Repubblica Centrafricana
Malgrado la presenza dell’esercito francese e dei caschi blu africani della Minusco, la situazione a Bangui si deteriora ogni giorno che passa, con la violenza che non accenna a diminuire. Profonde le divisioni all’interno dei movimenti. Mentre i diamanti continuano a ingrassare le tasche dei ribelli.

Il «parziale miglioramento dell’ordine pubblico a Bangui», riportato in un rapporto di esperti, datato 28 ottobre 2014, e presentato al Consiglio di sicurezza dell’Onu è stato poi contraddetto dai fatti. Anche all’inizio di dicembre si respirava un clima pesante nella capitale centrafricana, dove si sono commessi molti crimini, non segnalati né dalle Nazioni Unite né dall’esercito francese. Un non-centrafricano rivela che il furto di moto dove il conducente viene colpito e disarcionato da alcuni spari e poi freddato a terra, è ormai un fatto ricorrente.

Il 25 novembre scorso, le tensioni a Bangui si sono acuite ancora di più per la la rivolta nel carcere di Ngaraba, tra i detenuti e i militari rwandesi della missione Onu in Centrafrica (Minusca), incaricati di mantenere l’ordine nel paese. Le cause della sommossa sono state il sovraffollamento delle celle e l’assenza di farmaci. Rivolta che ha assunto toni assai violenti.

Dei soldati rwandesi sono stati feriti dai detenuti, alcuni dei quali armati di lanciagranate. Le armi degli ammutinati arrivano grazie a quei tunnel che consentono ai prigionieri di entrare e uscire a loro piacimento dal carcere. Questi detenuti sarebbero incoraggiati nelle loro azioni da ministri anti-balaka, ha confidato il consulente di un ministro.

Malgrado la firma del cessate il fuoco in luglio, circa 2mila veterani dell’ex Seleka, il movimento ribelle composto principalmente da musulmani, e 1.500 miliziani anti-balaka continuano a minacciare costantemente la pace e la sicurezza del paese, che, di fatto, subisce una divisione al suo interno. 

Frammentazione e caos. Il quadro si complica con la crescente frammentazione delle forze in campo: ne rappresenta un esempio l’implosione del Fronte popolare per la rinascita del Centrafrica (FprC), che raggruppa i sostenitori dell’ex Seleka. Una situazione che pone seri dubbi sulla correttezza e fattibilità nell’organizzazione delle elezioni presidenziali e legislative, previste entro l’estate. Secondo gli esperti dell’Onu, a complicare ulteriormente la scena ci sono le lotte intestine al gruppo Seleka tra peul e goula; i progetti secessionisti dei ribelli della fazione FprC legata all’ex presidente Michel Djotodia e al suo alleato Nourredine Mahamat Adam, che tramano per l’indipendenza della Repubblica islamica di Dar al-Kuti, nel nord del paese. Per contro, gli anti-balaka si dividono tra i nordisti gbaya e gli yakoma del sud. I comandanti militari sono in competizione tra loro per strappare la direzione della componente più strutturata, il Coordinamento nazionale dei liberatori, al suo capo, Patrice Edouard Ngaïssona. Come se non bastassero questi fattori di crisi, il movimento ribelle ugandese l’Esercito di resistenza del Signore (Lra), che affligge e imperversa in quattro province orientali, collabora logisticamente con uno dei gruppi ex Seleka, comandato dal “colonnello” Ahmed Sherif, nella provincia di Mbomou.

Il quadro che ne emerge è davvero complesso e fragile per poter pensare di arrivare all’appuntamento elettorale in un clima di fiducia e serenità.

