Riabitare i vuoti. Perché l’Italia interna non può fare a meno dell’immigrazione - Nigrizia
Libri
a cura di Sarah Gainsforth, Filippo Tantillo
Riabitare i vuoti. Perché l’Italia interna non può fare a meno dell’immigrazione
Radici edizioni, 2026, pp. 240, € 18,00
02 Settembre 2026
Articolo di Jessica Cugini
Tempo di lettura 3 minuti

L’Italia è un paese in declino demografico. Una transizione di cui si parla di continuo: aumentano le persone anziane, si riducono quelle in età lavorativa e al contempo cala il tasso di fecondità, per cui le nascite sono sempre meno. Una notizia, questa, cui spesso si fa seguire quella sulla presenza delle persone immigrate sui nostri territori. Una stanzialità che però non è sufficiente a far andare in pareggio i conti della popolazione.

Una prospettiva, questa compensativa e utilitaristica, che in alcuni dibattiti pare essere diventata una chiave di lettura per “accettare” la presenza delle persone di origine straniera in Italia: ne abbiamo bisogno, soprattutto in quelle zone che si vanno a svuotare più di altre, come le aree interne del nostro paese, che oltre che di giovani si svuotano di servizi: la scuola, gli ospedali, le poste, i negozi e così via.

Al di là di questa considerazione nasce un libro d’indagine come Riabitare i vuoti che, a partire da un progetto del centro di ricerca torinese Fieri e da più contributi, racconta non solo alcune esperienze che già ci sono in Italia, ma anche una realtà tutta da costruire partendo dall’esistente, dallo svantaggio socioeconomico che esiste e che può trovare una risposta capace di trasformare quelli che oggi sono vite e territori marginalizzati in opportunità di riscatto per entrambi.

Una lettura interessante, che intreccia un protagonismo delle aree interne e il welfare di un’accoglienza che spesso manca e che, dove esiste, nella rete Sai dei piccoli comuni a esempio, si mostra vincente. Lo dicono i numeri e le esperienze.

L’indagine parte da tre territori di aree interne di Calabria, Toscana e Piemonte. Zone dove sono state raccolte interviste, storie e dati, condotti laboratori partecipativi che hanno permesso di far emergere bisogni e preoccupazioni, proposte concrete e luoghi di dialogo, necessari per costruire una comunità.

Ma non solo, anche per salvare filiere produttive autoctone, che col tempo vanno a perdersi, proprio a causa dello spopolamento, e che invece possono trovare (con politiche che le sostengono) nuova linfa in un contesto in cui l’accessibilità alla casa è più facile e meno dispendiosa, la qualità e tranquillità della vita diventano un valore che attrae persone sul territorio.

Dove questo accade, dove il riuso del patrimonio edilizio diventa strumento di accoglienza e non di segregazione, la stabilizzazione delle persone migranti si lega a doppio filo con la possibilità di usufruire di servizi, trasporti, opportunità anche di sperimentare, a partire dalle storie ed esperienze altrui, diventando un valore per le comunità.

Processi che, dove guidati, narrano casi virtuosi, replicabili. Per questo si propone l’istituzionalizzazione della mediazione sociale come pratica capace di orientare le politiche locali così come quelle nazionali. Questi piccoli luoghi di sperimentazione possono essere laboratori da cui partire per dar vita a risposte a un fenomeno, tanto antico quanto strutturale, che è il migrare.

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