La memoria di Thomas Sankara è abituata alle contese. È così sin dal suo assassinio nel 1987, quando l’allora 37enne rivoluzionario cessò di essere capo di stato del Burkina Faso per ascendere al pantheon panafricanista. Per 27 anni dopo la sua morte, la disputa ha riguardato i vani tentativi di damnatio memoriae da parte di chi lo aveva fatto uccidere per poi rimpiazzarlo al potere, il suo ex braccio destro Blaise Compaoré.
Oggi se ne discute per motivi opposti: Sankara è praticamente glorificato. Tanta fama si deve soprattutto all’attuale capo di stato burkinabè, il capitano Ibrahim Traoré, al potere con un golpe dal 2022 e ispirato esplicitamente alla rivoluzione sankarista. Da qui la nuova disputa: Sankara ha trovato un erede o solo un imitatore?
Il libro del noto antropologo, africanista ed esperto di Sahel Marco Aime non affronta la questione direttamente. Al centro c’è la vita di Sankara, raccontata in modo asciutto e scorrevole. Ma dopo aver letto quell’esperienza meteoritica, nonché la postfazione del giornalista Andrea de Giorgio sul Burkina di oggi, si ha più di uno strumento per valutare le attuali rivendicazioni di discendenza politica. E anche per interpretare a piacere l’adagio di Sankara secondo cui «un militare senza formazione politica non è che un potenziale criminale».
Senza scadere in toni agiografici, il libro riporta qualità e meriti di Sankara in modo netto. Tra questi spicca il suo pensiero: una sorta di marxismo umanista in cui convergevano vari testi, da Il Capitale al vangelo e al Corano. Non mancano le sue battaglie per l’ecologismo e il femminismo, oltre alla proverbiale onestà.
Molti i limiti e gli errori. In cima alla lista, Aime mette la fretta di voler cambiare, che costò a Sankara una parte del consenso. Varie fasce sociali gli remarono contro: vuoi per gli abusi di potere dei comitati di rivoluzione (i corpi intermedi al centro della trasformazione voluta da Sankara), vuoi per il malcontento di funzionari statali e capi tradizionali penalizzati dalla rivoluzione.
La stessa foga (eccessiva o necessaria?) l’aveva usata in politica estera, dove il suo anticolonialismo lo portò a pestare i piedi alla Francia di François Mitterrand. Al punto da far sospettare da sempre che quest’ultima abbia ordito il complotto per eliminarlo.
Poco prima dell’assassinio, Sankara sapeva di essere isolato e in pericolo. Qui entra in gioco un altro difetto riportato da Aime: l’ingenuità, o forse il troppo ottimismo. Nonostante gli avvertimenti sulle intenzioni di Compaoré, non fece nulla: rifiutava di credere che il suo miglior amico potesse tradirlo.
Nonostante la traiettoria tragica, l’utopia di Sankara conserva la sua spinta a «osare inventare l’avvenire». Il libro di Aime invita a guardare da vicino quel tentativo e a meravigliarsi di cosa sia stato possibile realizzare in uno dei paesi più impoveriti del mondo. In tempi di difficile fuga dal realismo capitalista, è un bel regalo.