Il denaro spedito in patria
Calate sia in termini assoluti (6,8 miliardi di euro) sia quelle inviate dagli africani (725 milioni) nei loro paesi d’origine. La crisi economica, evidentemente, morde il freno. Ma a livello mondiale cresce il tesoro degli immigrati. Raggiunta quota 529 miliardi di dollari, somma tre volte superiore agli aiuti allo sviluppo verso i paesi poveri.

La crisi economica. Meno soldi in tasca. Alcuni – soprattutto tra gli africani subsahariani – che abbandonano lo Stivale in cerca di nuove opportunità, in altre realtà. Un quadro di difficoltà che emerge anche dall’annuale fotografia delle rimesse: nel 2012 si registra una brusca frenata dei flussi di denaro che gli stranieri soggiornanti in Italia spediscono nei loro paesi d’origine.

Gli ultimi dati della Banca d’Italia, che monitora con regolarità il fenomeno, mostrano con evidenza questa flessione: si è passati dai 7,4 miliardi di euro che hanno oltrepassato la frontiera italiana nel 2011 ai 6,83 miliardi nel 2012.

Clicca per ingradirePer gli africani il dato, in percentuale, è ancora peggiore: si passa dagli 847 milioni e qualche spicciolo del 2011 ai quasi 726 milioni dell’anno scorso. Il calo non è una novità. Anzi, il dato è figlio di un trend. Nel 2008 le rimesse africane, in termini assoluti, avevano toccato i 927 milioni, pari a quasi il 15% sul totale. Oggi la percentuale è scesa al 10,62% con un dato complessivo in discesa pure quello.

Diverse le ragioni della flessione: innanzitutto un mercato del lavoro che non offre più le condizioni di un tempo. Questo comporta, inevitabilmente, anche la presenza di meno stranieri. È ciò che è successo con gli immigrati di origine africana. Dati Istat: al 1° gennaio 2011 gli africani dell’area subsahariana regolarmente presenti in Italia erano 338.322. Un anno dopo erano calati a 330.357. Otto mila in meno.

 Ma anche comunità consistenti, come quella marocchina (506.369 al 1° gennaio 2012) hanno inviato molto meno denaro in patria: 242 milioni e 500mila euro contro i circa 300 milioni del 2011 (erano 339,5 milioni nel 2007). Questo può anche significare che molti, avendo scelto l’Italia come paese di residenza, hanno avvicinato e ricongiunto a sé la propria famiglia. A quel punto non era più necessario destinare una parte del risparmio ai paesi d’origine.

Nel complesso, tuttavia, si nota un calo in tutta l’area nordafricana. I tunisini, ad esempio, hanno dimezzato i loro invii: dai 101 milioni del 2007 ai 52 del 2012.

Chi invece ha aumentato sensibilmente le rimesse è la comunità ivoriana (24.235 persone), che ha spedito l’anno scorso 23,8milioni di euro contro 16,6 del 2011. Ma cifre relativamente basse rispetto al totale.

 Il dato italiano è comunque in controtendenza rispetto ai valori globali. Secondo le tabelle di aprile della Banca mondiale nel 2012 le rimesse complessive dei 215 milioni di immigrati “legali”  sparsi nel pianeta sono state pari a 529 miliardi di dollari (501 nel 2011). Di questi, 401 miliardi sono andati ai paesi in via di sviluppo (Pvs), con un aumento del 5,3% rispetto al 2011. 

Cifre destinate ancora a crescere. Secondo le previsioni della Bm, nel 2014 le rimesse avranno un valore di 608 miliardi di dollari, di cui 468 ai Pvs. Se i 529 miliardi del 2012 fossero il Pil di una nazione, quel paese si collocherebbe al 22° posto nella classifica mondiale.

Una somma che rappresenta anche una sferzata ai paesi più ricchi e alle loro politiche nei confronti dei Pvs: si tratta infatti di una cifra tre volte superiore a quella destinata agli aiuti allo sviluppo verso i paesi poveri. Come se gli “emergenti” si aiutassero da soli.

La Nigeria si colloca al vertice della classifica africana per le rimesse globali dei suoi emigrati: 21 miliardi di dollari nel 2012, seguita dall’Egitto che in 5 anni è passato da 9 a 18 miliardi di dollari.

 Per alcuni paesi africani, poi, le rimesse sono tra le principali voci di bilancio statale: in Liberia rappresentano il 31% del Pil, nel Lesotho il 27%.

 A frenare il flusso, resta ancora l’incidenza del costo del trasferimento del denaro (commissioni a banche o agenzie), che in alcune realtà arriva ad essere il 20% della rimessa. Il costo medio s’aggira sul 9%. Bm ha calcolato che se tale onere scendesse al 5%, salirebbe immediatamente, ogni anno, di 16 miliardi il valore delle rimesse.