La morte del dissidente Aimable Karasira scuote il Rwanda.
Karasira si trovava in carcere da cinque anni con l’accusa di aver “istigato divisioni sociali” in relazione al genocidio della popolazione tutsi del 1994 ed è morto nella notte tra mercoledì 6 e giovedì 7 maggio, quando era in procinto di essere rilasciato per aver scontato la pena.
Karasira sarebbe morto di overdose dopo aver consumato una pesante dose di farmaci che gli erano stati prescritti per dei problemi di salute mentale, ma la versione ufficiale non appare chiara rispetto alla tempistica esatta del decesso.
Attivisti in esilio e organizzazioni internazionali chiedono al governo rwandese di condurre indagini indipendenti per chiarire le dinamiche della sua morte e fugare qualsiasi dubbio di omicidio per ragioni politiche.
Il contesto del Rwanda è segnato infatti dalle accuse di repressione del dissenso al partito di governo, il Fronte patriottico rwandese (FPR) del presidente Paul Kagame, che governa da oltre tre decenni.
Negli ultimi anni numerosi dirigenti delle opposizioni, giornalisti e attivisti sono stati arrestati o sono morti in circostanze poco chiare, anche all’estero.
La storia di Karasira, il suo attivismo e le ragioni del suo arresto appaiono poi come emblematici del peso che il genocidio del 1994 continua ad avere nella vita sociale e politica del Rwanda e di tutta la regione dei Grandi Laghi.
Chi era Karasira
Karasira, 48 anni, era un ex docente universitario ed era noto in Rwanda soprattutto per il suo canale Youtube da oltre 60mila iscritti, Ukuri Mbona (“la verità come la vedo” in lingua kinyarwanda), tramite il quale commentava diversi aspetti della vita politica rwandese.
Soprattutto l’eredità, la memoria e la narrazione ufficiale del genocidio appunto, spesso oggetti delle sue critiche più dure.
Karasira stesso era sopravvissuto agli eccidi, avvenuti quando lui aveva 17 anni, mentre buona parte della sua famiglia ha perso la vita nella tragedia.
L’attivista era noto nel paese anche per aver registrato alcune brani come cantante. Karasira soffriva inoltre di diversi disturbi fisici e viveva una condizione di fragilità psichica.
La sua storia giudiziaria
Proprio in relazione alle sue dichiarazioni sul genocidio, Karasira era stato arrestato nel 2021 con le accuse di “incitamento al disordine pubblico” e alle “divisioni sociali” e “negazione” e “giustificazione del genocidio”.
Questi reati sono stati introdotti nell’ordinamento rwandese nell’ottica di gestire la pacificazione del paese dopo la tragedia e di evitare la diffusione di discorsi d’odio, che furono fondamentali nell’alimentare gli eccidi del 1994.
Queste leggi sono state spesso contestate da organizzazioni in difesa dei diritti umani locali e internazionali, in quanto ritenute troppo vaghe nelle loro formulazioni e spesso strumentalizzate per colpire il dissenso contro il governo.
Nel corso dei suoi anni di detenzione Karasira è stato anche accusato di alcuni reati finanziari. La difesa dell’attivista ha provato più volte a far liberare il suo assistito sulla base della sua infermità mentale, senza successo.
Infine, nel settembre 2025, l’attivista è stato condannato a cinque anni di carcere per la sola accusa di “istigazione alle divisioni sociali”.
Karasira è stata assolto per le altre tre relative ai suoi discorsi sul genocidio mentre i capi di imputazioni di natura finanziaria sono decaduti. Avendo già scontato circa quattro anni di carcere all’epoca della condanna, e la sua liberazione era stata fissata per il 6 maggio 2026.
Le versioni sulla morte
Secondo quanto riportato in una breve nota dalle autorità del sistema penitenziario rwandese (Rwanda Correctional Service – RCS), Karasira “è deceduto presso l’ospedale di Nyarugenge” della capitale Kigali, dove era stato trasferito una volta rinvenuto ad “assumere una quantità eccessiva di farmaci prescritti dal medico per i suoi disturbi preesistenti”.
L’RCS ha comunicato di essere anche in attesa del rapporto dei medici mentre media locali e internazionali riportano che sarà effettuata un’autopsia. Dal comunicato ufficiale non si capisce con totale chiarezza se Karasira è morto prima o dopo essere stato rilasciato.
Parlando con il quotidiano filo-governativo The New Times, il portavoce dell’RCS Hillary Sengabo ha riferito che il dissidente ha ingerito la dose eccessiva di medicinali “dopo aver firmato i documenti per il rilascio, mentre era in attesa dei suoi effetti personali e che la sua famiglia venisse a prenderlo”, per morire poi in ospedale all’alba di mercoledì.
