Christopher Kayumba

Difficile vita quella degli oppositori a quel campione di democrazia, come da noi occidentali è visto l’uomo solo al comando in Rwanda, il presidente Paul Kagme (al potere, praticamente, dal 1994, con la vittoria del suo Fronte patriottico rwandese che ha posto fine al genocidio). Il 9 settembre è stato arrestato il professore Christopher Kayumba. Per lui, un ritorno nelle patrie galere.

Il docente universitario Christopher Kayumba, 48 anni, era già stato arrestato il 10 dicembre 2019 all’aeroporto di Kigali, mentre si stava imbarcando per viaggiare su Nairobi (Kenya). Era poi stato condannato il 29 luglio 2020 da un tribunale della capitale a un anno di prigione (il procuratore ne aveva richiesti 5!) per “aver provocato disordini” all’aeroporto. Era caduta, nel frattempo, l’accusa di ubriachezza in uno spazio pubblico. Evidente, per i suoi sostenitori, che lo scopo del processo era di denigrarlo di fronte alla gente.

Sono in molti a pensare che la cosa si stia ripetendo. La conferma del suo arresto, il 9 settembre, è venuta dall’ufficio investigativo rwandese. Arresto legato, questa volta, alle molteplici denunce di stupro da parte di alcune donne.

Kayumba – cofondatore di The Chronicles, un raro giornale online critico nei confronti del governo ‒ a metà marzo aveva fondato l’organizzazione politica Piattaforma rwandese per la democrazia (Prd) che accusa il governo di violare i diritti democratici con detenzioni arbitrarie e una mancanza di libertà di base. Un partito di opposizione è un fatto raro nel paesaggio politico rwandese, in cui la quasi totalità dei partiti sono affiliati al Fronte patriottico di Paul Kagame.

Erano trascorsi solo alcuni giorni, che sui giornali e i social erano cominciate a emergere notizie di aggressioni sessuali, in particolare da parte di una delle sue studentesse, di quando Kayumba era insegnante alla scuola di giornalismo e comunicazione all’università del Rwanda. Si tratta della giornalista Fiona Ntarindwa Muthoni della rete televisiva Cnbc che lo accusa di violenze subite nel 2017.

Più d’uno si è chiesto perché, se le accuse sono vere, non siano emerse prima… L’Ufficio delle inchieste rwandese nega evidentemente che l’arresto abbia a che fare con la fondazione del partito, ripetendo invece che è il risultato di “prove evidenti” emerse dalle denunce deposte contro Kayumba da due donne a inizio marzo 2021.

Il 6 settembre, il presidente Kagame, rivolgendosi al corpo giudiziario rwandese, aveva espresso la volontà di vedere tutti lottare contro l’aumento di crimini legati alla violenza sessuale e a quella di genere. Tre giorni dopo, Kayumba veniva arrestato. Come non vedere un legame (un pretesto) tra le due cose? Anche perché sappiamo tutti quanto sia difficile difendersi da accuse infamanti riguardanti la propria vita privata…
Se riconosciuto colpevole, Kayumba rischia ben 25 anni di prigione.

A questo punto è bene ricordare che il 10 febbraio scorso, Kayumba aveva pubblicato una lunga lettera al presidente Paul Kagame in cui denunciava, in dettaglio, il male strutturale rwandese messo a nudo dal Covid-19: «Da “Singapore d’Africa”, il Rwanda potrebbe diventare un giorno la “Grecia d’Africa”, ma senza i fondamenti sociali ed economici che la Grecia ha avuto per affrontare la sua crisi finanziaria», si legge.

Denunciava inoltre un peggioramento del debito, una diminuzione delle entrate fiscali, la disoccupazione al 22%, quella giovanile in particolare, salari troppo bassi, impoverimento della classe operaia. «Gli effetti della pandemia da Covid-19 potrebbero farsi sentire per anni», l’amara costatazione.

Da Kayumba a Karasira

In Rwanda, impossibile comunque criticare Kagame, semplicemente non si deve! Lo sta imparando anche un altro professore universitario, Aimable Karasira, che per aver criticato il presidente su YouTube è stato accusato di “revisionismo” e posto in detenzione. Sopravvissuto al genocidio rwandese del 1994, Karasira accusa il leader del Fronte patriottico rwandese di avergli ucciso i genitori.

La meraviglia di chi scrive è che tutto questo non impedisca a noi occidentali (anche ai migliori “esperti” di cose rwandesi) di considerare un modello la democrazia di quel paese, dove però la benché minima critica è severamente vietata e altrettanto severamente punita. A noi basta, per incantarci, che ci sia una maggioranza di donne all’assemblea nazionale… ma nessuno che vada a chiedere che cosa ci fanno e dove sono le donne dal potere reale!

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