Da Nigrizia di maggio 2012: essere chiesa nelle baraccopoli di Nairobi / Kutoka Network
Negli slum della capitale del Kenya vivono 3 milioni di persone. Kibera e Korogocho sono quelli più popolosi. Abitazioni, sicurezza, sanità, educazione e igiene sono i grandi problemi di cui si occupa la Rete Exodus, creata dalle parrocchie sorte in questi quartieri marginali per affrontare insieme le sfide comuni.

A Nairobi spesso è solo la larghezza di una strada a separare la supposta normalità dalla scandalosa marginalità, il benessere dalla povertà, l’abitare in uno spazio adeguato dall’accatastamento. Se prendi la Ngong Road, l’arteria che parte dal centro della city e va verso ovest, per un paio di chilometri su ambedue i lati puoi ammirare case, ville, negozi, ospedali, cliniche, centri religiosi, uffici governativi… Superato il China Centre e l’ipermercato Uchumi, incroci la Kilimani Ring Road. Se giri a sinistra e procedi per 200 metri, sei all’imbocco del piccolo paradiso naturale del Royal Nairobi Golf Club: zona esclusiva per chi se la può permettere. Se osi proseguire per poche altre centinaia di metri, arrivi sul limitare di un vero e proprio inferno: Kibera, la più grande baraccopoli dell’Africa Orientale, abitata da oltre 800mila persone.

 

«A chi non vive qui è sconsigliato avventurarsi nello slum, soprattutto se lo fa da solo e per la prima volta», mi dice padre Webootsa John Shikolio, comboniano di origine kenyana. Eppure, il luogo ha la capacità di esercitare una forte attrazione, che va oltre l’interesse turistico («ma è possibile incontrare turisti, macchina fotografica al collo e cinepresa in mano, che si avventurano fino ai primi mercatini lungo le stradine ancora vicine alla zona bene della città», dice) e la voglia di conoscere (so che è pur sempre il quartiere più ripreso e commentato dalle televisioni e dai mezzi di comunicazione internazionali).

 

La strada che porta a Kibera è polverosa, disseminata di rifiuti, costeggiata da negozietti, bancarelle e mercatini a cielo aperto, in cui c’è di tutto: cibi vari, carne, verdura, vestiti, prodotti di bellezza, utensili da cucina, radio, telefonini, vestiti, pezzi di ricambio per auto, perfino casse da morto. Sollevo lo sguardo e vedo un oceano di catapecchie e lugubri abitacoli costruiti con vecchie lamiere e teli di plastica, cui si accede attraverso strettissimi vicoli in terra battuta, per lo più sommersi di acqua sudicia, perché fungono da fogne. «Non aprire mai il finestrino», mi consiglia padre John. «Soprattutto, stai attento a dove punti l’obiettivo della macchina fotografica».

 

Rimaniamo poco nella baraccopoli. Il missionario deve solo consegnare ad alcune associazioni della società civile qui impegnate nuovo materiale informativo e contattare i responsabili di un paio di parrocchie nel cui territorio Kibera si trova per alcuni ritocchi al programma della Kutoka Network (“Rete Exodus”), di cui egli è il coordinatore.

 

Il padre mi consegna un volantino: «La Rete è nata nel 2002 quando agenti pastorali, religiosi e laici, che lavoravano nelle undici baraccopoli di Nairobi decisero di unire le proprie forze per affrontare assieme i problemi comuni a tutti gli insediamenti di cui avevano la cura pastorale». Spiega: «Per Esodo intendiamo l’uscita dalla schiavitù della povertà di questi slum, dalla vita indegna che vi si vive. Sono milioni le persone che attendono questa liberazione. La cercano con tutte le loro forze, senza però riuscirci. Erroneamente, si parla di 11 slum in Nairobi. È vero, se si considerano solo quelli davvero enormi. Ma se assommiamo anche quelli piccoli, si arriva a oltre 200. Il che significa che metà degli abitanti della metropoli occupano meno del 5% della sua superficie. E ci si sta da schiavi, proprio come il popolo ebreo in Egitto».

