Elezioni 2010
Crescono le tensioni in vista delle presidenziali del prossimo agosto. Il presidente Paul Kagame si prepara a candidarsi per un nuovo mandato, mentre l’opposizione denuncia minacce, aggressioni e molestie nei confronti dei suoi candidati. Tra questi Victoire Ingabire, arrestata per “negazionismo” nei confronti del genocidio del 1994.

L’organizzazione Amnesty International ha lanciato ieri un appello al governo rwandese affinché processi in modo equo e rapido Victoire Ingabire (nella foto in alto a sinistra), candidata alle elezioni presidenziali del prossimo 9 agosto, agli arresti domiciliari dal 21 aprile.
La Ingabire, rientrata dall’esilio lo scorso gennaio, è accusata di «collaborare con un’organizzazione terrorista» e di «negazione del genocidio».

Secondo quanto emerge da fonti giudiziarie, l’avversaria del presidente Paul Kagame (nella foto in alto a destra) sarebbe anche accusata di avere legami con i ribelli hutu rwandesi delle Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (Fdlr), rifugiati nell’est della Repubblica Democratica del Congo dopo il genocidio del 1994.

Il 16 gennaio, giorno del suo rientro nel paese, la Ingabire aveva depositato una corona di fiori al memoriale del genocidio, a Kigali, e rotto un tabù, chiedendo pubblicamente che fossero considerati dalla storia anche gli autori di crimini commessi contro gli hutu, durante quei 100 giorni, che costarono la vita a circa 800 mila persone, tutsi per lo più, ma anche hutu moderati.

Nelle ultime settimane, il partito della Ingabire, il Democratic United Forces, ha denunciato un numero crescente di minacce, aggressioni e molestie subite dall’opposizione.
A scuotere il paese, ci sono però anche la paura, che torna nella capitale, e le “grandi manovre” interne al partito del presidente, alle prese con un forte malcontento.

Una sera del 4 marzo 2010, due bombe sono esplose quasi simultaneamente a Kigali, considerata negli ultimi anni una delle capitali africane più sicure. È toccato prima al quartiere di Kimironko, nei pressi della stazione ferroviaria: lo scoppio di una granata ha provocato il ferimento di 12 persone.

Pochi istanti dopo è stato il turno di Kinamba, questa volta sulla strada che porta verso uno dei luoghi simbolo del paese: il memoriale del genocidio. Qui l’esplosione ha coinvolto “solo” 4 passanti. Nessun morto. Contrariamente a quanto è accaduto, invece, il 19 febbraio scorso, quando altri tre attacchi dinamitardi, in quartieri molto frequentati della capitale, avevano provocato la morte di due persone.

Kagame si sforza quasi quotidianamente di rassicurare tutti garantendo che la sicurezza nel paese non vacilla, ma c’è chi, tra i banchi dell’opposizione, insinua persino che siano stati gli uomini del presidente ad orchestrare gli attentati. La legge della paura, che, ovunque sia applicata, premia l’uomo ‘forte’ di turno, sembra sortire il suo effetto anche in questo piccolo, ma potentissimo paese della regione dei Grandi Laghi.

Il presidente punta il dito anche contro i suoi rivali all’interno del partito, due alti ufficiali fuggiti all’estero, accusati di essere alleati dei “terroristi hutu”: il generale Faustin Kayumba Nyamwasa (nella foto in basso a destra) e il colonnello Patrick Karegeya, entrambi compagni d’armi del presidente, durante la campagna militare che ha condotto nel 1994, da ex ribelle del Fronte Patriottico Rwandese.

Lo scorso 21 aprile sono stati invece arrestati i generali Charles Muhire e Karenzi Karake (nella foto in basso a sinistra). Il primo è stato accusato di corruzione e abuso d’ufficio, mentre il secondo di condotta immorale. Cosa accomuna Nyamwasa, Karegeya, Muhire e Karenzi? Erano diventati tutti troppo influenti, al punto da minacciare la posizione di Kagame, uscito dalle elezioni presidenziali del 2003 con il 95% dei consensi. Tuttavia, giusto per stare più sicuri, il presidente ha pensato bene di aumentare anche lo stipendio dei soldati della guardia presidenziale.

La partita di Kagame si gioca però anche all’estero. Sedici anni dopo l’attentato è ripresa infatti l’inchiesta francese sull’abbattimento dell’aereo dell’ex presidente rwandese Juvenal Habyarimana, avvenuto il 6 aprile del 1994. Un attentato che ha fatto da innesco al genocidio nel paese. Secondo il quotidiano Le Parisien, il giudice Marc Trevidic, che ha rilevato l’inchiesta dal collega Jean-Louis Bruguière, si vuole recare entro l’anno a Kigali per ricostruire la dinamica dello schianto. Una commissione di 5 specialisti avrà il compito di ricostruire l’incidente e trovare i responsabili.

Le indagini sono state rese possibili grazie alle ritrovate relazioni diplomatiche tra Parigi e Kigali, congelate proprio a causa delle due versioni opposte, fornite dai due paese, sull’abbattimento del velivolo. Per Kagame sarebbero stati gli estremisti hutu ad abbattere l’aereo in modo da poter dare il via all’operazione di sterminio dei tutsi, ma il giudice Bruguière, coinvolto nell’indagine per la presenza di due piloti francesi sul volo, aveva puntato il dito sugli ex ribelli tutsi del Fronte Patriottico. Sempre Le Parisien afferma che l’inchiesta di Trévidic, potrebbe, ora, far vacillare la versione francese.