Rapporto Oxfam Italia
A poco più di quattro anni dal vertice della Valletta, Oxfam Italia pubblica un report sul Fondo fiduciario di Emergenza Ue per l’Africa. Progetti di cooperazione in cambio di rimpatri e respingimenti. La Libia, il paese più sovvenzionato, spende la metà in rafforzamento delle frontiere.

La finalità del Fondo fiduciario di emergenza dell’UE per l’Africa (EU Emergency Trust Fund -Eutf) doveva essere quella di contribuire all’eliminazione della povertà e delle disuguaglianze. Dare una risposta ai bisogni umanitari dei paesi africani coinvolti, riducendo la vulnerabilità delle popolazioni e promuovendone lo sviluppo.

Questo, almeno, è quel che si leggeva sulle carte istituzionali di questa realtà creata nel 2015, all’indomani del famoso summit sulle immigrazioni, avvenuto tra capi di stato e di governo europei e africani alla Valletta (Malta) l’11 e 12 novembre. Il cui obiettivo era sì fermare le migrazioni, ma investendo in cooperazione “a casa loro”, aumentando i finanziamenti alle piccole e medio imprese, agevolando l’accesso al credito, creando posti di lavoro e formazione qualificata.

Doveva essere. Perché, a leggere il report “Il trust fund UE per l’Africa intrappolato tra difesa delle frontiere e politiche di aiuto”, pubblicato da Oxfam Italia, questo “strumento volto a integrare la politica estera e la politica migratoria con partenariati per lo sviluppo” ha rivisto i suoi obiettivi in corso d’opera.

E, nel tempo, soprattutto nell’ultimo biennio 2018-2019, ha legato le risorse stanziate all’Aiuto pubblico allo sviluppo “alla volontà dell’Unione Europea di contrastare la migrazione irregolare e concludere accordi con gli stati africani sulla questione dei rimpatri dei loro connazionali”.

Progetti di sviluppo sì, ma su “ricatto”. Dallo studio Oxfam (che ha monitorato il periodo che va da novembre 2015 a maggio 2019), in diversi paesi, tra cui Etiopia, Niger, Gambia e Marocco, si registra una strana coincidenza: “l’approvazione dei progetti di sviluppo è avvenuta parallelamente ai progressi fatti nelle negoziazioni sugli accordi di rimpatrio e riammissione”.

Tant’è vero che nella parte delle raccomandazioni, la ong sottolinea la pericolosità di legare l’erogazione di questi fondi a paesi partner che ricorrono a interventi militari funzionali a limitare la libera circolazione della propria gente.

Dei 3,9 miliardi di euro spesi per progetti legati al Fondo, il 56% è andato a finanziare la cooperazione allo sviluppo e il 26% la gestione dei flussi migratori. Numeri cui si deve aggiungere un ulteriore 10% investito in pace e… sicurezza.

E un altro dato di fatto: per facilitare la migrazione regolare tra paesi africani e Africa-Europa sono stati spesi solo 56 milioni di euro. Meno dell’1,5% del Fondo.

Un ulteriore aspetto è poi quello che riguarda lo stato che più ha beneficiato di questo fondo europeo: la Libia. Il principale destinatario delle risorse europee ha incassato 328 milioni di euro; di questi, 160,13 sono stati usati per la gestione dei flussi migratori e il rafforzamento delle frontiere.

Nella foto da sinistra a destra: il presidente della Costa d’Avorio Alassane Ouattara, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente guineano Alpha Condé che fu anche alla guida dell’Unione Africana nel 2016.