Quali scenari dopo Bozizè

In un paese, come il Centrafrica, dove l’azione politica è dettata dalle organizzazioni internazionali, anche il nuovo presidente Djotodia si concentra sull’assalto alla diligenza. Continuano gli scontri nella capitale Bangui. Questo articolo è tratto dal numero di maggio di Nigrizia.

Bangui è caduta. Così abbiamo letto e ascoltato nei racconti del 23-24 marzo scorso. In realtà quel giorno accade “solo” che un inquilino moroso, François Yangouvonda Bozizé, generale golpista, poi eletto presidente della repubblica secondo un copione assai ben collaudato in Centrafrica, viene sloggiato da una casa che occupava abusivamente da tempo: il Palais de la Renaissance.

Sulle sponde dell’Oubangui non è caduto niente: la capitale era già per terra. Il potere era a disposizione di chi si prendeva la briga di raccoglierlo, da almeno tre anni.

In tutto questo tempo, di fatto, lo stato era ridotto alle sue pure espressioni muscolari, trincerato all’interno dei PK, i posti di blocco militari situati tra 9 e 12 km sulle principali strade che si irradiano da Bangui. Oltre questo perimetro, il Centrafrica è una semplice espressione cartografica. A nord e a est, la ribellione, come viene chiamata, ha il “controllo” del territorio, fatte salve alcune basi militari del tutto isolate, tenute in piedi dalla tecnologia francese e dalla logistica ciadiana. Ma attenzione. I vasti spazi della ribellione sono del tutto insicuri, tra attacchi dei banditi di strada – i famigerati zaraguinas – movimenti di gruppi armati sudanesi e ciadiani, incursioni dell’ugandese Esercito di resistenza del Signore (Lra). Del resto, il termine “ribellione” indica un coacervo di gruppi e gruppuscoli che disegnano sul terreno geografie variabili, nascono e muoiono e si scindono e si ricompongono a ripetizione anche se alcuni di essi mostrano una certa consistenza e persistenza: Ufdr, soprattutto; quindi Aprd, Fdpc, cui si aggiungono Cpsk e Cpjp. Insomma, le forze che confluiscono nella Seleka, termine che in sango, la lingua nazionale, vuol dire appunto “coalizione”, “unione”, “alleanza”.

 

Stato solo di nome

Quanto all’ovest e al sudovest, le terre di insediamento dei gbaya, il conglomerato etnico più numeroso in Centrafrica al quale appartiene lo stesso Bozizé, sono relativamente più sicure.

Ma la presenza dello stato è solo nominale: i pubblici funzionari non sono pagati, le forze dell’ordine lottano per la sopravvivenza e si arrangiano come possono, spesso taglieggiando le popolazioni locali; i giudici distaccati nei tribunali dipartimentali non si muovono dalla capitale; i presidi sanitari e i dispensari sono privi di farmaci e i medici provano a chiederne a ogni straniero che passa da quelle parti. La lotta alla likoundou,la stregoneria che ha ripreso vigore nei villaggi e persino nei centri urbani come Boda o Mbaïki, è affidata al coraggio e alla buona volontà di qualche commissario di polizia che ha deciso di rimanere mettendo in gioco la propria vita. Programmi sociali, assistenza all’agricoltura, sanità rurale? Neppure l’ombra. Circolano solo i finanzieri incaricati di riscuotere le imposte sull’attività diamantifera e forestale, che finiscono per alimentare delle proliferanti metastasi corruttive. Per il resto, qualche organizzazione non governativa e umanitaria, missionari e missionarie, sia religiose sia laiche, che si devono occupare di tutto.

Non è che a Bangui, prima della sua presa, le cose andassero diversamente. La capitale è una città aperta: militari e funzionari della Binuca, la forza di pace dell’Onu; la forza regionale chiamata Micopax o Fomac – messa in piedi dall’Unione europea e composta da soldati ciadiani, congolesi, gabonesi, camerunesi –; la forza francese denominata Boali, incaricata soprattutto di garantire la sicurezza dell’aeroporto e, con esso, l’apertura al mondo di un paese senza sbocco al mare. Da ultimo, una importante forza sudafricana, valutata da 200 a 400 soldati, con compiti genericamente difensivi ma altresì incaricata di garantire la sicurezza ravvicinata del presidente, dopo l’allontanamento dei ciadiani, di cui Bozizé non si fidava più.

Il governo, e lo stesso presidente, esercitano funzioni puramente nominali. L’azione politica, infatti, si svolge nell’ambito di linee-guida predisposte direttamente dalle organizzazioni internazionali. Queste funzionano come una specie di Direttorio incentrato sul sistema onusiano che appronta un “Plan Cadre 2012-2016”, praticamente l’armatura programmatica e contabile dell’intera presidenza Bozizé. Soldati, funzionari, osservatori, espatriati: Bangui vive di questo, completamente scollata da un paese che non esiste più. E per il quale solo l’ipocrisia internazionale, e qualche buona speranza, evitano di pronunciare la parola-tabù: somalizzazione.