 

Mi indica una scritta sul fondo del volantino. «Se vuoi sollevare un uomo dalla melma e dal fango, non illuderti di poterlo aiutare tendendogli una mano, mentre te ne stai fuori, in alto. Devi, invece, immergerti tutto nella melma e nel fango. Poi, afferralo con le tue forti mani e tiralo su. Solo così potrai condurlo con te alla luce». Dice: «È un detto di Shlomo Buber, rabbino e studioso della Torà del 19° secolo, nonno del grande Martin Buber. Riassume la nostra filosofia pratica e la nostra metodologia missionaria. Ecco perché, nel 1990, è stata aperta una comunità comboniana a Korogocho, la seconda baraccopoli di Nairobi per numero di abitanti: 120mila».

 

Missione slum

Serve un’ora di macchina per raggiungere Korogocho, situata nell’estremo est di Nairobi. La casa comboniana è una baracca. «Vogliamo vivere qui, accanto agli abitanti della baraccopoli, perché è l’unico modo per conoscerli, capirli e lavorarci assieme. Abitare in una comunità religiosa fuori dallo slum, venirci durante il giorno e tornare la sera a casa non è la stessa cosa».

 

Fino all’inizio di quest’anno, ci vivevano in tre: padre John, p. Stefano Giudici, un milanese, e p. Paolo Latorre, di Andria, oggi a Roma per un corso di aggiornamento. La “camera” di p. John è angusta: c’è spazio sufficiente per un tavolino, un armadietto, una branda e un pugno di effetti personali. Il resto della casa è del tutto identica alle catapecchie vicine: povera e semplice, per non dire precaria. Solo grandi murales, raffiguranti scene evangeliche con persone dai tratti africani, donano un po’ di colore e di allegria all’ambiente, altrimenti sordido e triste.

 

Nell’aria c’è un odore acre che fa lacrimare gli occhi. «Siamo ai bordi della grande discarica di Dandora. Avrebbe dovuto essere trasferita altrove fin dal 2001, secondo un piano del Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (Undp), ma è ancora lì a intossicare con i suoi odori e i suoi fumi gli abitanti della zona, noi compresi».

 

Gli chiedo di parlarmi della Rete Exodus: «Non si tratta di uno dei tanti organismi non governativi. Che senso avrebbe avuto crearne uno in più? Ce ne sono già troppi. Ciò che mancava era un punto di incontro e coordinamento per le iniziative portate avanti dalle singole parrocchie impegnate nella loro lotta per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato in questi luoghi in cui vivere è particolarmente difficile. La saggezza africana conosce la forza dell’unione: per uccidere una pulce, un dito non basta: te ne servono due; una singola persona non riesce a sollevare un pesante mortaio, ma più persone insieme lo spostano con facilità».

 

I fronti su cui la Rete è impegnata sono vari e ampi. «Sarebbe lungo elencarli tutti. Si va dai problemi abitativi a quelli sanitari, da quelli dei bambini senza scuola a quelli dei sieropositivi che negli slum sono miriade. C’è il problema della violenza, dell’insicurezza, della gestione dei rifiuti e dell’impatto che essi hanno sulla gente e sull’ambiente. I fumi delle discariche – guarda caso, la city scarica la sua sporcizia sempre e immancabilmente dove vivono i poveri – ci fanno ammalare: i nostri bambini hanno tutti problemi respiratori e gli adulti muoiono di cancro ai polmoni. Molti ragazzini vivono sulle strade della città, mangiando dai bidoni dell’immondizia, fiutando colle per stordirsi e far tacere i crampi della fame, e dormendo sui marciapiedi, coperti di cartoni e sacchetti di plastica. Rete Exodus li va a riprendere e si dà da fare per creare centri di formazione e di reinserimento sociale per loro».

 

C’è anche “il ministero della denuncia”. Mostrandomi il grande murale che spicca sul muro di cinta della chiesa di San Giovanni Battista, mi dice: «Abbiamo scelto questo grande personaggio biblico come patrono della nostra comunità proprio perché non le mandava mai a dire. Se c’era da alzare la voce contro Erode, non esitava: “Non ti è lecito!”. È vero che gli è costata la testa. Ma lui è amato e pregato da tutti i nostri parrocchiani e molti portano il suo nome. Nessuno, invece, si sognerebbe di chiamare Erode suo figlio. Se gli capita di pronunciare questo nome, sputa per terra».

