Una scelta decisiva

Nel suo percorso politico dopo il carcere, Mandela non ha mai smesso di dire ai sudafricani che riconciliazione significa lavorare tutti insieme per difendere la democrazia e la dignità umana.

Quando Nelson Mandela uscì di prigione sapeva di dover fare una scelta. L’11 febbraio 1990 – al termine del suo Lungo cammino verso la libertà (titolo dell’autobiografia) – dichiarò che avrebbe potuto continuare a vivere con «l’amarezza e l’odio per quanto mi hanno fatto (…), ma in tal modo sarei rimasto ancora in carcere. Oppure avrei potuto riconciliare i sentimenti miei nei confronti degli altri esseri umani».

 

Il modo di relazionarsi con tutti, anche con le guardie carcerarie, dimostrò fin dall’inizio che aveva scelto la seconda strada. Al punto da invitare tre dei suoi carcerieri, che lo avevano trattato con dignità, al pranzo inaugurale dopo aver prestato giuramento come primo presidente del Sudafrica democratico nel 1994. Ciò che Mandela desiderava più di ogni altra cosa era un Sudafrica unificato. Diede quindi vita a un percorso di riconciliazione che avrebbe coinvolto tutti i settori della società. Credeva fermamente che bianchi e neri potevano lavorare insieme per ricostruire un clima non fondato sulle diversità etniche, e formare una comunità di persone capaci di vivere in armonia. Riconobbe che i sudafricani bianchi avevano capacità necessarie a costruire la nazione. Sapendo che molti bianchi minacciavano di abbandonare il paese, più volte li invitò a non farlo, per contribuire invece alla ricostruzione del Sudafrica.

 

Divenuto presidente, ebbe modo di dire: «Ci viene chiesto di unire le nostre forze (…) per sradicare la povertà generata da un sistema che ha prosperato sulle privazioni della maggioranza. La costruzione ulteriore di questa “casa della pace” necessita del mio aiuto, del tuo aiuto. La riconciliazione richiede che poniamo fine alla malnutrizione, alla mancanza di case e all’ignoranza, così come il Programma di ricostruzione e sviluppo ha cominciato a fare. E richiede l’impegno per porre fine al crimine e alla corruzione».

 

I suoi discorsi lungo gli anni si sono invariabilmente centrati sulla costruzione della nazione. Durante i negoziati nel 1992, uno dei maggiori ostacoli era rappresentato dal criterio da seguire nell’affrontare i crimini commessi – da ambedue le parti – negli anni dell’apartheid. Il Partito nazionale (Pn) al potere pretendeva la stessa amnistia generale per le violazioni dei diritti umani offerta all’African National Congress (Anc), con la garanzia iscritta nella costituzione provvisoria. Ma l’Anc rifiutò la richiesta. Seguirono lunghe trattative.

 

Finalmente, Mandela e l’allora presidente de Klerk si riunirono in privato alla ricerca di una soluzione. A loro si unirono poi dei leader ecclesiali, tra i quali l’arcivescovo Wilfred Napier, oggi cardinale, e l’arcivescovo anglicano Desmond Tutu. L’idea di una Commissione per la verità e la riconciliazione (Trc) era già stata proposta in precedenza per trattare della violazione dei diritti umani. Era forse questa la strada giusta? Entrambi i leader si trovarono d’accordo e si presentarono in tivù lo stesso giorno per annunciare al paese in quale modo si sarebbe affrontata la questione. Quando alcuni anni dopo l’arcivescovo Tutu consegnò al presidente la relazione della Trc, Mandela ammise che avrebbe risvegliato «difficoltà e sentimenti contrastanti». Descrisse il processo della Trc come una faccenda dolorosa, con 20mila uomini e donne a rivivere il proprio dolore di fronte alla commissione. E altre migliaia di persone che confessarono la propria colpa sperando di ottenere l’amnistia – e il perdono – per i loro crimini, decise a far sì che gli orrori del passato non si ripetessero. Continua sul numero speciale di Nigrizia – dicembre 2012.