La calata della Seleka è dunque un atto tanto inevitabile quanto tardivo. Inevitabile, perché non c’erano più interlocutori a Bangui, come mostra il fatto che, al silenzio dei perduti padrini politici – il Ciad e la Francia – si sono accodati anche i numi tutelari di Brazzaville e Libreville, dove pure era stata organizzata una specie di messinscena che aveva portato a un “accordo” tra Bozizé e Seleka, nello scorso mese di gennaio. E si sono accodati la Comunità economica degli stati dell’Africa Centrale (Ceeac), il Consiglio di sicurezza dell’Onu, l’Organizzazione internazionale della francofonia. E non c’è troppo da dire sul fatto che una città rigurgitante di soldati non sia stata difesa. Pletorico e mal guidato, prova infelice del nuovo corso impresso da Zuma alla politica africana di Pretoria, il corpo di spedizione sudafricano ha pagato il tributo di sangue più forte – 13 militari uccisi – accanto alla popolazione civile: un centinaio di morti nelle prime tre settimane, con i cadaveri che però continuano a essere raccolti quotidianamente dalle strade.

Inevitabile, ma pure tardiva la presa della capitale. Infatti, gli uomini armati sul terreno, i signori della guerra come Aubin Issa Issaka e, ancor più, Noureddine Adam, premevano almeno da febbraio per chiudere la partita con l’inaffidabile e ormai inutile Bozizé, essendosi accertati dell’impassibilità dei suoi presunti protettori. Tergiversavano invece i “politici”, ossia coloro che in base agli accordi di Libreville erano entrati nel governo, da Gazam Betty a Nicolas Tiangaye, attuale primo ministro che succede a sé stesso, a Michel Djotodia, il presidente autoproclamato.

 

Un golpista già visto

Già, Djotodia. Chi è costui? La sua biografia è scarna, ma forse non può che essere così per questo signor nessuno di 66 anni, un goula della Vakaga, che studia e risiede per 14 anni in Unione sovietica. Al ritorno, vive scisso tra commerci familiari e frequentazioni di sottopotere a Bangui o all’estero: console a Nyala, un non-luogo che però è la porta del Darfur, dove ogni traffico è ammesso. Insomma, un politicante come i tanti che ci ha abituati a vedere il Centrafrica negli oltre cinquant’anni di indipendenza, un paese che dopo la morte violenta di Barthélemy Boganda non è riuscito mai a decollare davvero sul piano politico. In un paese massacrato in ogni senso da una delle esperienze coloniali più devastanti d’Africa, Djotodia e la sua presa di potere fanno figura di uno spettacolo già visto attraverso i golpisti, dittatori, predatori che si sono susseguiti da Dacko a Bozizé, passando per il grottesco “imperatore” Bokassa seguito da Kolingba e Patassé.

Che farà ora Djotodia? Non avendo alcun programma per il paese, cercherà probabilmente di costruirne uno per sé stesso. Djotodia, seguendo l’annoso copione centrafricano, ha già cominciato l’assalto alla diligenza, piazzando una schiera di famigli nel governo. Ma il potere a Bangui si gioca su un tavolo con tre gambe. Contrariamente alle apparenze, la più debole può essere proprio la sua. Che reggerà fin quando il presidente autoproclamato riuscirà a dimostrare ai padrini locali, Idriss Déby presidente del Ciad prima di tutti, che può essere in qualche modo il garante di un passaggio stabile a capo del neo-istituito Consiglio superiore della transizione, rispettando un arco temporale di 18 mesi, fissato dalla Ceeac e più o meno esplicitamente accolto dalla comunità internazionale. La seconda gamba è il braccio combattente di Seleka, di cui la personalità emergente è senza dubbio Noureddine Adam: un guerriero di professione, ministro incaricato della sicurezza pubblica, praticamente destinato a mantenere il controllo sul territorio e sulle forze armate. Un soldato di ventura, giovane, musulmano come Djotodia, formazione internazionale (scuola di polizia al Cairo), ampie frequentazioni ciadiane, si sta rivelando un abile politico che presto o tardi presenterà un suo conto da saldare: come già fece con Bozizé, che pure aveva aiutato, ma senza riceverne la “giusta” soddisfazione. La terza gamba è rappresentata dal Nicolas Tiangaye. Avvocato di grido, già presidente della Lega centrafricana dei diritti umani, è la faccia presentabile dell’eterogenea compagine installata a Bangui. Il primo ministro sta facendo il giro delle capitali che contano, e può diventare la figura di riserva su cui la comunità internazionale intende puntare in caso di nuovi scenari che, anche a breve, si potranno determinare.

A Bangui i mitra non hanno mai smesso di crepitare. Tanto che il 18 aprile i dirigenti dell’Africa centrale, riuniti a N’Djamena (Ciad) hanno deciso di quadruplicare, portandolo a 2000, il numero degli uomini della Forza multinazionale presente nella capitale centrafricana. Inoltre è stato previsto per il 2-3 maggio a Brazzaville (Congo) un altro summit dei paesi dell’Africa centrale per sostenere la transizione del Centrafrica. Ma intanto nell’ovest centrafricano, in piena terra gbaya, estranea ai nuovi padroni del gioco oubanguiano provenienti dal nordest, si sta organizzando e rafforzando una vecchia-nuova guerriglia. Ne è capo Abdoulaye Miskine, un’antica conoscenza che sta federando il suo proprio gruppo Fdpc, uscito qualche mese fa dalla Seleka, con il Cnrd di Armel Sayo, già capo della sicurezza di Patassé, travolto nel 2003 dal colpo di stato di Bozizé. Nel frattempo, circolano nella stessa zona, a ridosso della frontiera camerunese, elementi sbandati delle Faca, le Forze armate centrafricane, fedeli a François Bozizé: il presidente eletto che, dal suo rifugio di Yaoundé (Camerun), non si stanca di reclamare un ritorno all’ordine costituzionale…

 

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