Trovato morto alle cinque del mattino del 17 febbraio nella cella del posto di polizia di Remera, a Kigali, dove era stato recluso alcuni giorni prima, Kizito Mihigo, 38 anni, popolarissimo compositore e autore di canti liturgici e gospel, è stato un leader della pace e della riconciliazione in Rwanda dopo il genocidio del 1994. Sopravvissuto al massacro che colpì l’etnia tutsi e gli hutu moderati, in poco più di vent’anni ha composto oltre 400 canzoni, il cui leitmotiv è quello della riconciliazione, della pace, del perdono.

Ufficialmente suicida, si sarebbe impiccato a una finestra della sua cella, utilizzando un lenzuolo: «asfissia per impiccagione la causa più probabile del decesso», secondo il rapporto del Rwanda Investigation Bureau (Rib) dello scorso 26 febbraio. In tanti, però, non ci credono, a cominciare da chi in quella prigione c’è stato per motivi politici (come Diane Rwigara, attivista dei diritti umani) e afferma che nella prigione di Remera non ci sono finestre, ma solo dei buchi attraverso i quali passa l’aria.

E chi conosce bene Kizito – è il caso dell’attivista rwandese, René Mugenzi, in esilio a Londra – dice che la tesi del suicidio è impossibile perché l’uomo era profondamente cristiano. E ribadisce: «Non avrebbe mai, mai potuto suicidarsi. Siamo sicuri che è stato ucciso». Anche la diaspora rwandese rifiuta in maniera categorica la tesi del suicidio. Dice piuttosto che siamo davanti all’ennesimo omicidio politico in un paese in cui arresti arbitrari, atti di tortura, accuse non fondate, omicidi di oppositori al regime, giornalisti, studenti, imprenditori sono frequenti. Troppo frequenti. Vengono tolti di mezzo, ricattati e minacciati tutti coloro che, sia in Rwanda che all’estero (Uganda, Kenya, Sudafrica, Europa), osano pensare e dire qualche cosa che vada contro il regime di Kigali.

L’ascesa

Mihigo era stato arrestato il 13 febbraio, con l’accusa di aver cercato di lasciare clandestinamente il Rwanda, violando un obbligo di dimora che gli era stato imposto nel 2018, per raggiungere una milizia ribelle nel vicino Burundi. Philippe Basabose, portavoce di un gruppo di sopravvissuti al genocidio, in una lettera al presidente Paul Kagame, ha chiesto un’inchiesta esaustiva, indipendente e trasparente sulla morte del cantante. Anche Victoire Ingabire, figura di primo piano dell’opposizione è scettica sulle conclusioni a cui è giunto il Rib. La morte di Kizito, come quella di tanti altri, potrebbe restare senza alcuna vera risposta.

Nato a Kibeho il 25 luglio 1981, Kizito Mihigo, enfant prodige del gospel rwandese, comincia a comporre le sue prime canzoni all’età di 9 anni. Qualche anno più tardi, allievo al seminario minore di Butare, diventa l’organista compositore liturgico più famoso nella Chiesa cattolica in Rwanda. Nel genocidio perde il padre e alcuni membri della sua famiglia, e si rifugia in Burundi dove tenta invano di arruolarsi nell’Fronte patriottico rwandese (Fpr) per vendicare la sua famiglia. Rientrato in Rwanda, dopo che l’Fpr conquistò il paese, entra in seminario e, grazie al suo talento musicale e alla sua profonda fede cristiana, riesce a perdonare coloro che hanno ucciso suo padre.

E così inizia la sua ascesa artistica: nel 2001 partecipa al concorso per la composizione dell’inno nazionale rwandese e, grazie ad una borsa di studio offerta dallo stesso Kagame, studia organo e composizione al Conservatorio di Parigi, sotto la guida di Françoise Levechin-Gangloff. Dopo aver iniziato una brillante carriera internazionale in Belgio, nel 2011 rientra in Rwanda, diventando una personalità artistica rispettata dal potere e dalla gente. È regolarmente invitato a cantare alle cerimonie nazionali di commemorazione del genocidio e a tanti altri appuntamenti ufficiali. Nel 2010 ha creato la Fondazione Kizito Mihigo per la pace, un’organizzazione non governativa impegnata nell’educazione dei giovani ai valori della pace e della riconciliazione. Arrivano anche premi e riconoscimenti: nel 2013 il Rwanda Governance Board riconosce la Fondazione Kizito Mihigo tra le migliori dieci ong locali per le sue attività per la pace e il presidente Kagame presenta Mihigo come modello per i giovani rwandesi. L’andare a braccetto con il regime attira su Mihigo critiche da parte di alcuni suoi ammiratori cattolici che gli rimproverano di trattare temi politici nelle sue canzoni.

