Immaginate una nazione che non esiste, una squadra che non dovrebbe giocare e un debito che non verrà mai pagato. No, non è il prologo di un racconto uscito dalla penna immaginifica di Oscaldo Soriano, ma la cronaca febbrile di un surreale spareggio per i Mondiali. Siamo nel novembre del 1969 e il teatro di questa storia è lo Stadio Salazar di Lourenço Marques, l’odierna Maputo, in Mozambico.
Da una parte, i “Socceroos” australiani, un manipolo di semiprofessionisti guidati dal carismatico capitano Johnny Warren; dall’altra la nazionale della Rhodesia, un paese che ufficialmente non doveva esistere, guidata dal leggendario Bobby Chalmers.
Quello che stava per andare in scena non era solo uno spareggio sulla strada per i Mondiali di Messico ’70, ma un vero e proprio intrigo geopolitico intriso di razzismo, isolamento internazionale e, secondo la leggenda, di una maledizione sciamanica che avrebbe perseguitato l’Australia per i successivi 32 anni.
Per capire la portata dell’evento, bisogna guardare alla mappa del mondo di allora. Nel 1965, il governo di minoranza bianca guidato da Ian Smith aveva dichiarato unilateralmente l’indipendenza dal Regno Unito per evitare di concedere il diritto di voto alla maggioranza nera, diventando uno stato paria agli occhi della comunità internazionale, non riconosciuto dall’ONU e colpito da pesanti sanzioni.
Mentre il resto dell’Africa boicottava lo sport rhodesiano per la sua politica di segregazione, la nazionale di calcio rappresentava un’anomalia. A differenza del Sudafrica dell’apartheid, che schierava solo bianchi, la Rhodesia di Bobby Chalmers era una squadra multirazziale. «Eravamo un gruppo unito», avrebbe ricordato anni dopo Chalmers, «non ci importava del colore della pelle, volevamo solo giocare a calcio».
Gli ha fatto eco il compagno di reparto Gibson Homela, che a distanza di anni ha confermato la coesione di quel gruppo: «In Rhodesia il calcio è sempre stato multirazziale. Non ci interessava il colore della pelle, ma solo se un compagno sapesse giocare o meno», ha raccontato al portale della FIFA. «Eravamo considerati eroi nazionali, la gente ci riconosceva come i giocatori della nazionale e quello era l’unico aspetto che contava davvero».
Tuttavia, la FIFA dovette trovare una soluzione diplomatica per farli giocare: non potendo ospitare partite in casa né viaggiare nella maggior parte dei paesi, il massimo organismo mondiale li aveva fatti traslocare nel girone asiatico-oceanico, spostando la serie contro l’Australia sul terreno neutro del Mozambico.
L’Australia arrivava da grande favorita, dopo aver superato Giappone e Corea del Sud, ma sottovalutò la tempra dei rhodesiani, prenotando addirittura in anticipo i voli per la successiva gara finale con Israele.
Nonostante non giocasse un match ufficiale dal 1967, la Rhodesia arrivò allo scontro con l’Australia dopo una preparazione meticolosa. Sotto la guida dello scozzese Danny McLennan, la squadra – un raro esempio di integrazione con 13 giocatori neri, 7 bianchi e 2 meticci – si era temprata in una serie di amichevoli imbattute contro il Malawi e club locali.
Tra i nomi spiccavano il portiere veterano Robin Jordan e il neo-eletto “calciatore dell’anno” George Shaya. Ma Bobby Chalmers era la stella indiscussa. Attaccante dalla potenza devastante e dall’intelligenza tattica superiore, era stato nominato capitano non solo per il talento, ma anche e soprattutto per la sua capacità di parlare correntemente le lingue indigebe, sindebele e shona, diventando una sorta di collante umano di un gruppo eterogeneo.
Nonostante l’isolamento del suo paese, il suo talento era tale da imporsi nel campionato professionistico sudafricano, uno dei più competitivi del continente. La sua convocazione, peraltro, scatenò una battaglia diplomatica: l’Australia tentò di squalificarlo sostenendo fosse un espatriato in Sudafrica, ma la FIFA diede ragione ai rhodesiani.