Questa versione è sostanzialmente confermata da Sengabo anche in un’intervista con l’emittente privata Radio Tv10.
Il funzionario ha anche spiegato che Karasira avrebbe potuto consumare una dose di farmaco molto maggiore di quella prevista (che quindi non gli sarebbe potuta essere stata fornita dal personale carcerario) in quanto il medicinale gli sarebbe stato consegnato dopo la firma dei documenti di rilascio, verosimilmente su sua richiesta, come consentito.
Nel riportare la versione di Sengabo, la popolare emittente privata IGIHE riferisce invece che l’opinionista e cantante rwandese avrebbe consumato i farmaci “alcune ore prima di essere rilasciato”.
Anche il titolo dell’articolo in questione, in lingua kinyarwanda, riporta che l’attivista è morto prima di essere liberato.
Le divergenze sulle ultime ore dell’attivista sono minime, ma riportarle non è un esercizio di pedanteria. Il clima politico attorno a questa morte rende sensibile qualsiasi informazione.
Gli appelli a indagini indipendenti
In molti infatti non sembrano credere alla versione ufficiale. Clémentine de Montjoye, ricercatrice senior per i Grandi Laghi della ong internazionale Human Rights Watch (HRW) ha affermato che “spetta al governo dimostrare che Karasira non è stato ucciso illegalmente e i partner del Rwanda dovrebbero seguire da vicino la vicenda”.
Secondo de Montjoye infatti, “ci sono molte ragioni per mettere in discussione le circostanze della morte di Karasira in custodia, non ultima quella degli anni di vessazioni e persecuzioni subite per mano delle autorità”.
Karasira aveva infatti denunciato di essere stato torturato in carcere con pratiche come la deprivazione del sonno e il rifiuto di assistenza medica per le sue diverse patologie, tra le quali il diabete.
L’esortazione a un’indagine “indipendente e credibile” è giunta anche dal Committee to Protect Journalists (CPJ), organizzazione internazionale in difesa dei professionisti dell’informazione e della libertà di stampa.
“Considerati i precedenti resoconti di torture subite da Karasira dietro le sbarre e la sua ingiusta detenzione di cinque anni, le autorità rwandesi hanno chiaramente delle domande a cui rispondere”, la denuncia di Muthoki Mumo, coordinatore dei programmi per l’Africa della ong.
Gli fa eco infine anche Denise Zaneza, attivista rwandese in esilio citata anche da BBC. “Data la lunga storia di repressione del Rwanda, la mancanza di trasparenza, le morti sospette in detenzione e i maltrattamenti di critici e dissidenti, molte domande legittime rimarranno senza risposta a meno che non ci sia un’indagine indipendente e trasparente”, ha scandito Zaneza sul social X.
“Non è la durata della vita che definisce una persona, ma il coraggio che dimostra e l’impatto che lascia. La tua voce ha toccato il cuore di molte persone e la tua storia non sarà dimenticata”, ha concluso l’attivista in ricordo di Karasira.
Il ricordo del reporter
La versione del governo non è credibile anche a detta di Ruhumuza Mbonyumutwa, giornalista di Jambo News, testata rwandese in esilio nota per le sue inchieste e critiche all’indirizzo dell’esecutivo del presidente Kagame.
Raggiunto al telefono da Nigrizia, il cronista rwandese dice di “non credere all’idea che Karasira possa aver preso di sua sponte una dose di medicina tale da ucciderlo, di fatto suicidandosi, anche se le autorità non hanno utilizzato questo termine”.
Mbonyumutwa riconosce che l’attivista aveva spesso espresso un forte malessere e anche parlato della possibilità di togliersi la vita, ma “la verità è che l’idea di uccidersi lo spaventava molto: il suo desiderio era andare via dal Rwanda”.
Il giornalista si è messo in contatto per la prima volta con Karasira nel 2019 e ne ha seguito la vicenda nel dettaglio. Con Nigrizia ripercorre allora il suo percorso, duramente segnato dalle ferite della storia recente del Rwanda.
“Karasira era tutsi, e per questo molti membri della sua famiglia sono stati uccisi dagli estremisti hutu che hanno compiuto i massacri del 1994”, spiega il reporter.
“In realtà però, Karasira ha poi raccontato alcuni anni fa che i suoi familiari più stretti sono stati uccisi dall’RPF”, la milizia fondata da esuli tutsi in Uganda negli anni ‘80.
Il genocidio è da calare proprio nel contesto della guerra tra questa milizia e il governo del presidente Juvénal Habyarimana, di matrice suprematista hutu.
L’RPF mise fine ai massacri contro i tutsi conquistando Kigali nel luglio 1994. Da quel momento in poi, il partito guida il paese sotto la leadership di Kagame, ministro della difesa ma già uomo forte dal ‘94 al 2000, poi capo dello stato.