 

Per portare avanti questo servizio profetico di denuncia alle autorità e di promozione sociale, Rete Exodus può contare sulla presenza di molti gruppi di lavoro attivi in ogni parrocchia associata. «Ogni gruppo si occupa di una determinata zona della parrocchia. L’efficacia del progetto sta nel loro essere osservatori attenti e attivi. Con la mia équipe coordino le loro attività e li sprono a far sempre meglio. Approntiamo per loro regolari corsi di formazione. E poiché alcuni dei nostri giovani sono ottimi comunicatori sociali, li abbiamo messi in contatto con il Centro massmediale New People, gestito dai comboniani in città. Così hanno creato un loro sito web, puntualmente aggiornato, e iniziato la produzione di un bollettino di coordinamento, che va a ruba nelle baraccopoli. Oggi sono in grado di preparare anche programmi per le radio locali e video da mostrare alla gente».

 

Dentro i problemi

P. John mi porta a vedere la discarica. «È indispensabile portare alla luce e denunciare i problemi strutturali in materia di abitazioni e smaltimento dei rifiuti. La legge vorrebbe che i preventivi di spesa delle varie municipalità fossero stabiliti in funzione del numero degli abitanti. Ma i milioni di abitanti delle baraccopoli sono soltanto bacini da cui estrarre voti al momento delle elezioni. Una volta arrivati in parlamento, però, i politici si dimenticano di noi. Non ci difendono. Non lottano perché la legge sia applicata, così da avere fondi stanziati per la realizzazione di strutture fognarie, sanitarie e educative che attendono da decenni di essere fatte. Troppi preferiscono che la situazione rimanga com’è».

 

Nella discarica di Dandora lavorano 3.000 persone in condizioni di estremo rischio per la salute. Dichiarata zona insalubre dalle autorità oltre 10 anni fa, la discarica è ancora in uso. Vi si riversano ogni giorno oltre 2.000 tonnellate di spazzatura provenienti dalla città, con ingenti quantità di rifiuti chimici e sanitari altamente tossici e inquinanti. «Ci sarebbero tutte le ragioni di questo mondo per chiuderla, ma viene tenuta aperta per precisi interessi. È un grosso affare per alcuni membri del governo, che sono in combutta con le imprese che la gestiscono. Ci sono state proposte giunte dall’estero di imprese disposte a bonificare l’intera area, ma il governo ha sempre detto di no. Come Rete Exodus, siamo arrivati a sederci al tavolo interministeriale tra il ministero dell’ambiente e quello della sanità, con la precisa richiesta di chiudere la discarica, o almeno di dotare le persone che vi lavorano di maschere e di vestiario adeguato. Fatica sprecata».

 

Visitiamo la baraccopoli. Molti ci salutano e vogliono stringerci la mano. Alcuni c’invitano per una tazza di tè a un piccolo chiosco. Si parla del problema abitativo. C’è un costante conflitto tra i proprietari e gli inquilini delle baracche. I primi, in verità, non sono i veri proprietari del terreno, che appartiene al demanio. Non vivono neppure nelle baraccopoli. Hanno però qui persone disposte a fare per loro il lavoro sporco di riscuotere gli affitti, sempre molto alti, e di controllare le varie attività. Peter, un giovane della Rete, seduto con noi, racconta: «Tempo fa, per protestare contro questi metodi del tutto mafiosi, gli abitanti di alcuni slum decisero di non pagare l’affitto. Fu subito scontro aperto: bande di giovinastri al soldo dei padroni hanno preso a malmenare chi aveva osato protestare. Noi di Rete Exodus intervenimmo prontamente convocando le varie organizzazioni non governative e invitando alcuni avvocati di Nairobi, sensibili al problema, a intervenire in loro difesa. Nel volgere di pochi giorni riuscimmo a riportare la calma».

