L’esperienza di Palermo

Nel luogo di approdo dei migranti e dei richiedenti asilo le strutture di accoglienza sono deficitarie. I più fortunati accedono ai pochi posti disponibili; spesso le persone sono oggetto di violenze e abusi. Sui rifugiati sta nascendo un nuovo business.

In Sicilia ci sono più strutture per rifugiati che in ogni altra regione italiana: solo nel centro (il “mostro”) di Mineo sono ospitate più di tremila persone.

Con la fine dell’Emergenza Nordafrica (febbraio 2013) erano presenti nelle strutture della protezione civile dell’isola più di 1200 richiedenti asilo (tra donne, uomini e minori non accompagnati), molti dei quali se ne sono poi andati senza lasciare alcuna traccia.

Con il passaggio della gestione dalla protezione civile alle prefetture molti rifugiati hanno perso il posto dove dormire, unico punto di riferimento per cercare di costruire un proprio futuro. Per quelli che hanno deciso di restare, è così cominciato il peregrinare nelle campagne siciliane alla ricerca di una dimora e di un lavoretto: da Marsala a Ribera, da Cassibile a Pachino, da Alcamo a Licata. Molti di loro sono diventati la manovalanza sfruttata dagli agricoltori, spesso vittime di quotidiane violenze. La difficoltà nel reperire un alloggio li costringe, poi, a trovare riparo in case fatiscenti o in rifugi di fortuna, se non per strada.

È chiaro che per i rifugiati l’incubo non finisce con lo sbarco in Sicilia. Essendo quasi sempre disattese le leggi e le direttive vigenti, chi scappa da guerre e violenze finisce spesso per essere “accolto” in un Cara (Centri di accoglienza richiedenti asilo) per più di un anno, in attesa di conoscere il proprio futuro, senza un’informazione corretta, senza un contributo economico, senza una mediazione o una progettazione serie, volte a favorire un inserimento nella nostra società.

Come possiamo pensare che un rifugiato politico, dopo un anno trascorso chiuso in un centro, possa entrare in relazione con il mondo esterno? Come potrebbe trovare lavoro o alloggio?

Per i più fortunati (è una vera e propria lotteria) si aprono le porte dello Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). In Sicilia sono disponibili in queste strutture circa 350 posti, suddivisi in tutte le province, tranne per Palermo ed Enna, con un finanziamento superiore ai 6 milioni di euro (triennio 2011-2013).

I posti sono insufficienti e spesso i progetti non sono andati a buon fine; qualcuno non ha avuto remore nel giocare con le vite di queste persone, spesso lucrando sul progetto. Per fortuna, per il prossimo triennio, sono stati riscritti sia i criteri per l’assegnazione dei posti sia le procedure per evitare, appunto, le distorsioni che si sono verificate.

Ai Cara siciliani si affiancano strutture senza un’entità giuridica chiara, come per esempio quella di Siracusa, nata da poco. La prefettura invia persone in questo centro attraverso un semplice verbale di affidamento del singolo ospite all’ente gestore. Al momento non esiste, quindi, né una convenzione né un contratto. Pertanto, non esiste un termine di scadenza dell’accoglienza, sulla quale l’ultima parola spetta alla prefettura.

L’ente gestore si occupa di fornire alloggio, pasti (attraverso un servizio di catering esterno) e il vestiario: gli ospiti destinati alla struttura dovrebbero restare per il tempo strettamente necessario alla loro identificazione, per poi essere trasferiti in altre strutture più idonee. Ma nella realtà dei fatti gran parte degli ospiti, invece dei 2-3 giorni necessari per l’espletamento delle procedure, permane per mesi interi. Il risultato è l’allontanamento volontario, un carente controllo sanitario e, vista la promiscuità tra minori e adulti, il verificarsi, talvolta, di abusi e violenze.

 

La situazione dei centri

Caltanissetta vanta un triste primato: la struttura di Pian del Lago, a tre km dalla città, è l’unica dove coesistono tutte e tre le tipologie di centri: Centri di prima accoglienza (Cda), Cara e Centri di identificazione ed espulsione (Cie). Inoltre, per non farsi mancare nulla, da circa due anni ha sede nella struttura anche l’ufficio immigrazione della questura. Pian del Lago presenta problemi rilevanti: una ubicazione disagiata; difficoltà di natura sanitaria; nessuna attività culturale o ricreativa come corsi di italiano, di educazione civica, di educazione stradale, di educazione sessuale, nessuna attività sportiva… Nulla. (…)

 

* laico comboniano di Palermo

 

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