Kenya
La Corte Penale Internazionale ha rimandato a tempo indeterminato il processo per crimini contro l’umanità in cui è imputato il presidente kenyano eletto nel 2012. Questo perché Nairobi non collabora e quindi mancano le prove. Intanto gli scontri inter-etnici sono tutt’altro che sopiti.

Il procuratore capo della Corte penale internazionale (Cpi), Fatou Bensouda, ha chiesto di rinviare a tempo indeterminato l’avvio del processo al presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, per crimini contro l’umanità. All’origine della richiesta, la mancata collaborazione di Nairobi, che lascia la procura con prove insufficienti per portare il capo di Stato davanti ai giudici. Il processo, che sarebbe dovuto iniziare il 7 ottobre, è già stato rinviato più volte, in attesa che la procura raccogliesse prove contro Kenyatta, accusato di aver alimentato violenze inter-etniche dopo le elezioni presidenziali del 2007. 

«La persona accusata in questo caso è a capo del governo che finora non è venuto completamente incontro agli obblighi verso la Corte», ha sottolineato Bensouda, motivando così la richiesta di posticipare il procedimento. La procura aveva chiesto alle autorità di Nairobi i dati telefonici e bancari del presidente nella speranza di trovare prove che confermassero la sua tesi dopo il ritiro dal caso dei principali testimoni.
Dalla sua elezione nel 2012, Kenyatta ha fatto pressioni diplomatiche per far cadere le accuse contro di lui, e contro il suo vice William Ruto, anch’egli sotto processo con imputazioni simili.

La questione degli scontri inter-etnici è, purtroppo, ancora all’ordine del giorno in Kenya. E’ di pochi giorni fa l’allarme della Croce Rossa del Kenya che ha reso noto che oltre 19mila persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni nella regione di Mandera, a nord del Paese, vicino alla frontiera con la Somalia. Regione, tra l’altro, martoriata anche dalle incursioni degli islamisti somali di Al Shabaab che hanno intensificato azioni contro il Kenya a ritorsione per l’intervento di Nairobi in Somalia per sconfiggerli. Rimane tuttavia il conflitto perenne tra i clan Garre e Degoida che, oggi, possono disporre di armi illegalmente acquisite proprio grazie alla turbolenza nell’area del confine somalo. Gli attacchi tra le fazioni rivali hanno «coinvolto 11 comunità e ad oggi – dice la Croce Rossa – hanno fatto 42 morti e 68 feriti, 1347 case sono state date alle fiamme, lasciando la popolazione senza un tetto, gli esercizi commerciali sono stati oggetto di saccheggi, così come le istituzioni, le scuole e i dispensari». La Croce Rossa, inoltre, fa sapere che la situazione si è ulteriormente complicata per i recenti attacchi delle milizie Al Shabaab che hanno ingaggiato con la polizia di Mandera violenti combattimenti.