Rapporto "Make their lives miserable"
Human Rights Watch ha diffuso i dati sulle politiche attuate da Gerusalemme dal 2012 nei confronti dei richiedenti asilo Eritrei e Sudanesi. La regola generale è solo una: rendergli la vita impossibile e cacciarli via.

Nei giorni scorsi Human Rights Watch (Hrw) una delle più autorevoli organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, ha diffuso un rapporto sulle politiche di Israele nei confronti dei richiedenti asilo Eritrei e Sudanesi, questi ultimi provenienti in gran maggioranza dal Darfur. Il titolo è già un sommario: “Rendere la loro vita miserabile” in modo da costringerli a lasciare il paese.
Questo genere di politiche sarebbero state messe a punto a partire dal 2012, dopo che erano già stati espulsi 2.300 immigrati da paesi sub-sahariani. Erano rimasti però circa 37.000 eritrei e 14.000 sudanesi che, da quel momento, sono stati sottoposti a misure volte a rendere la loro vita impossibile in Israele.
In gennaio in migliaia hanno dimostrato per le strade di Tel Aviv e Gerusalemme denunciando che il governo israeliano li considera infiltrati, dal momento che in gran parte hanno passato il confine tra Egitto ed Israele illegalmente, parecchi dopo essere stati sequestrati per lunghi periodi dai trafficanti che hanno le loro basi nel Sinai, e perciò di incarcerarli in centri di detenzione senza garanzie legali e per periodi indeterminati. I dimostranti chiedevano che le autorità competenti accertassero il loro diritto al riconoscimento dello status di profugo, e dunque venissero loro riconosciute tutte le garanzie previste dalla convenzione di Ginevra, e in particolare il diritto alla protezione, il diritto di lavorare, di muoversi liberamente, accesso ai servizi sanitari, all’educazione e altri, fin che il loro ritorno a casa non sia possibile in modo sicuro.
Le domande dei richiedenti asilo eritrei e sudanesi hanno trovato orecchie e porte chiuse, dice il rapporto, tanto che, nei primi sei mesi del 2014 erano almeno 6.400 i sudanesi e 367 gli eritrei che avevano lasciato Israele in modo ufficiale per far ritorno in patria mentre il diritto di asilo è stato riconosciuto solo a due eritrei e un sudanese. A moltissimi di quelli che sono tornati, è stata praticamente estorta una dichiarazione di ritorno volontario mentre erano nei centri di detenzione, o sotto la minaccia di esservi imprigionati. Questo, ha affermato l’alto commissario dell’Onu per i rifugiati a Tel Aviv, non può essere considerato un rimpatrio volontario.
Hrw dichiara che molti dei rimpatriati hanno avuto gravi problemi al loro ritorno. In particolare cita il caso di almeno sette sudanesi che sono stati incarcerati e interrogati dalla polizia per la sicurezza nazionale; uno è stato torturato, un altro messo in isolamento e un terzo accusato di tradimento per essere stato in Israele. Infatti, secondo la legge sudanese, avere contatti con Israele è un crimine punibile anche con 10 anni di carcere, e dunque questo dovrebbe già costituire un motivo per ricevere protezione e asilo politico in Israele.
Per quanto riguarda gli eritrei, altri rapporti documentano che il loro governo li considera disertori e dunque li imprigiona e poi li rimanda ai lavori forzati nei posti più disagiati del paese. Per questo, in altri paesi, compresa l’Italia, l’83% degli eritrei riceve una qualche forma di protezione, e dunque ci si aspetterebbe lo stesso da Israele.