L’editoriale su Nigrizia di marzo 2011
Le rivoluzioni in Nord Africa e il ruolo di Europa e Stati Uniti.

Tra metà gennaio e metà febbraio, in Nord Africa si è finalmente rotto un pessimo equilibrio. Due movimenti arabi di popolo, uno in Tunisia e l’altro in Egitto, si sono organizzati (anche grazie a Internet), sono scesi in piazza e l’hanno fatta finita con i rispettivi presidenti-dittatori. Ora guardano avanti, orientandosi con la bussola della democrazia e del lavoro, dei diritti umani e della libertà di espressione. Molti segnali dicono che anche in altri paesi dell’area qualcosa potrebbe cambiare alla svelta. In Algeria, il governo ha annunciato di voler togliere lo stato di emergenza in vigore dal 1992, anno in cui iniziò lo scontro con gli islamisti. In Libia, martedì 15 febbraio sono cominciati manifestazioni e scontri a Bengasi, nella regione orientale della Cirenaica, da sempre ostile a Gheddafi, e l’incendio si è poi esteso alla capitale Tripoli. La reazione del regime ha provocato, secondo Human Rights Watch, non meno di 300 morti.

 

Come promemoria, è il caso di rimarcare che l’italica Eni è presente sia in Tunisia sia in Egitto, da oltre trent’anni opera in Algeria e ha come socio Gheddafi, il quale ha partecipazioni anche in Finmeccanica (armi), Unicredit, Fiat, ed è nostro fidato partner nel contrasto dei migranti verso l’Italia.

 

Torniamo a noi. Le rivoluzioni tunisina ed egiziana cominciano adesso: si tratta di condurre a termine una difficile fase di transizione per approdare a un nuovo equilibrio. Che, possibilmente, non sia figlio di quello precedente.

 

E qui entra in campo l’atteggiamento che l’Europa e gli Stati Uniti vorranno assumere intorno a queste vicende. Fino a ieri, lo abbiamo costatato tutti, Ben Ali e Hosni Mubarak erano buoni alleati dell’Occidente, come del resto ancora lo sono Muammar Gheddafi e l’algerino Abdélaziz Boutéflika. Il perché è presto detto: quei regimi garantivano ottimi affari alle nostre imprese, che traevano vantaggio dai bassi salari (per dire, la Tunisia è il primo fornitore nord-africano dell’Ue di manufatti industriali nei settori meccanico, elettrico ed elettronico); contribuivano a frenare le migrazioni verso l’Europa; soprattutto, erano considerati un argine contro l’affermarsi del radicalismo islamico. Naturalmente, per l’Egitto valeva – e vale tuttora – il fatto di essere un bastione nel dispositivo della sicurezza di Israele.

 

Ora, i rimescolamenti in atto in Tunisia e in Egitto stanno facendo muovere i sindacati, che chiedono salari più congrui e condizioni di lavoro migliori, e spingendo molti cittadini, non più frenati da argini polizieschi, a tentare la carta Europa, come evidenziano gli sbarchi a Lampedusa.

 

Come reagirà l’Europa? Cambierà fornitori? Sposterà le proprie imprese? Farà finta che non sia successo nulla e respingerà i migranti?

 

Al cambiamento in Nord Africa deve seguire un cambiamento dell’approccio europeo a questa regione. La transizione va accompagnata con attenzione – monitorando le mosse delle forze armate, che contano molto in tutti e quattro i paesi – e sostenuta (anche economicamente).

 

E ci si deve assumere pure qualche rischio. Per esempio, sull’affidabilità dei Fratelli Musulmani in Egitto, è necessario essere molto espliciti. Hanno contribuito (pur con un peso non decisivo) a far cadere il regime e sono radicati tra la popolazione. Nel movimento ci sono posizioni anche molto radicali, che tuttavia si devono confrontare con altre visioni politiche. Insomma, c’è una dialettica, come in ogni organizzazione. Dunque, o si accetta che siano tra gli attori del nuovo corso in un quadro di regole costituzionali condivise (la modifica della costituzione è uno dei temi sul tappeto), oppure si deve trovare una soluzione che, di nuovo, li metta in un angolo.

 

Noi crediamo che la responsabilità di costruire un nuovo Egitto democratico vada condivisa anche con i Fratelli Musulmani. Per quanto riguarda l’Italia, le rivoluzioni del Nord Africa devono essere un’occasione per rileggere la nostra presenza nel Mediterraneo, per ridefinire la politica estera e – perché no? – per rilanciare, dopo averne rimpolpato le risorse, la cooperazione allo sviluppo. Ovvio che non ci si può aspettare questo dal ministro degli esteri Frattini. Ma è un’azione che la società civile italiana più sensibile ai temi internazionali deve esigere da chi verrà dopo di lui.





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