L’esperienza di Milano

Sprar e Progetto Morcone troppo carenti sia per il numero di posti letto per l’accoglienza, sia per gli investimenti sui percorsi di inserimento. La città è così diventata solo un luogo di passaggio nell’attesa di muoversi verso l’Europa.

Dal 2008 al 2011 circa 3mila persone hanno ricevuto ospitalità nei centri di prima accoglienza meneghini, di cui, però, solo una piccola percentuale aveva presentato richiesta di asilo a Milano. La città, infatti, non è la prima porta d’ingresso dei richiedenti asilo nel nostro paese, anche se rimane un polo di attrazione notevole per persone che cercano un contesto che possa offrire loro maggiori possibilità di lavoro e risorse abitative. La città di Milano promette molteplici opportunità per ciò che riguarda l’accoglienza, accostando servizi di assistenza pubblici a importanti realtà di volontariato. Purtroppo questa rete diversificata che include dormitori, servizi di orientamento lavorativo, assistenza legale e sanitaria non riesce a sopperire ai bisogni di tutti a causa di una forte carenza strutturale, di cui soffre da molti anni.

La prima accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati è gestita da quattro ambiti/strutture che si sovrappongono e s’interfacciano, spesso rimbalzandosi le persone da un centro all’altro: il sistema Sprar (44 posti); il Progetto Morcone (400 posti); strutture del privato sociale con progetti dedicati ai rifugiati; alcuni dormitori o centri di accoglienza che sono destinati, in generale, a persone in stato di indigenza gestiti da cooperative o enti religiosi.

 

Carenze croniche

L’inserimento nelle strutture dedicate ai rifugiati, come lo Sprar e i centri polifunzionali del Progetto Morcone, è gestito dall’ufficio rifugiati del comune, che segue apposite liste di attesa. Il Progetto Morcone, valido fino al 2014, contempla la possibilità di permanenza per dieci mesi nei centri che, 8 in tutto, sono gestiti per la maggior parte dalla Cooperativa Farsi Prossimo, una cooperativa sociale  fondata nel 1993 e promossa nell’ambito delle attività della Fondazione Caritas Ambrosiana, in collaborazione con il comune e la Caritas Ambrosiana

Va sottolineato che i posti Sprar a Milano sono considerati a “integrazione” al Progetto Morcone, nel senso che si tratta di posti destinati al completamento del percorso di integrazione di quei beneficiari che hanno dimostrato particolare impegno nella ricerca dell’autonomia, ma che hanno bisogno di un tempo aggiuntivo per portarla a termine. Inoltre, Milano è una delle poche città d’Italia in cui lo Sprar non significa un alloggio vero, dove le persone possano ricostruire una dimensione di vita normale, bensì un dormitorio, con l’obbligo di uscita dalle 8 del mattino alle 18.

Purtroppo, sia il Progetto Morcone sia lo Sprar si sono rivelati carenti non solo per il numero di posti letto previsti per l’accoglienza, ma anche per gli investimenti insufficienti fatti sui percorsi di inserimento socio-lavorativo. La scarsità dei posti ha come conseguenza un elevato avvicendamento nelle strutture e una media della permanenza nei dormitori decisamente inferiore ai dieci mesi previsti.

Un’altra difficoltà importante riguarda la separazione dei nuclei familiari: infatti, sono preferiti i grandi dormitori, divisi tra maschi e femmine, dove solo le madri possono vivere con i figli, invece che appartamenti o strutture dove le famiglie possano vivere unite.

La situazione dell’accoglienza milanese si è fatta ancora più complessa con l’inizio dell’Emergenza Nordafrica (Ena), nel febbraio 2011 e l’attuazione del piano accoglienza apposito per i profughi provenienti dalla Libia. Il Comune di Milano ha preferito non redigere nessuna convenzione con strutture ricettive private, quali alberghi o residence, ospitando i “profughi” in strutture di accoglienza per rifugiati già presenti sul territorio e implementando i posti già esistenti (350 posti in più). Questa scelta politica, improntata a garantire uno standard di accoglienza elevato comprensivo di tutti i servizi Sprar per i richiedenti Ena, ha avuto un risvolto negativo sulla rete dell’accoglienza lombarda. Infatti, scegliendo di non utilizzare strutture ricettive private il comune di Milano ha potuto accogliere solo 350 (scesi a 275 a febbraio 2013) dei circa 3.690 Ena presenti in Lombardia (scesi a 2.036 a febbraio 2013). Il grosso dei “profughi” destinato alla Lombardia è così stato dirottato nei grandi residence dei comuni dell’hinterland milanese (ad esempio il Residence Ata Hotel di Pieve Emanuele che ha ospitato fino a 400 profughi). (…)

 

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