Interviene il Tribunale di Brescia
Documenti su documenti: sempre più comuni chiedono certificati aggiuntivi agli stranieri che presentano domanda di residenza. L’8 aprile, i giudici del Tribunale di Brescia hanno messo fine alla prassi nel Comune di Montichiari, a cui sono stati addebitati, tra l’altro, gli oneri giudiziari.

Dichiarazione dei redditi, contratto di lavoro e ultime buste paga: sono solo alcuni dei documenti che il comune di Montichiari, in provincia di Brescia, chiedeva ai propri cittadini stranieri per ‘concedere’ loro la residenza.

L’8 aprile scorso, su ricorso di Soufiane Naissi, cittadino marocchino, dell’Associazione per studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) e della Fondazione Guido Piccini per i diritti dell’Uomo, il Tribunale di Brescia ha emesso un’ordinanza che dichiara discriminatorio il comportamento di Montichiari, ordinando al comune di limitarsi al mero controllo della dimora abituale e di iscrivere nei registri anagrafici comunali Naissi, al quale da oltre un anno veniva negata la residenza. Al Comune, peraltro, è stato imposto il pagamento delle spese legali.

Un orientamento, quello del Tribunale di Brescia, già adottato anche in altri casi, come quelli relativi alle pronunce contro i comuni di Ospitaletto (Bs) e Brignano d’Adda, nel bergamasco.
Le associazioni ora chiedono al governo di porre fine ad una pratica che è stata messa in atto presso diversi comuni del Nord Italia. Una prassi che Asgi e Fondazione Piccini hanno definito come «manifestamente contraria ai principi fondamentali dell’ordinamento giuridico».

La residenza è infatti condizione necessaria per ottenere diversi servizi, come l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale, l’assegnazione di case popolari o l’assistenza sociale, senza contare il fatto che il periodo senza residenza non sarà conteggiato nei dieci anni necessari ad ottenere la cittadinanza, con il rischio di vedersi cancellare gli anni precedentemente “accumulati”.

Non è la prima volta che i comuni lombardi cercano di sostituirsi al Ministero dell’Interno, nel suo ruolo di controllore. In alcuni casi, in passato, bisognava essere in possesso della carta di soggiorno (oggi permesso Ce per soggiornanti di lungo periodo) per ottenere la residenza. Un documento che può essere rilasciato solo dopo 5 anni di permanenza sul territorio.

Apripista di questo tipo di ordinanze è stato Massimo Bitonci, sindaco leghista di Cittadella, in provincia di Padova, che, già nel 2007, chiedeva agli stranieri che si volevano trasferire in paese un reddito minimo pari all’assegno sociale. Il modello dell'”editto Bitonci” è stato poi ripreso da diverse amministrazioni leghiste.
Di tutt’altro tenore sembra essere, però, la legge, che attribuirebbe ai comuni solo il potere di prendere atto di una situazione: «Finora – spiega Alberto Guariso, avvocato dell’Asgi, che ha seguito il recente ricorso – è sempre stato pacifico che l’iscrizione all’anagrafe deriva dal fatto di avere la dimora abituale in un certo paese, cioè un accertamento di una situazione di fatto».

Un ruolo del tutto passivo, dunque, che i sindaci di numerose città del Nord non sembrano voler accettare. «Adesso – continua Guariso – si è creata questa situazione in cui i Comuni si sentono autorizzati a farsi controllori della situazione personale degli stranieri, pretendendo di verificare la regolarità del loro soggiorno». Ecco che spuntano, quindi, richieste che hanno del paradosso, come quella del Comune di Ospitaletto, che chiedeva ad un cittadino liberiano, rifugiato politico, il casellario giudiziale del paese d’origine, ovviamente tradotto e legalizzato in Liberia.

E pensare che l’art. 6 comma 7 del T.U. sull’immigrazione dice: «Le iscrizioni e variazioni anagrafiche dello straniero regolarmente soggiornante sono effettuate alle medesime condizioni dei cittadini italiani…»

(L’intervista ad Alberto Guariso, avvocato dell’Asgi, è stata estratta dal programma radiofonico Focus, di Michela Trevisan)