sassou-Nguesso, 82 anni, uno dei leader più longevi del continente, pronto a correre per quello che sarebbe il suo quinto mandato consecutivo dalla sua tornata al potere nel 1997.
I temi della campagna: economia, successione e giovani
La campagna elettorale del 2026 si sta giocando su tre pilastri fondamentali, in un clima di crescente restrizione degli spazi civili: la crisi del costo della vita, l’intrigo della successione e la mobilitazione giovanile.
Nonostante il Congo sia il terzo esportatore di petrolio dell’Africa subsahariana, la popolazione vive un drastico calo del potere d’acquisto. Il debito pubblico elevato e l’inflazione galoppante sono i principali punti deboli su cui l’opposizione cerca di fare leva, denunciando la corruzione e una gestione clientelare delle risorse energetiche.
Secondo l’ultimo Indice di percezione della corruzione di Transparency International, la Repubblica del Congo si colloca al 153° posto su 182 paesi.
Riguardo al secondo punto, sebbene Sassou-Nguesso sia il candidato ufficiale del Partito congolese del lavoro (PCT), il dibattito sotterraneo riguarda il “dopo”. Molti osservatori vedono nel figlio del presidente, Denis Christel Sassou-Nguesso (attuale ministro della Cooperazione Internazionale), il possibile erede designato, anche se figure interne al regime come Jean-Jacques Bouya mantengono forti influenze.
Ma questi sono aspetti su cui si continuerà molto probabilmente a dibattere anche nei prossimi cinque anni.
Il terzo punto riguarda i giovani, la maggior parte della popolazione congolese, la cui fame di riforme e occupazione è altissima. Candidati emergenti come il giornalista Alexis Bongo cercano di intercettare il voto degli Under 30, puntando su temi economici e trasparenza, sfidando il controllo capillare che lo stato esercita sui media e sulle piazze.
La parabola di Sassou-Nguesso
Il percorso politico di Denis Sassou-Nguesso è una sintesi della storia post-coloniale africana. Ex paracadutista formato in Francia, è riuscito a sopravvivere a cambi di regime, guerre civili e mutamenti ideologici globali.
Giunge al potere per la prima volta nel 1979 con il PCT, all’epoca di ispirazione marxista-leninista. In questa fase governa con il pugno di ferro, ma con la fine della Guerra Fredda è costretto ad aprire al multipartitismo. Nel 1992, in uno dei rari casi di transizione pacifica dell’epoca, accetta la sconfitta elettorale contro Pascal Lissouba e si ritira.
Dopo cinque anni di opposizione, torna al potere attraverso una sanguinosa guerra civile che vede le sue milizie “Cobra”, supportate dalle truppe angolane, rovesciare Lissouba. Da quel momento, Sassou-Nguesso non ha più lasciato la presidenza.
Per consolidare il suo potere nel 2015 promuove un controverso referendum che elimina i limiti di età e di mandato, permettendogli di ricandidarsi nel 2016 e nel 2021 (elezioni vinte con oltre l’88% dei voti, tra forti sospetti di brogli e blackout delle comunicazioni).
Un bivio democratico
L’opposizione, sebbene frammentata e indebolita da arresti e intimidazioni (come il rapimento del candidato Lassy Mbouity nel 2025), tenta di coalizzarsi nell’Alleanza per l’alternanza democratica. Tuttavia, con il controllo totale delle istituzioni elettorali da parte del regime, il cammino verso un reale cambiamento appare impervio.
Il voto di marzo – contro il presidente uscente corrono altri sei candidati – dirà se la Repubblica del Congo continuerà lungo il binario della stabilità autocratica o se le pressioni sociali interne, unite a una congiuntura economica difficile, riusciranno ad aprire una crepa nell’egemonia di Sassou-Nguesso.