TATALITA – NOVEMBRE 2018
Elianna Baldi

Novembre è per eccellenza il mese della memoria di coloro che ci hanno preceduto. Cosa saremmo senza memoria? Un pezzo di tronco secco destinato a marcire e scomparire. Prendersi cura della memoria è prendersi cura delle radici perché l’albero della nostra vita, della vita del nostro popolo, della vita del mondo, possa resistere e portare ancora frutto.

Qui in Repubblica Centrafricana, andando le cose di male in peggio per via della guerra e dell’instabilità che durano da sei anni, mi sono spesso trovata a interrogarmi interdetta di fronte alla mancanza di memoria a breve termine, per cui dimenticando un male appena vissuto, ci si può buttare a braccia aperte verso un altro male simile o peggiore in ambito sociale, politico, economico, diplomatico…

Censurare il ricordo di persone squartate, penso sia frutto dell’istinto di sopravvivenza che rimuove ciò che può togliere l’equilibrio e la serenità. Ma spesso mi domando come mai un popolo così legato alla tradizione orale possa smettere di parlare così in fretta dei suoi martiri di oggi. Ogni volta che un personaggio coraggioso o scomodo è stato barbaramente eliminato, se ne è parlato per due-tre giorni. E dopo la sepoltura, il suo nome scompare dai discorsi pubblici.

Alla chiusura del lutto per l’uccisione di un prete, per il quale le folle si erano riversate per strada, il presidente aveva allungato alle autorità ecclesiali un cospicuo contributo. E così, poco più di un mese dopo, alla messa di ricordo, era presente un solo prete.

Non è un comportamento salutare. Non possiamo sopravvivere se, oltre ai responsabili religiosi e civili, anche il popolo dimentica. Certo, chi ha voluto la morte di tante persone non può che rallegrarsi di questo Alzheimer collettivo.

Per bisogno di guarigione, per voglia di vivere, per desiderio di giustizia e verità, un piccolo gruppo di persone sta cercando di mettere in piedi un’associazione indipendente da qualsiasi autorità che possa manipolarne o soffocarne la memoria. Si vuole chiamarla: “Gli amici dei preti centrafricani assassinati”, in riferimento al sacerdote barbaramente torturato e assassinato nel 2002 e ai 6 abbattuti tra il 2014 e il 2018.

La loro vita è stata troncata in circostanze diverse, ma tutti eliminati perché la loro parola di verità era scomoda o perché avevano osato interporsi tra la gente e i ribelli per proteggere gli uni e convincere gli altri a deporre le armi, o perché la loro semplice esistenza caparbia in luoghi strategici di frontiera era vissuta come un affronto ai deliri di onnipotenza delle macchine da guerra.

Vorrei che in queste pagine di Nigrizia i loro nomi fossero scolpiti come sulla pietra, onorati da chi ama l’Africa e pregati da chi implora il dono della Pace.

Jean Claude Kilamong ucciso a Bossangoa il 2/09/2002.

Christ Forman Wilibona ucciso a Tale/Bossangoa il 18/04/2014.

Emile Nzale ucciso a NDF/Bangui il 28/05/2014.

Louis Tongagnessi ucciso a Zemio il 2/09/2017.

Joseph Désiré Angbabata ucciso a Seko/Bambari il 19/03/2018.

Albert Tungumale Baba ucciso a NDF/Bangui il 1/5/2018.

Firmin Gbagoua ucciso a Bambari il 29/06/2018.

Onorare la loro memoria è onorare la memoria delle migliaia di vittime anonime di questo lungo conflitto.

Firmin Gbagoua
Vicario generale della diocesi di Bambari, area centromeridionale del paese, è stato assassinato con un colpo di pistola allo stomaco. La responsabilità, secondo le testimonianze, va attribuita a un gruppo di miliziani che hanno fatto irruzione nel presbiterio della cattedrale di San Giuseppe alla ricerca di denaro. Nella zona sono attive milizie armate sia della coalizione Seleka (che si autodefinisce islamica) sia degli anti-balaka (formazioni che si autodefiniscono cristiane). Il sacerdote si era sempre speso per attenuare le tensioni tra cristiani e musulmani e questo suo impegno non era ben visto da tutti.