Editoriale marzo 2014

C’è qualcosa di deforme, feroce e paranoico nell’ordine che regna a Kigali e in tutto il Rwanda a vent’anni dal genocidio. I “signori della memoria” stiano tranquilli. Non siamo qui a negare l’oscenità e la follia dell’uccisione (aprile-giugno 1994) di mezzo milione di rwandesi (ma sulle cifre continueremo a discutere), in gran parte di etnia tutsi e hutu moderati (moderati nel senso che non volevano la supremazia di un’etnia). Al contrario crediamo essere tra coloro, pochi in Italia per la verità, che hanno seguito passo passo le vicende del Rwanda ben prima dell’avvento dell’attuale regime tutsi di Paul Kagame, e abbiamo sempre sostenuto – anche ai tempi di Juvenal Habyarimana, il presidente golpista hutu, al potere dal 1973 al 1994 – che questo paese lacerato e in perenne conflitto, per diventare una nazione, doveva puntare a garantire i diritti di cittadinanza a tutti i rwandesi. In ordine di consistenza numerica: hutu, tutsi, twa.

Il fatto è che questo percorso richiede, oltre alla formale giustizia dei tribunali che mostra contraddizioni e lentezze, una società che sia messa nelle condizioni di elaborare “perdono” per i carnefici e pietà per le vittime. E soprattutto richiede una memoria, se non condivisa, almeno riconciliata. Sta accadendo il contrario.

E qui torniamo ai “signori della memoria”. Chi sono? Prima di tutto gli apparati del regime (tribunali, istruzione, mass media…), che hanno utilizzato il genocidio, e i sensi di colpa correlati (anche l’istituzione dei tribunali popolari gacaca s’inserisce in questa trama), come un bonus perpetuo da spendere per legittimare e consolidare i poteri del capo e della sua corte. Il messaggio è chiaro, univoco, battente: «Qualsiasi cosa facciamo, ricordatevi che noi siamo il solo bene possibile in questo paese; e chi avanza qualche dubbio significa che dimentica la montagna di cadaveri che ci ha resi semidei».

Buoni comprimari, nel teatro della memoria, sono coloro ai quali fa comodo che la pentola rwandese abbia un robusto coperchio. L’essenziale è che il Rwanda risponda a precise convenienze geopolitiche – Kagame sta sotto l’ombrello degli Stati Uniti che ne finanziano abbondantemente la crescita economica – e possa essere una comoda e stabile piattaforma per fare business. Tutto il resto conta nulla.

Ci sono poi gli analisti della grande stampa internazionale, quasi tutti abbagliati dall’autobus rwandese che descrivono così lindo, silenzioso, pulito, educato, occidentale. Certo un tantino claustrofobico e poliziesco, ma in ogni caso la direzione è giusta e che nessuno disturbi il conducente.

Ma anche a Nigrizia non fa difetto la memoria. Ricorda che ancora non è stato stabilito chi ha abbattuto l’aereo nel cielo di Kigali quel 6 aprile del 1994. Fu il segnale per il via al macello. A bordo Habyarimana (e il presidente del Burundi Ntaryamira), intenzionato finalmente a superare il blocco etnico e a costruire un abbozzo di democrazia. In molti, anche Kagame, avevano interesse a forzare la situazione.

Ricorda, anche, che dopo il genocidio, milioni di hutu, temendo le rappresaglie del Fronte patriottico rwandese, il movimento guerrigliero di Kagame, fuggirono nella Repubblica democratica del Congo. Centinaia di migliaia di loro sono stati inseguiti oltre confine e fatti fuori. Proprio tutti genocidari?

Ricorda pure che il regime di Kagame e quello di Museveni in Uganda hanno tentato nella seconda metà degli Novanta di impadronirsi con la forza di una fetta dell’Rd Congo. All’epoca si parlò della creazione di un “tutsiland”; andò male, ma Rwanda e Uganda hanno continuato a tenere sotto pressione quei territori, a telecomandare ribellioni e a predare le loro ricchezze.

E che dire dei tentativi di costituire un’opposizione politica in Rwanda? Ci ha provato, tra gli altri, Victoire Ingabire rientrata in patria nel 2010, dopo anni di esilio, per candidarsi alle presidenziali. Il dispositivo di controllo e di sottomissione, architrave del regime, è entrato subito in azione. Ingabire è stata accusata di cospirazione, di terrorismo e di negare il genocidio. È stata condannata a 15 anni di carcere.

Nigrizia, nel preparare un dossier-Rwanda per aprile, sta incontrando una difficoltà che è una notizia. Se si esce dal copione e si fanno le domande giuste, la risposta è… l’impossibilità a rispondere. Le ong che lavorano nel paese si chiudono a riccio, perché temono ritorsioni. La Chiesa? Appare annichilita o ossequente. Nessuno si azzarda a sollevare la coltre del deserto di Kagame.

Si può capire. L’uomo forte di Kigali ha braccato, minacciato e spesso ucciso anche amici e sodali che hanno preso le distanze dalla sua “democrazia”. Nel paese delle mille colline c’è un uomo che ricorda il Riccardo III scespiriano: il suo spirito è deformato dall’ambizione e dal potere, vede nemici ovunque, non accetta detrattori, fa il vuoto intorno a sé. Ma non siamo a teatro.