Secondo quanto ricostruito da Mbonyumutwa con Karasira in un lungo articolo, uno dei fratelli dell’attivista viene ucciso nel maggio 1994 quando un colpo di mortaio sparato dai miliziani dell’RPF colpisce la sua casa, ancora nel contesto delle ostilità.
Altri esponenti della famiglia di Karasira – madre, padre e una sorella -, vengono però uccisi nel settembre dello stesso anno, alcune settimane dopo quella che viene identificata come la fine ufficiale del genocidio.
La madre viene giustiziata con la sorella in quanto accusata di aver riferito a una ong delle rappresaglie compiute dai miliziani dell’RPF contro alcune persone hutu. Anche il padre, accorso alla ricerca dei suoi cari, subiranno la stessa fine.
Le ferite
Quando denunciato da Karasira tocca aspetti estremamente delicati della storia del Rwanda. Nel 1994, in soli tre mesi, centinaia di migliaia di tutsi e di hutu contrari alla carneficina sono stati uccisi, fino a 800mila secondo una delle stime ritenuta più affidabile.
Gli eccidi sono stati pianificati e promossi con una sistematica campagna mediatica di odio nei confronti dei tutsi.
La fuga di milioni di hutu verso l’est della Repubblica democratica del Congo e il successivo intervento dell’RPF nel paese nell’ottica di colpire i responsabili del genocidio in fuga ha contribuito a innescare l’instabilità congolese che prosegue da 30 anni e che ha causato una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta.
Il paese ha cercato di fare i conti con una delle peggiori tragedie del novecento con una serie di politiche di de-etnicizzazione della società e intervenendo su hate speech e manipolazione della memoria del genocidio. Il Rwanda non è più scivolato in violenze di massa dal 1994 a oggi.
Questa memoria non è però condivisa in modo unanime nel paese: molti, pur non minimizzando la portata del genocidio dei tutsi, ritengono che le violenze commesse dall’RPF nella sua controffensiva e anche nelle fasi immediatamente successiva alla conquista del paese – come nel caso dell’uccisione dei parenti di Karasira – siano stati molto gravi.
C’è chi sostiene che anche le violenze commesse dall’RPF potrebbero essere considerate un tentativo di genocidio.
Chi può ricordare?
Il caso dell’attivista morto in Rwanda evidenzia inoltre alcuni aspetti particolarmente critici nella gestione della memoria, secondo Mbonyumutwa.
“Karasira non ha mai potuto ricordare i suoi cari come fanno molti cittadini rwandesi, perché aveva attribuito parte delle responsabilità all’RPF al governo; non ha neanche ricevuti gli indennizzi previsti dal fondo per i sopravvissuti, il FARG”.
La condizione di Karasira è stata poi particolarmente complessa. “Le persone tutsi come lui non riconoscevano la piena dignità del suo dolore, ma allo stesso tempo anche le persone hutu lo hanno discriminato perché tutsi”.
Anche da qui, è nata una sofferenza profonda che l’attivista ha provato a esprimere con la musica. “Karasira ha iniziato a scrivere canzoni nel 2010 – ricorda il giornalista a Nigrizia – con un linguaggio molto poetico ha raccontato anche questo doppio, triste, rifiuto. Credo che le canzoni siano state un modo di comunicare il suo dolore e la sua solitudine”.
Un contesto difficile
Di certo c’è che la storia di Karasira non è un caso isolato. In queste ore diversi media e ong ricordano la morte di Kizito Mihigo, cantante gospel morto in custodia della polizia nel 2020.
Il decesso di Mihigo è stato classificato come suicidio dalle autorità rwandesi, ma diverse organizzazioni in difesa dei diritti umani hanno denunciato come molto sospette le circostanze della sua morte. Anche perché il cantante aveva riferito di minacce ai suoi danni prima di perdere la vita.
Negli anni sono morti in circostanze poco chiare giornalisti che avevano indagato su presunti crimini e malaffari del governo, come John Williams Ntwali, ma anche ex dirigenti dell’esecutivo o delle forze armate poi diventati critici di Kagame, come il colonnello Patrick Karegeya, deceduto in Sudafrica.
Secondo quanto riportato dal CPJ, Karasira era uno dei cinque giornalisti o youtuber al momento in carcere in Rwanda, il secondo peggior dato dell’Africa subsahariana insieme a quello di Etiopia e Niger.
Dopo anni trascorsi in detenzione o in esilio, dal giugno scorso è tornata in carcere anche Victoire Ingabire, principale voce dell’opposizione rwandese.
Incarcerata la prima volta con l’accusa di terrorismo e negazionismo del genocidio, Ingabire è stata accusata di aver preso parte a una cospirazione per roversciare il governo.