Economia in bianco e nero – dicembre 2015
Riccardo Barlaam

Mi è capitato di incontrare di nuovo Nkosazana Dlamini-Zuma, sudafricana, 66 anni, presidente della Commissione dell’Unione africana, a Milano. Medico, ricercatore, esule per motivi politici al tempo dell’apartheid e poi ministro della sanità nel primo governo Mandela e poi anche degli esteri con Mbeki, questa signora da luglio 2012 è a capo dell’Ua. È la prima donna che guida l’organizzazione, e già questo è un primato. Forse il prossimo anno gli Stati Uniti avranno un presidente donna, per Nazioni Unite, Ue e per il governo italiano chissà quando succederà.

Gira sempre in abiti tradizionali e con il tipico copricapo delle donne africane, a rimarcare l’orgoglio dell’appartenenza, le radici, il rispetto della cultura tradizionale e anche la nobiltà di provenienza della sua tribù, e ha ben chiaro il modo con cui trattare con noi occidentali. Alla pari. E non da sudditi. È passato il tempo della colonizzazione, sembra dire lei dalla fierezza con cui si rivolge a chi incontra. Ed è tempo di archiviare anche la colonizzazione economica, nel segno dell’orgoglio e della dignità africana.

Sotto il mandato di Dlamini-Zuma, i capi di stato dei 54 paesi africani hanno approvato pochi mesi fa “Agenda 2063, the Africa we want”. Documento programmatico, in cui gli africani disegnano l’Africa che vogliono realizzare da qui al 2063, il prossimo mezzo secolo. La versione definitiva di questo documento datata aprile 2015, mi è ritornata tra le mani in occasione della visita milanese della presidente a Expo e al mio giornale. In ogni caso, è davvero interessante leggere Agenda 2063 e immaginare come potrebbe trasformarsi il continente se questi princìpi nei prossimi 50 anni verranno trasformati da parole scritte sulla carta e condivise dai capi di stato e di governo africani, in realtà fattuale per la gente d’Africa. Riporto di seguito alcune parti del documento.

Articolo 1: “(…) Agenda 2063 è radicata nel Panafricanismo e nel Rinascimento africano. Fornisce un quadro programmatico per la realizzazione del 21° secolo come il Secolo africano”.

Articolo 2: “(…) Noi sentiamo la chiamata del Panafricanismo che chiama l’Africa a unirsi per realizzare il suo Rinascimento. Le generazioni attuali sanno che il destino dell’Africa è nelle loro mani e sanno che devono agire ora per creare il futuro che essi vogliono”. Senza aspettarsi aiuti dall’alto insomma, ma un invito forte ad autodeterminarsi il futuro.

E ancora, nell’articolo 4, scritto a caratteri dorati: “Noi crediamo in una Africa integrata, prospera e pacifica, guidata dai propri cittadini e che rappresenti una forza dinamica nell’arena internazionale”.

Questi i sette punti dei programmi di Agenda 2063.

1) Un’Africa di prosperità basata su una crescita inclusiva e uno sviluppo sostenibile.

2) Un continente integrato, politicamente unito e basato sugli ideali del Panafricanismo e sulla visione di un Rinascimento africano.

3) Un’Africa del buon governo, democrazia, rispetto dei diritti umani, giustizia e rispetto della legge.

4) Un’Africa in pace e sicura.

5) Un’Africa con una forte indentità culturale, eredità comune, valori condivisi ed etica.

6) Un’Africa in cui lo sviluppo sia orientato verso la gente, sviluppando il potenziale degli africani, specialmente donne e giovani.

7) Africa come attore e partner globale, forte, unito e influente.

A ognuno di questi sette punti seguono una serie di sotto-princìpi e programmi da attuare, che vi consiglio di leggere. Ce ne sono alcuni con date e numeri precisi con i quali chiudo questa mia nota, sperando che possano prima o poi realizzarsi: “Eliminare la povertà in una generazione. Il Pil di tutta l’Africa deve crescere ed essere proporzionato alla sua popolazione e alle sue risorse naturali. Nel 2063 almeno il 50% delle cariche elettive pubbliche e delle posizioni manageriali dovranno essere occupati da donne. Tutte le armi dovranno tacere entro il 2020”.

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