GIUFÀ – APRILE 2018
Gad Lerner

Stava sorgendo l’alba e il giovane carabiniere aveva gli occhi cisposi. Iniziato a mezzanotte, volgeva al termine il suo turno di sorveglianza alla tendopoli dei braccianti africani, lì fra Rosarno e San Ferdinando, con i carroponti del porto di Gioia Tauro sullo sfondo. Sceso dalla pantera blu di servizio, di fronte a quelle della polizia e della guardia di finanza, stirandosi le braccia il carabiniere osservava quei ragazzi che uscivano a frotte verso la campagna, chi a piedi, chi in bicicletta, chi raccolto direttamente dal furgone dei caporali.

«Adesso viene Salvini e li manda via tutti, quelli lì!», mi dice con un tono di voce che fatico a interpretare. Adesione al mito dell’uomo forte che solo un paio di giorni prima ha vinto le elezioni? O, invece, battuta sarcastica di chi si è fatto l’ennesima notte di servizio? Tanto più che quando provo a chiedergli: «Ma se Salvini davvero li manda via, poi chi le raccoglie le arance negli agrumeti di Rosarno?», ottengo in risposta solo una risata di fatalismo.

Fatto sta che a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, terra di ’ndrangheta che da un ventennio punta alla sottomissione e alla separazione forzata della manodopera immigrata talora ricorrendo a intimidazioni violente, la Lega è arrivata al 13% dei voti. Oggi il suo uomo forte, Matteo Salvini, è senatore di questa regione, che in passato aveva tanto vilipeso. Ha intuito che qui c’è della materia prima su cui un tipo come lui può fare un ottimo investimento.

Mi sposto dal sud al centro della nostra penisola, nella città che considero epicentro simbolico della campagna elettorale 2018: Macerata.

Qui l’uomo nero ha abusato del corpo di una donna bianca e giovane e bella e bionda. Non solo le ha tolto la vita con la violenza, ma ha fatto scempio dei suoi poveri resti. Mancava un mese alle elezioni. Per vendicarla, un giovane rasato e tatuato perché ci teneva a ostentare i simboli del suo odio xenofobo, si è messo a sparare per strada contro tutti i bersagli umani dal colore scuro da lui incontrati. Questo delinquente seriale è risultato iscritto a un partito politico, guarda caso, lo stesso di cui è a capo l’uomo forte Matteo Salvini.

Meno di un mese dopo, la Lega vinceva le elezioni risultando partito di maggioranza relativa a Macerata col 21% dei voti. Alle precedenti consultazioni non era andata oltre lo 0,6%.

Non commetteremo l’abuso di identificare Matteo Salvini con Luca Traini (questo il nome del killer, iscritto al suo partito e finanche candidato a un turno amministrativo precedente). Salvini ha respinto con sdegno l’accusa di essere il mandante morale di Traini, capovolgendo semmai la responsabilità dell’accaduto sulla sinistra che, a suo parere, proteggerebbe assassini e stupratori stranieri.

Resta così da chiederci: i 4.575 cittadini di Macerata che hanno messo la croce sul simbolo della Lega il 4 marzo scorso (erano stati solo 153 nel 2013), per chi avranno voluto esprimere il loro consenso: per Matteo Salvini o per Luca Traini?

Sono poco interessato alle alchimie politiche provvisorie d’inizio legislatura, una legislatura che si preannuncia breve. Fenomeni come Rosarno e Macerata, invece, mi segnalano un processo di fascistizzazione potenziale della nostra società a cui presterei la massima attenzione.    

Luca Traini
28 anni, disoccupato, nel 2017 si era candidato nelle liste della Lega nord alle elezioni amministrative, senza essere eletto. Espulso dalla palestra che frequentava per le sue posizioni fasciste. Il 3 febbraio ha sparato dalla sua auto nelle vie di Macerata, ferendo sei immigrati africani Quando è stato arrestato ha dichiarato di aver agito per vendicare l’omicidio di Pamela Mastropietro, 18 anni, italiana, avvenuto alcuni giorni prima. Il 31 gennaio il corpo della ragazza era stato trovato smembrato in due valigie lasciate ai bordi della strada in un paese vicino. Per questa vicenda gli inquirenti stanno indagando quattro nigeriani.