La canzone “sbagliata”

I suoi gospel sono intrisi dei valori di pace, di richiesta e offerta di perdono, di riconciliazione, di unità, tolleranza, giustizia, fino all’apogeo della sua produzione musicale, quando scrive Igisobanuro cy’urupfu, (Il significato della morte). Siamo a marzo 2014, pochi giorni prima del ventesimo anniversario del genocidio. Quel brano musicale lo farà diventare nemico del regime, al punto che le sue canzoni saranno vietate nelle radio e in televisione. Mihigo canta: “La morte è un male assoluto ma è un cammino verso il bene più grande. Non esiste un buon modo di morire che sia per genocidio, guerra, vendetta, un incidente, una malattia. Questi fratelli e sorelle, laddove si trovano, pregano per noi. Il genocidio mi ha reso orfano, ma questo non mi deve far dimenticare le altre persone, che hanno sofferto, vittime dell’odio, che non è stato qualificato come genocidio. Anche loro sono esseri umani e prego per loro, li sostengo, penso a loro. Sono fiero di essere persona umana: Possa ‘io sono rwandese’ essere preceduto da ‘io sono umano´”.

A chi gli muove la critica di aver toccato un tema molto sensibile, quello dei massacri degli hutu, perpetrati dal Fronte patriottico rwandese di Kagame per vendetta una volta preso il potere, e mai qualificati come genocidio dal regime attuale, Mihigo risponde in un’intervista: «La mia vera intenzione non era assolutamente quella di sollevare polemiche. Quello che volevo esprimere in quella canzone era un messaggio di compassione verso tutti, un messaggio di perdono, di riconciliazione profonda. In quella canzone volevo dimostrare che il genocidio perpetrato contro i tutsi è per tutti noi sopravvissuti, una scuola per imparare il perdono e la compassione. La sofferenza non ci insegna ad allontanarci dagli altri o a rifiutarli, ma ad essere sensibili alla sofferenza dell’altro, ad essere più compassionevoli e misericordiosi». Kizito critica anche il programma Ndi Umunyarwanda (Sono Rwandese), attraverso il quale il governo Rwandese nel 2013 obbligava la popolazione hutu a chiedere perdono per il genocidio. Il cantante dice: «Siamo umani prima di essere rwandesi».

Nella morsa

Per questa canzone, il 27 febbraio 2015, Kizito viene condannato a dieci anni di prigione con l’accusa di cospirazione contro il governo e di aver pianificato un attentato contro Kagame. Kizito è costretto, sotto la minaccia di essere ucciso, a dichiararsi colpevole di queste accuse infondate. Sarà rilasciato il 14 settembre 2018, grazie ad un’amnistia presidenziale di cui beneficiano circa 2000 persone, tra cui Victoire Ingabire.

Di recente Mihigo aveva confessato a Human Rights Watch di essere minacciato da emissari del regime, che volevano che avanzasse false accuse contro oppositori politici. Aveva così meditato la fuga, poiché temeva per la sua sicurezza personale. Il seguito lo conosciamo.

Il Rwanda si prepara ad accogliere a Kigali, il prossimo giugno, i capi di governo dei 53 paesi membri del Commonwealth. Questa riunione, che permetterà anche di discutere su questioni cruciali, quali governo e stato di diritto, dovrebbe lasciar emergere le gravi violazioni dei diritti umani commesse in Rwanda, afferma Human Right Watch. Lewis Mudge, direttore di Human Rights Watch in Africa Centrale, aggiunge che i membri del Commonwealth dovrebbero esigere che le responsabilità circa la morte di Kizito Mihigo vengano alla luce.

Nella canzone incriminata Kizito dice: “Questa comprensione della redenzione è un punto di riferimento nel mio cammino, l’ho assorbito nella fede che ho in Gesù Cristo ed è questa fede che completa il mio essere rwandese. Questo amore è il gusto della mia vita, è la speranza della vita eterna, il destino stesso della vita”. Che l’eredità di Kizito Mihigo, profeta e martire della riconciliazione, sia trasmessa alle presenti e future generazioni, non solo in Rwanda. Questa è la prima giustizia da rendere alla sua vita. E ora anche alla sua morte.

 

Data evento: 04/03/2020