 

Torniamo a camminare per i viottoli di Korogocho. P. John mi parla dell’atmosfera d’insicurezza nelle baraccopoli. «In Kenya non dovrebbe essere facile avere un’arma: la licenza costa molto e solo i più ricchi se la possono permettere. Ma puoi procurartene una in modo illegale. Al limite, è sempre possibile trovare un poliziotto che te l'”affitta” per una notte. Il problema è talmente grave che è nell’elenco dei temi da discutere in ogni riunione dei coordinatori della Rete. La polizia non ha né mezzi né personale sufficienti. Nessuno slum è dotato di un commissariato. Al massimo c’è un ufficio, ma puntualmente a corto di personale. La gente vive nella paura: nessuno si fida di nessuno. Il vicino di baracca può tradirti e fare la spia. Impera la diffidenza. Molti temono perfino di rivolgersi a noi: dicono che, prima o poi, qualcuno glielo farebbe pagare».

 

Non manca la criminalità organizzata. «Esistono numerose bande di giovani al servizio di qualche pesce grosso. Notoria è quella dei mungiki, che, oltre a essersi impossessata di una grossa parte della discarica, controlla la distribuzione dell’acqua e della corrente nella baraccopoli. Altre funzionano come cosche mafiose e chiedono il pizzo ai gestori dei vari negozietti e bar in cambio di protezione».

 

Punto di riferimento

La Rete Exodus si è attivata per varare iniziative di prevenzione. «Abbiamo avuto incontri per discutere della sicurezza in ogni zona della baraccopoli e discusso su come inventare lavori per i giovani e farli sentire parte della comunità. Abbiamo facilitato la formazione di gruppi di raccolta delle immondizie. Qualcuno è riuscito a mettere da parte un po’ di soldi, ha aperto un’attività e oggi partecipa ai nostri corsi di formazione al commercio».

 

Sono piccoli segni di speranza che hanno incoraggiato gli operatori della Rete a impegnarsi in altri settori. «Abbiamo programmi biennali per i minori tra i 7 e i 14 anni. Sono bambini e bambine che lavorano nella discarica per guadagnare qualche soldo per la famiglia. Il primo anno li raduniamo la mattina e ci preoccupiamo che i genitori li mandino alle lezioni. Il secondo anno li raccogliamo in un internato per una preparazione specifica a una loro integrazione sia nella famiglia che nel mondo del lavoro. Capita spesso che le ragazze rimangano incinte. Ci preoccupiamo che non ricorrano all’aborto e possano armonizzare la maternità con la frequenza alla scuola. Per gli orfani, invece, la soluzione escogitata è stata l’apertura di pre-scuole parrocchiali per prepararli a entrare nelle scuole pubbliche».

 

Iniziative simili sono state improntate anche per gli adulti alcolisti e tossicodipendenti. «Li riuniamo una volta la settimana e selezioniamo alcuni di loro per una terapia di tre mesi in regime di internato. L’obiettivo è sempre la loro riabilitazione personale e il reintegro nella famiglia. I risultati, però, non sono molto incoraggianti, né con i bambini né con gli adulti. Dopo il corso, tornano nella baraccopoli e ricadono nel problema di prima».

 

Visitiamo un centro medico per malati di Hiv-aids. P. John: «Il tasso di sieropositività può raggiungere il 60% della popolazione. Ma grazie agli antiretrovirali che ci procurano il governo e le organizzazioni non governative, oggi non si muore più come prima. Con l’aids si può convivere. Rete Exodus ha formato un’équipe di una trentina di volontari che visitano regolarmente le varie baraccopoli della città per incontrare i sieropositivi e le loro famiglie: hanno bisogno di precise informazioni e di sapere che c’è qualcuno cui possono rivolgersi per un aiuto. Frequenti sono anche le campagne da noi lanciate per la prevenzione di questa epidemia. La partecipazione è sempre altissima».