Il rimpasto governativo dell’agosto scorso, con la nomina a ministro della gioventù e dello sport del comandante ribelle Armel Ningatoloum Sayo – guida del movimento Rivoluzione e giustizia –, rafforza poi il pensiero, secondo gli autori del rapporto, che creare un gruppo armato sia la strada più rapida per ottenere un ministero. Quanto all’azione del nuovo esecutivo, è giudicata debole dai funzionari dell’Onu. I componenti del governo si neutralizzano reciprocamente, quando non si tratta di dividersi denaro pubblico. Come è successo con i 2,5 milioni di dollari “evaporati” che facevano parte di un finanziamento di 10 milioni di dollari donati, nel marzo 2014, da un cittadino angolano alla presidenza per pagare i funzionari. Ammanco che ha indotto il Fondo monetario internazionale a sospendere le operazioni.

Il business dei diamanti. Mentre le esportazioni di diamanti sono sotto embargo dal maggio 2013, privando lo stato del 20% del suo bilancio, il denaro frutto del contrabbando riempie le casse dei ribelli. Da mesi il ministro centrafricano delle miniere, Joseph Abgbo, lancia appelli affinché venga revocato l’embargo, spiegando che non bisogna «aggiungere miseria a miseria». Ciò è comprensibile: secondo le statistiche del Processo di Kimberley – nato per frenare il traffico illegale di diamanti sporchi di sangue –, sono venuti a mancare al paese 62 milioni di dollari, la metà dei proventi delle esportazioni e che rappresentano il 20% circa del suo bilancio. Ma i partecipanti all’assemblea generale del Processo, che si è tenuta in Cina dall’11 al 14 novembre, hanno mantenuto l’impegno assunto nel giugno scorso dai 54 membri, tra cui l’Unione europea, di non introdurre diamanti centrafricani nel circuito commerciale, per il rischio di riciclare diamanti dei ribelli.

Dal momento in cui il Centrafrica ha subito le restrizioni del Processo di Kimberly, sono stati fatti uscire di contrabbando dal paese 140mila carati, per un valore stimato di 24 milioni di dollari (38% del valore delle esportazioni).

Il 23 maggio 2014, la polizia belga ha sequestrato un pacco sospetto contenente 6.634 carati che erano stati inviati, attraverso Kinshasa e poi Dubai, a una società con sede ad Anversa chiamata Kardiam. Che è la filiale belga della società diamantifera centrafricana Badica, di proprietà dell’uomo d’affari Abdul Karim dan Azoumi. Secondo gli esperti in gemmologia di Anversa, alcuni diamanti sequestrati presentavano caratteristiche identiche a quelli che si trovano nella regione dell’Alto Kotto, dove gli ex Seleka riscuotono imposte sugli aerei che trasportano diamanti e dai commercianti stessi.

I diamanti sequestrati ad Anversa provenivano da Dubai, dove il responsabile della borsa dei diamanti ha rivelato che quelle pietre preziose erano accompagnate da un certificato di origine congolese. Sono coinvolti nel traffico gli uffici in Rd Congo di tre aziende che lavorano diamanti: Afrogem, Saga e Solidiam. Inoltre, un commerciante interrogato da funzionari dell’Onu ha ammesso di aver acquistato delle gemme dal leader anti-balaka “Mama Drogba” a Sasele, nella provincia di Mambéré-Kadeï.

Le reti di contrabbando di diamanti, ma anche di oro, si snodano anche in territorio camerunese. Mentre il traffico di avorio e di caffè, in mano soprattutto agli ex Seleka, si rivolge al mercato sudanese. La presenza di banditi armati su gran parte del territorio è molto costoso in termini umanitari. In totale, nei primi 8 mesi del 2014 sono state registrate 247 azioni tese a bloccare l’arrivo di aiuti umanitari alle popolazioni bisognose. Secondo l’Alto commissario per i rifugiati dell’Onu, sono circa 852mila i centrafricani che vivono lontani dalle loro case, a un anno dalla presa di Bangui da parte delle milizie anti-balaka. Quasi un quinto della popolazione. Nel 2014, più di 187mila rifugiati hanno trovato riparo nei paesi confinanti. Attualmente sono 423mila i centrafricani fuggiti all’estero, soprattutto in Camerun e Ciad. L’Rd Congo ha accolto 70mila centrafricani e il Congo 20mila.

Articolo estratto dal numero di Nigrizia di gennaio 2015.