L’atmosfera a Lourenço Marques era degna di una spy-story: funzionari rhodesiani furono sorpresi a spiare gli allenamenti dei Socceroos, mentre la stampa australiana, inizialmente spocchiosa, dovette ricredersi ammirando la forma atletica dei rivali. «Chalmers è ovunque, incita i suoi a dare l’anima», scrivevano gli inviati da Sydney.
Fu lui a guidare la Rhodesia in tre partite epiche giocate nell’arco di soli cinque giorni. La tensione era alle stelle. Johnny Warren, nelle sue memorie, descrisse l’atmosfera come surreale: «Eravamo in una bolla coloniale, circondati da un conflitto politico che faticavamo a comprendere appieno».
Ma al 60° della prima sfida, fu proprio Bobby Chalmers a gelare gli australiani, portando la Rhodesia in vantaggio. Lo shock fu tale che i Socceroos, nonostante il pari trovato da McColl, reagirono con stizza, promettendo un umiliante 6-0 nel ritorno per “lavare l’onta”.
La realtà fu un bagno d’umiltà: un inscalfibile 0-0 che costrinse le squadre allo spareggio due giorni più tardi. Lì, l’Australia riuscì finalmente a imporsi per 3-1, spegnendo il sogno di Chalmers (nuovamente a segno) e compagni. Per Chalmers – che in carriera segnò persino una doppietta al leggendario Real Madrid di Puskás e Gento – quelle partite rimasero il picco massimo e il rimpianto più grande.
Secondo Gibson Homela, invece, quella qualificazione mancata fu una ferita per l’intera nazione: «Sarebbe stato un segnale enorme per tutti i rhodesiani. Avrebbe dimostrato che, lavorando insieme, potevamo superare ogni divisione razziale e ogni ostacolo».
È qui che la cronaca sportiva sfuma nel folklore. Secondo il racconto di Johnny Warren nel suo libro “Sheilas, Wogs and Poofters“, i Socceros, esausti e timorosi di perdere, avrebbero cercato un aiuto “extra-terreno”. Un membro dello staff australiano avrebbe ingaggiato un witchdoctor (uno stregone locale) per lanciare un maleficio contro la Rhodesia.
Secondo i ben informati, lo stregone seppellì delle ossa vicino ai pali della porta e maledisse gli avversari. L’Australia vinse, ma l’uomo reclamò un pagamento di 1.000 sterline. Quando i giocatori e la federazione si rifiutarono di pagare il debito, lo stregone, furibondo, lanciò la maledizione contro gli australiani: «Non andrete mai più ai Mondiali finché il debito non sarà saldato».
L’Australia perse l’ultimo spareggio contro Israele e non si qualificò per il Messico. Sebbene riuscissero a partecipare nel 1974, seguirono tre decenni di fallimenti inspiegabili, rimonte surreali e un corollario infinito di episodio sfortunati. La “maledizione della Rhodesia” divenne parte della psiche sportiva australiana.
La storia, però, ha una chiusura degna di un film di Hollywood. Nel 2004, il documentarista e comico John Safran si recò in Mozambico per rintracciare un successore dello stregone originale, deceduto anni prima. In una cerimonia rituale nello stesso stadio del 1969, Safran assunse un nuovo sciamano per annullare il sortilegio. Seduto nel cerchio rituale, Safran pagò simbolicamente il debito, chiedendo perdono.
Coincidenza o meno, l’anno successivo, sotto la guida di Guus Hiddink, l’Australia sconfisse l’Uruguay ai rigori in uno spareggio leggendario, qualificandosi per Germania 2006 e rompendo un digiuno durato 32 anni.
Al termine della diretta su SBS, una delle principali emittenti australiane, l’ex capitano Craig Foster rese pubblicamente omaggio a Safran. «Me n’ero quasi dimenticato», ha confessato il regista, «ma la mattina dopo la vittoria la mia posta elettronica stava esplodendo. Erano tutti tifosi che mi ringraziavano dicendo: “Ce l’hai fatta, hai spezzato la maledizione!”».
La Rhodesia, invece, aveva già smesso di esistere. Sostituita nel 1980, dopo una sanguinosa guerra civile, dallo Zimbabwe, che nel 1994, con l’iconico Bruce Grobbelaar tra i pali, avrebbe sfiorato nuovamente la qualificazione alla Coppa del Mondo. Ma questa è un’altra storia.