 

Con il trascorrere degli anni, Rete Exodus è diventata un punto di riferimento per molti gruppi parrocchiali impegnati nel sociale. «Non possiamo intervenire direttamente in ogni situazione di disagio, ma siamo sempre pronti a offrire il nostro sostegno e le nostre conoscenze. Il compito primo dei responsabili della Rete è svegliare la gente, animarla, spingerla ad aprire gli occhi e a muoversi. Non ci sostituiamo mai a nessuno: diamo suggerimenti, prospettiamo possibili ipotesi, ma poi sta agli interessati darsi da fare. Se un gruppo che si interessa degli anziani abbandonati giunge a decidere di incontrare le autorità governative, indichiamo la strada, magari la apriamo anche, ma poi ci limitiamo a stare loro accanto».

 

Eucaristia a Korogocho

A Korogocho non c’è una parrocchia. La chiesa di San Giovanni Battista è una succursale della parrocchia di Kariobangi, immenso quartiere periferico. La chiesa è uno spazio aperto, a forma di anfiteatro, utilizzato anche per altri incontri comunitari. Solo la domenica diventa lo “spazio liturgico” della comunità cattolica locale. Nei giorni feriali, invece, l’eucaristia è celebrata nelle case di questo o quel membro di una della 21 piccole comunità di base che sono sorte nello slum. Oppure per strada o in qualche spazio libero.

 

È quasi sera quando giungiamo, sempre a piedi, nel luogo in cui il programma settimanale prevede la celebrazione della messa. C’è già una ventina di persone ad attenderci. I loro canti fungono da richiamo per gli altri.

 

Si prega, si ascolta la Parola di Dio, la si commenta, si condivide il corpo e il sangue di Cristo. La vita di Korogocho ci passa accanto in un viavai continuo di gente. C’è chi si ferma a osservare con estremo rispetto. C’è la motocicletta che passa e lascia dietro una scia di polvere. Non molto lontano, un gruppo di bambini gioca a pallone, gridando e chiamandosi per nome. Questo lo scenario dell’eucaristia a Korogocho.

 

La sera, nel buio della baracca, tempesto i due comboniani di domande. P. Stefano: «Solo dalla fede ci viene la forza di comprometterci con gente che vive in condizioni di vita estreme. Annunciare la Buona Notizia qui significa soprattutto mostrare a questi baraccati che Dio è qui in mezzo a loro, e non solo “nello spirito”, ma praticamente. Non basta dire che Dio li aiuta. Devono toccare con mano il suo aiuto. Noi diamo una mano a Dio in questo».

 

P. John: «La nostra presenza qui è segno di speranza. Molti, cristiani e non, vengono a farci visita, anche solo per chiacchierare con noi. Durante le violenze post-elettorali del 2008, i superiori ci invitarono a lasciare momentaneamente questo luogo. Rispondemmo che quelli erano momenti in cui la nostra presenza era più necessaria che mai».

 

Mentre p. Stefano parla di «rabbia suscitata alla presenza di posti infernali come questo», p. John insiste sul senso di profondo imbarazzo: «Per me è motivo di vergogna vedere questi slum nel mio paese. Mi procura molta pena. Ma sono deciso a rimanere qui, perché credo che un giorno le cose cambieranno. La giustizia deve avere l’ultima parola, non l’ingiustizia».

 

Ambedue sono delle stesso parere: «Se abbandonassimo questo posto, le cose potrebbero rimanere a lungo come sono. Nella gente c’è la voglia di cambiare, ma serve qualcuno che la sproni e la sostenga nei momenti difficili. Non tutti i missionari sono disposti a vivere qui. E li capiamo. La vita qui è dura. Questa non è una missione “normale”. E non è questione di avere o no paura. Noi due, ad esempio, l’abbiamo e molta. Ma rimaniamo».

E nei momenti di stanchezza o quando il pessimismo sembra prevalere? «Ci aiuta la preghiera e la riflessione sulla Parola di Dio. Ci sentiamo come il popolo d’Israele nel deserto. Abbiamo intrapreso l’esodo. Quanto durerà? Quando arriveremo alla terra promessa? Non lo sappiamo. Ma siamo certi che ci arriveremo».

 


 



Acquista l’intera rivista in versione digitale

 

Copyright 2021 © Nigrizia - Tutti i diritti sono riservati