Manifestazione nel 2011 in Tunisia (Credit: historic-revolutions.weebly.com)

La caduta di tre dittatori nordafricani si consuma nel giro di pochi mesi, all’inizio del 2011, sotto la spinta della rivolta popolare. Il primo a lasciare è il tunisino Ben Ali il 14 gennaio, nemmeno un mese dopo la tragica protesta di un giovane che si è trasformata in sollevamento generale. Il rais egiziano Mubarak si dimette quattro settimane più tardi. Gheddafi viene ucciso in ottobre, quando ormai la Libia gli ha voltato le spalle.

In Algeria, Abdelaziz Bouteflika, presidente dal 1999, non conosce i moti dei paesi vicini, ma un’agitazione diffusa di carattere sindacale. Il paese aveva conosciuto la rivolta nell’ottobre del 1988, ed era finita nel sangue. È stato il prezzo della fine dell’egemonia assoluta, ma non del potere, dei militari.

Anche il re Mohammed VI regna in Marocco dal 1999, e l’onda lunga delle rivolte raggiunge il regno nel 2011, dove il movimento del 20 febbraio per la prima volta contesta apertamente la monarchia. Il re gioca d’anticipo con la “rivoluzione” di una nuova Costituzione, soffocando così la protesta.

Il re aveva fatto diversamente nel novembre 2010 quando a Gdeim Izik, a una decina di km dalla capitale del Sahara Occidentale occupato, El Aiun, aveva sgomberato manu militari i 20mila sahrawi che si erano radunati nell’accampamento della dignità per trovare uno spazio di libertà e rivendicare il diritto all’autodeterminazione, riconosciuto dall’Onu, ma non dalla monarchia. Quella di Gdeim Izik è la prima rivolta popolare che, in nome della dignità, Al Karama, attraverserà la regione nordafricana, prima ancora che in Tunisia.

Chi, o meglio, quale sistema è al potere dieci anni dopo nei paesi del Nordafrica? Il re Mohammed VI è sempre al suo posto;l’algerino Bouteflika ha ceduto il potere solo all’inizio di aprile dello scorso anno sull’onda del movimento popolare e nonviolento dell’Hirak (Movimento, in arabo), mentre una transizione mai iniziata porta alla presidenza Abdelmadjid Tebboune.

In Egitto si è consolidata la nuova dittatura del generale Abdel Fattah al-Sisi, in Tunisia una sofferta transizione vede succedersi presidenti democraticamente eletti in un quadro politico molto incerto. In Libia il vuoto provocato dai bombardamenti stranieri e dalla scomparsa di Gheddafi portano all’ingerenza straniera e a una divisione di fatto del paese, mentre la ricomposizione del quadro politico è, al momento in cui scriviamo, ancora tutta da verificare.

Cos’è cambiato?

Al di là dei nuovi nomi, con l’eccezione del Marocco, che cosa è veramente cambiato al vertice di questi stati? Il caso più emblematico è proprio quello di Mohammed VI: malgrado un parlamento, quella marocchina è una monarchia assoluta e il re governa. I movimenti di protesta, che si succedono nel paese, rischiano di logorarne l’immagine. Mohammed VI reagisce con la repressione nei confronti dei media e dei giornalisti indipendenti.

Nel solo ultimo anno basti citare i casi di Souleimane Raissouni, direttore del giornale Akhbar Al-Yaoum, arrestato a fine maggio per “aggressione sessuale”, Omar Radi, collaboratore del giornale online Le Desk, arrestato in estate con la stessa accusa e l’aggravante di aver ricevuto finanziamenti dall’estero e di attentare alla sicurezza dello stato. Da anni gli affari di “buon costume” sono i preferiti nell’armamentario della polizia per screditare gli oppositori.

La commedia del potere prevede che il re lasci “governare” i ministri che dipendono in tutto e per tutto da lui, salvo poi fustigare, ammonire i ritardi, gli scandali, l’incapacità a far fronte alle crescenti disuguaglianze nel paese. La sua immagine di “re dei poveri” si è progressivamente sbiadita, ma la sua popolarità aveva resistito, forse anche per l’impossibilità di misurarla, poiché i sondaggi sul re sono proibiti; l’ultimo tentativo nel 2009 dava peraltro il re molto popolare.

La svolta un anno fa quando sui social, soprattutto su YouTube e Facebook il re è diventato l’oggetto di attacchi diretti da parte di artisti, rapper, studenti e semplici cittadini. In caso di “oltraggio al re” si applica il codice penale che prevede la prigione. È la spia di una rottura tra il re e il suo “caro popolo” che il teatrino della monarchia non riesce più a nascondere.

In Tunisia le pessime prove dei governi succedutisi dal 2011 hanno alimentato la sfiducia nei partiti. L’ultimo presidente, eletto nell’ottobre di un anno fa, Kais Saied, non è espressione, come i precedenti, di un partito e anche nel nuovo parlamento ha vinto l’astensione e la frammentazione. Il presidente ha poteri limitati dalla Costituzione del 2014 per evitare le derive del passato, ma di fronte agli equilibri instabili ha assunto il ruolo sempre più attivo, imponendosi al parlamento per la formazione dei governi (due dal suo insediamento), smarcandosi poi dai suoi stessi ministri.

I suoi interventi, soprattutto in campo sociale, si sono dunque moltiplicati. A dispetto della crisi economica, aggravata dal Covid-19, la popolarità del presidente rimane ampia: all’inizio di agosto era quotata al 73%, largamente superiore a tutti gli altri politici. È la conferma del rifiuto della partitocrazia da parte di larga parte della società, che s’identifica nella figura autorevole e responsabile del presidente. Il quale sembra aver in tal modo la forza di resistere all’attacco che i fondamentalisti di Ennahda e dell’uomo d’affari Nabil Karoui da tempo conducono contro di lui.

In Algeria il presidente Tebboune, eletto dopo le dimissioni di Bouteflika con un percorso contestato dalla piazza, ha per il momento la priorità di impedire all’Hirak di ritornare nelle strade, soprattutto in vista del referendum del 1° novembre, che consacrerà la nuova Costituzione che lascia intatto il sistema di potere.

Il rais egiziano al-Sisi si è costruito un’ascesa irresistibile nell’esercito e nel contrasto col governo dei Fratelli musulmani di Mohamed Morsi, utilizzati per soffocare la rivolta popolare. Assicuratosi l’appoggio dell’esercito, il generale si è liberato di Morsi, destituito nel luglio del 2013, cavalcando la protesta contro l’insoddisfazione verso il governo dei fondamentalisti, e presentandosi come unica alternativa per salvare la nazione.

Da allora il potere esercitato da al-Sisi è violenza pura con gli strumenti della dittatura militare. Non c’è tanto bisogno di manipolazione delle istituzioni o di un’ideologia elaborata. In un clima di paura, le proteste, come quelle del settembre dello scorso anno, sono inesorabilmente soffocate.