Sudan / Migranti
L’Italia sta cercando di rafforzare le relazioni bilaterali con il Sudan per tentare di controllare le rotte migratorie nell’Africa orientale. Si ritorna a parlare del “Processo di Khartoum”. Come con l’Eritrea, in Sudan verranno fornite ingenti somme di denaro oltre che un potente strumento di ricatto.

Il 28 luglio una folta delegazione sudanese, guidata dal ministro degli esteri, Ibrahim Ghandour, ha visitato l’Expo, dove il Sudan ha un padiglione individuale a differenza della stragrande maggioranza dei paesi africani a cui sono stati affidati cluster tematici. L’occasione è stata la giornata sudanese, durante la quale Confindustria Assafrica & Mediterraneo ha organizzato un Forum italo sudanese, per lo sviluppo dei rapporti economici e degli investimenti, con l’obiettivo di incoraggiare investimenti italiani nei settori dell’agricoltura, dell’agro industria e della produzione di cibo in generale.
Il giorno successivo, 29 luglio, Ghandour ha incontrato a Roma il nostro ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni e ha rilasciato un comunicato stampa in cui afferma che sono stati discussi modi per rafforzare le relazioni bilaterali e azioni di coordinamento per assicurare stabilità alla regione.
Sempre secondo il comunicato sudanese (quello italiano non è per ora disponibile nell’elenco dei comunicati del sito ufficiale della Farnesina), Gentiloni ha ribadito il ruolo cruciale del Sudan per quanto riguarda le rotte migratorie che percorrono la parte orientale dell’Africa oltre che il traffico di esseri umani, organizzato molto spesso proprio sul confine tra Sudan ed Eritrea.

Il “Processo di Khartoum”
Pare dunque di capire che l’incontro dei due massimi esponenti della politica estera italiana e sudanese si inquadri nel contesto dell’EU-Horn of Africa Migration Route Initiative, definita in breve “Processo di Khartoum”, un accordo firmato il 28 novembre scorso a Roma tra i paesi dell’Unione Europea e i paesi di origine e di passaggio dei migranti che, dal Corno d’Africa e dall’Africa dell’Est si riversano sulle coste della Libia per raggiungere l’Europa approdando nel nostro paese. Si parla di migranti che scappano da Somalia, Eritrea, Darfur/Sudan, Etiopia e dunque da situazioni di conflitto decennali, da violazioni di diritti umani documentati in innumerevoli rapporti di organizzazioni della società civile (Amnesty International e Human Rights Watch, per citare le due più conosciute) e delle organizzazioni internazionali, quali il Consiglio per i diritti umani dell’Onu, che ha sede a Ginevra.
Il Processo di Khartoum si propone di controllare i flussi migratori attraverso accordi con questi paesi che prevedono l’organizzazione di campi per filtrare chi ha diritto all’asilo, il rafforzamento delle polizie di confine e delle istituzioni locali che si occupano di migrazione, scambi di informazioni e supporti allo sviluppo con l’obiettivo finale di stabilizzare la regione. È in forza del Processo di Khartoum che il nostro ministero degli esteri ha di molto rafforzato la presenza diplomatica e la cooperazione con i paesi dell’area. Ci si riferisce, ad esempio, ai numerosi viaggi ad Asmara e Khartoum dell’allora sottosegretario Lapo Pistelli, che hanno prodotto la riapertura del dialogo con il governo eritreo di Isaias Afwerki, con cui fino all’anno scorso le relazioni diplomatiche erano congelate, e il rafforzamento dei rapporti con Khartoum.

Eritrea e fondi scomparsi
Sempre nel Processo di Khartoum è previsto che l’Eritrea riceva 300 milioni di euro dalla Commissione europea, più spiccioli direttamente dal nostro governo, per progetti di sviluppo per ora non meglio identificati. Già nel 2007 la commissione aveva stanziato 122 milioni di euro di aiuti, con l’obiettivo di stabilizzare la regione, che un’Eritrea isolata (auto-isolatasi per la verità) contribuiva grandemente a destabilizzare (allora si parlava di supporto agli Al Shabaab somali e di mestamenti nel processo di pace nel Darfur). La Commissione europea dovrebbe rendere pubblico il modo in cui quei denari, provenienti dalle tasche dei contribuenti europei, sono stati utilizzati. Certo non hanno contribuito a stabilizzare la regione, che è invece diventata ancora più instabile, e nemmeno a mettere in atto processi di sviluppo, democratizzazione e di inclusione sociale, i soli che potrebbero fermare i flussi migratori.

Strumento di ricatto per Khartoum
Ora tocca al Sudan ricevere la sua parte. Ci si chiede quale sarà il risultato di questi accordi sui migranti stessi, quali garanzie si potranno avere da simili governi per il rispetto dei loro diritti, a quali nuove forme di corruzione dovranno sottostare. Ci si domanda soprattutto se siano previste forme di monitoraggio per garantire che gli accordi che dichiarano di volerli proteggere, vengano di fatto rispettate. L’esperienza di quanto avvenuto nelle oasi della Libia, grazie agli accordi del governo Berlusconi con Gheddafi, ci dice che il risultato fu quello di favorire la tratta, permettendone una migliore organizzazione grazie ai denari estorti ai migranti stessi per uscir vivi dai diversi centri di detenzione, spacciati per campi di accoglienza.
Esponenti dell’opposizione sudanese hanno già fatto sapere la loro opinione. Secondo loro, con il Processo di Khartoum l’Europa ha consegnato nelle mani del regime sudanese un potente strumento di ricatto, dandogli la possibilità di aprire o chiudere i rubinetti della rotta a seconda di quanto riuscirà a strappare sul piano diplomatico e finanziario. Hanno inoltre osservato che nulla cambierà per i migranti, perché la tratta è molto spesso nelle mani dei funzionari governativi e delle forze di polizia competenti ai vari livelli sui diversi confini, che ne traggono un forte incentivo economico, al quale non saranno certamente disposti a rinunciare. Diciamo che si tratta di un’opinione certamente informata dei fatti e del modo di ragionare e di agire del loro governo.

Nella foto in alto Rifugiati eritrei in arrivo dal Sudan. Hanno intrapreso la traversata del deserto per raggiungere il Nord della Libia. Nell’area non ci sono Ong o gruppi umanitari (Giulio Piscitelli/ contrasto). Sopra il Ministro degli affari esteri italiano, Paolo Gentiloni.