Etiopia / Diritti Umani
Nate per difendere le terre ancestrali, le proteste delle popolazioni Oromo e Amhara in Etiopia si sono alimentate in seguito alla violenta reazione del regime. I due principali gruppi etnici del paese rivendicano ora anche diritti economici, sociali e politici. Una ventata di dissenso che sta provocando anche i primi profughi, ma che potrebbe cambiare alcuni equilibri interni.

Non si placa l’ondata di manifestazioni antigovernative in Etiopia. Le prime, represse nel sangue, si sono avute a novembre dell’anno scorso nelle regione dell’Oromia, nel centro della quale si trova la capitale del paese, Addis Abeba. La causa scatenante è stata proprio il piano di espansione della capitale, che avrebbe occupato parte delle terre ancestrali degli Oromo, il gruppo etnico maggioritario del paese, già vittima di land grabbing in altre zone della regione e senza la possibilità di incidere sulle decisioni che li riguardano. In agosto le proteste si sono diffuse nella regione Amhara, abitata dagli Amhara, secondo gruppo etnico del paese, che costituiva fino ad anni recenti l’élite politica dell’Etiopia. In questo caso il motivo alla base delle manifestazioni è una questione di confini interni: terreni abitati da Amhara ma assegnati ad una regione del Tigray.

Le proteste, scatenate da questioni legate ai diritti tradizionali sulla terra e al suo utilizzo, hanno radici nella gestione del potere nel vasto paese, abitato ormai da oltre un centinaio di milioni di persone e con uno sviluppo economico rampante ma gravemente squilibrato. Oromo, Amhara e altri gruppi etnici, dichiarano infatti, di essere emarginati da un governo dominato dai Tigray (o tigrini), un gruppo etnico minoritario, portato al potere nel 1991 dalla lotta di liberazione che aveva rovesciato il regime dittatoriale di Menghistu Haile Mariam. E, dunque, le proteste chiedono il rispetto dei diritti economici, sociali e politici, il rilascio dei numerosi prigionieri per reati di coscienza ed opinione e si alimentano della repressione.

Secondo Human Rights Watch, sarebbero ormai oltre 400 i morti causati dalle violenze della polizia durante le manifestazioni. Amnesty International e altre organizzazioni internazionali e nazionali che si occupano delle difesa dei diritti umani, denunciano anche l’arresto di attivisti della società civile impegnati nel monitoraggio della repressione e chiedono l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente. La situazione è talmente grave che anche l’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha chiesto che osservatori indipendenti potessero recarsi nel paese, ma il governo etiopico ha negato il permesso, costituendo invece una propria commissione d’inchiesta, della cui indipendenza è lecito dubitare.

Ormai gli obiettivi della protesta sono diventati simbolici. All’inizio di settembre, nella regione Amhara, sono state gravemente danneggiate almeno sette piantagioni per la coltivazione dei fiori da taglio di proprietà di ditte straniere, tra cui anche una italiana. L’Etiopia è il secondo esportatore di fiori del continente, dopo il Kenya, e si colloca al quinto posto nel mondo. L’esportazione di fiori è una delle maggiori voci nel bilancio del paese. Le piantagioni – che occupano enormi estensioni di terra e consumano grandi quantità d’acqua – sono l’immagine di uno sviluppo economico che usa le risorse del territorio per produrre beni per l’esportazione che generano reddito che il governo usa per potenziare le aree urbane a discapito di quelle rurali, consolidando contemporaneamente il proprio potere.

La situazione sta ormai provocando anche i primi profughi. Radio Dabanga, sito indipendente di notizie sul Sudan, pubblicava, il 2 settembre, l’informazione dell’arrivo nella zona di El Gedaref di 1.000 persone in fuga dalle violenze nella cittadina etiopica di El Metemma.

Le proteste sono certamente le più gravi dopo quelle del 2005, a seguito delle elezioni di cui l’opposizione aveva denunciato i risultati. Analisti esperti di politica etiopica si chiedono se la leadership sarà in grado di uscire indenne dall’attuale ventata di dissenso che potrebbe cambiare in modo significativo gli equilibri interni del potere nel paese.

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Foto grande: un ragazzo mostra la foto di suo fratello, ucciso nel dicembre 2015 dalle forze di sicurezza etiopi nel villaggio di Yubdo, nella regione Oromia.

Video: Human Rights Watch documenta le violenze e le umiliazioni delle forze di sicurezza sui manifestanti. [Il video contiene immagini violente che potrebbero disturbare persone particolarmente sensibili]