1994-2014
A vent'anni dal genocidio, Nigrizia dedica il dossier di aprile al paese delle mille colline. Una realtà da prendere con le pinze. E da raccontare senza infingimenti.

Il silenzio e la paura. Nigrizia ha chiesto ad amici che lavorano in Rwanda di raccontare come si vive da quelle parti. Ci sembrava utile descrivere la vita standard di un rwandese medio in termini di diritti di cittadinanza, con i suoi intoppi e le sue opportunità. Così avremmo potuto incrociare queste testimonianze con quello che raccontano del regime rwandese corposi rapporti delle Nazioni Unite, dell’Unione europea, di varie organizzazioni per i diritti umani e persino del Dipartimento di stato Usa.

La risposta? Un imbarazzato silenzio. Ulteriormente sollecitati, gli amici hanno spiegato che avrebbero potuto dire una sola frase: «qui tutto bene». Se si fossero avventurati in analisi socio-politiche o avessero addirittura avanzato una qualche critica, sarebbero stati scoperti e puniti: gli stranieri con l’espulsione, i cittadini rwandesi con il carcere o peggio.

Nigrizia si è rivolta allora ad altri amici, tra cui anche uomini di Chiesa, che avevano avuto modo, in passato, di vivere in Rwanda. E anche da questo versante sono arrivate mezze frasi, molta reticenza, scariche d’ansia e pochissima collaborazione. Un atteggiamento che non ha fatto altro che moltiplicare la voglia di capirci qualcosa.

Ma quale specie di sortilegio tiene prigionieri gli uomini che hanno o hanno avuto a che fare con Kigali e dintorni? Le prossime pagine – affidate a penne diverse per formazione, ruolo e approccio all’Africa dei Grandi Laghi – abbozzano una risposta.

 

Le evidenze. Ci sono due punti fermi nell’agire del regime di Paul Kagame (foto), rimasti inalterati dal 1994 a oggi: dentro i confini nazionali ha esercitato una puntuale repressione e persecuzione di ogni opposizione politica, azzerato le libertà di riunione e di espressione, messo le briglie ai media e la museruola ai giornalisti; per quanto riguarda la politica estera – ma la definizione corretta sarebbe “politica di occupazione” – ha contribuito alla destabilizzazione di vaste aree della confinante Repubblica democratica del Congo, supportando e indirizzando l’azione di gruppi armati.

Sul primo punto è emblematica la vicenda di Victoire Ingabire Umuhoza. La signora era rientrata in Rwanda nel 2010, dopo 16 anni di esilio in Olanda, per candidarsi alle elezioni presidenziali. Si è ritrovata in galera. Alla leader delle Forze democratiche unificate (Fdu-Inkingi) non è mai stato concesso di fare politica. Viene arrestata poco dopo il suo arrivo in patria con l’accusa di propagazione di notizie tendenziose con finalità di istigazione alla violenza e banda armata. Ingabire ha presentato ricorso in cui contestava la validità del processo e in particolare la legge sull’ideologia del genocidio: non ammesso. Nel 2012 era stata condannata, in primo grado, a otto anni di carcere. Lo scorso dicembre la Corte suprema di Kigali ha rincarato la dose portando la condanna a 15 anni per cospirazione contro l’autorità costituita, terrorismo e negazione del genocidio.

Le pesanti interferenze di Kigali nelle regioni confinanti del Nord e del Sud Kivu dell’Rd Congo rispondono a un intreccio di ragioni economiche e politiche (che coinvolgono anche l’Uganda). Al regime rwandese i minerali di cui sono ricche quelle regioni fanno piuttosto comodo perché contribuiscono alla crescita del Pil, e fa ancora più comodo, mentre nega ogni coinvolgimento armato, ricordare sempre e solo che in quell’area agiscono forze di guerriglia che vogliono destabilizzare il Rwanda. Nel nordest dell’Rd Congo, ci sono certo forze anti Kagame (come il Fronte democratico per la liberazione del Rwanda) ma non sono le sole. E che dire delle guerriglie filo-Kagame ben attive negli ultimi anni? Continuano a cambiare nome, ieri il Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) di Laurent Nkunda (che oggi soggiorna a Kigali), più di recente M23 di Bosco Ntaganda (già vice di Nkunda), e domani s’imporrà qualche altra sigla, ma la sostanza rimane.

A smentire Kigali, un rapporto Onu del 12 novembre 2012: «Il governo rwandese fornisce direttamente aiuto militare ai ribelli dell’M23, facilita il reclutamento di combattenti, incita e facilita la diserzione di soldati delle forze armate congolesi. Il canale di comando di cui fa parte il generale Bosco Ntaganda ha al vertice il generale James Kabarebe, ministro rwandese della difesa». E i minerali? Ancora il rapporto: «Nei due Kivu, la produzione dei minerali da cui si trae il tantalio e il tungsteno è aumentata, nonostante la certificazione richiesta dalla comunità internazionale, in quanto questi due prodotti sono più facili da esportare di contrabbando. Le esportazioni rwandesi di tantalio e tungsteno sono aumentate in proporzione nel 2012».

 

I dividendi del genocidio. Con una freddezza e un’abilità innegabili, i padroni del Rwanda stanno traendo dal genocidio del 1994 (in tre mesi furono uccisi 500mila rwandesi, in gran parte di etnia tutsi e hutu moderati) ogni vantaggio possibile. Il regime poggia letteralmente la propria autorità politica e morale su quelle morti. Ha deciso che la storia ha segnato per sempre chi sono i carnefici (tutti gli hutu) e chi le vittime (tutsi). Ma questa via della riconciliazione a senso unico, fondata sul controllo e sulla depoliticizzazione della società, non porta evidentemente da nessuna parte.

 

La Chiesa istituzione. Inutile cercare, tra chi governa la Chiesa, segnali di critica allo status quo. Sul bollettino n° 157 (3-7 marzo 2014), la Conferenza episcopale rwandese, presieduta da mons. Smaragade Mbonyintege, informa che i vescovi hanno incontrato il segretario esecutivo della Commissione nazionale di verità e riconciliazione, strumento del regime, il quale ha illustrato il programma Ndi umunyarwanda (sono rwandese). I vescovi, mentre ricordano che la Chiesa ha come missione di cercare l’unità dei rwandesi, sottolineano che «la metodologia della Chiesa non è la stessa di quella dello stato, ma la finalità è identica e c’è dunque complementarietà». Un bell’inchino e riverenza a Kagame.

 

Due dei pezzi pubblicati nel dossier:

Giustizia (non) è fatta

Il caso è aperto

Il Fronte patriottico rwandese e il capo supremo Paul Kagame hanno creato una trappola totalitaria. Che sta in piedi perché troppi, anche nella Chiesa, si ostinano a fingere di non vedere.