La nomina del nuovo primo ministro del Rwanda da parte del presidente Paul Kagame sta facendo discutere. Non nel paese, dove il capo dello stato e il suo partito controllano la stragrande maggioranza dei canali di comunicazione e tengono sotto scacco le opposizioni. Ma sicuramente fra la diaspora: negli anni il nuovo premier, Justin Nsengiyumva, ha alimentato sospetti su un suo possibile incarico come infiltrato degli onnipresenti servizi di sicurezza rwandesi fra le opposizioni in esilio.
Di sicuro, il nuovo capo del governo ha un passato complesso. Fatto anche di un arresto, una fuga dal carcere, una grazia presidenziale nel 2023 e poi una repentina ascesa ai vertici del potere.
Il cambio al comando del governo
Meglio andare per gradi. In settimana Kagame ha destituito il capo del governo Edouard Ngirente, che era in carica dal 2017. Le motivazioni alla base del licenziamento non sono state comunicate. La decisione di rimuovere e designare il capo del governo rientra comunque fra gli ampi poteri che la Costituzione rwandese concede al capo dello stato. Kagame ha quindi nominato primo ministro Nsengiyumva, fino a quel momento vice presidente della Banca centrale del Rwanda.
Ngirente ha ringraziato su X il capo dello stato per i suoi otto anni alla guida dell’esecutivo, definiti «profondamente arricchenti». L’ormai ex premier era stato nominato dopo il trionfo di Kagame alle elezioni del 2017, vinte con il 98,8% dei consensi, ed è rimasto in carica dopo la vittoria al voto dell’anno scorso, quando il capo dello stato ha ottenuto il 99% delle preferenze.
Anche il nuovo capo del governo, Nsengiyumva, ha utilizzato le sue prime dichiarazioni nel nuovo incarico per esprimere gratitudine verso Kagame. «Mi impegno a servire lei e il Ruanda con umiltà e dedizione sotto la sua guida e il suo comando», ha affermato Nsengiyumva.
Stando all’ordinamento rwandese, il presidente ha adesso 15 giorni per nominare un nuovo consiglio dei ministri di concerto con il premier. Per quanto buona parte dei poteri in Rwanda siano appannaggio del capo dello stato, il nuovo gabinetto ha davanti diverse sfide. Ci sono le prospettive della Strategia nazionale per la trasformazione, piano di sviluppo quinquennale lanciato nel 2024 che entro il 2029 mira a creare un milione di nuovi posti di lavoro, raddoppiare gli investimenti diretti nel paese e il valore delle esportazioni.
Ancora più complessi appaiono gli orizzonti della politica estera. Il Rwanda ha di recente raggiunto un accordo di pace con la Repubblica democratica del Congo mediato dagli Stati Uniti che lascia molte incognite. Così come sembra accidentato il cammino di un’altra intesa collegata alla precedente, la dichiarazione di principi firmata la settimana scorsa da Kinshasa e la milizia M23, sostenuta da Kigali.
A chiudere un’ipotetica triangolazione, il Rwanda sta anche negoziando con gli Usa un accordo per l’accesso alle sue materie prime. Un passo in più nell’ambito di un piano di integrazione economica regionale previsto dall’accordo di pace con il governo congolese negoziato con il sostegno di Washington.
Una storia particolare
Si può quindi provare a capire cosa aspetta Nsengiyumva nel prossimo futuro. È il passato del premier però a sollevare diversi sospetti. Il capo del governo ha un ottimo curriculum: possiede un dottorato in economia ottenuto all’Università di Leicester, in Rwanda è stato segretario permanente presso il ministero del Commercio e anche in quello dell’Istruzione.
Nsengiyumva ha anche ricoperto incarichi governativi nel Regno Unito, di cui è anche un cittadino. A Londra il premier ha lavorato come economista nel dipartimento del Lavoro e delle pensioni e come economista senior all’ufficio per le Strade e le ferrovie del ministero dei Trasporti.
Nel febbraio di quest’anno è stato nominato infine vice presidente della Banca centrale, ultimo incarico prima di diventare premier.
Fra parecchie luci, si annidano anche diverse ombre. Nsengiyumva è stato arrestato nel 2008 per aver chiesto una mazzetta a un imprenditore quando era in forze al ministero dell’Istruzione. Due settimane dopo il fermo, il politico è scappato dal carcere.
La notizia dell’arresto è stata rilanciata anche da media internazionali e confermata a Nigrizia dal giornalista rwandese in esilio Samuel Baker Byansi, noto per le sue inchieste e recente vincitore di un premio giornalistico assegnato dall’Università di Bruxelles. La ricostruzione di Baker Byansi va però oltre la fuga di prigione, alla quale il governo rispose chiedendo anche il sostegno dell’Interpol.
Stando a quanto riferito dal cronista e da quanto denunciato in queste ore da diversi media rwandesi di base all’estero, noti per le loro critiche al governo, dopo la fuga Nsengiyumva si è recato nel Regno Unito, dove è stato accolto come rifugiato.
È nel Regno Unito che Nsengiyumva, nel 2013, sarebbe entrato nelle file del Rwanda National Congress (RNC), partito delle opposizioni in esilio che è stato fondato negli Usa nel 2010. Della formazione ha fatto parte anche il colonnello Patrick Karegeya, ex capo dell’intelligence molto vicino a Kagame, che è poi diventato uno dei suoi più fermi oppositori. Nel 2013 Karegeya è stato ucciso in Sudafrica in circostanze mai chiarite completamente.
Infiltrato?
Il punto è però cosa il premier facesse, all’interno del partito. Secondo il cronista rwandese ascoltato da Nigrizia e i media dell’opposizione, Nsengiyumva ha operato nell’RNC come infiltrato dei servizi di intelligence rwandesi, noti per la capillarità delle loro operazioni, anche sul suolo europeo.
Il premier avrebbe anche ricoperto incarichi di responsabilità all’interno del partito. In veste di infiltrato avrebbe contribuito al progressivo indebolimento delle opposizioni all’estero a cui si è assistito negli ultimi anni.
Fino a far ritorno in Rwanda. Nsengiyumva è stato graziato dal presidente nel 2023 insieme a centinaia di altre persone per casi non collegati fra loro. Da lì, l’ascesa prima nella Banca centrale e poi nel governo, vista come una sorta di ricompensa per i servizi forniti sotto copertura.
La ricostruzione che vorrebbe Nsengiyumva come una spia infiltrata nelle opposizioni trova alcuni parziali riscontri ufficiali. L’RNC ha riconosciuto l’affiliazione dell’ex premier al partito con un comunicato pubblicato ieri. Nota che è servita soprattutto per prendere le distanze dal neo eletto premier.
La formazione politica ha infatti reso nota l’espulsione di Nsengiyumva in quanto «aver accettato di servire per la dittatura rwandese equivale a un tradimento dei valori» del partito. A colpire è il linguaggio impiegato dall’RNC, che lascia immaginare che il capo del governo sia stato un esponente del partito fino al momento della pubblicazione della nota.
Un’impressione che trova parzialmente conferma nel quadro fornito da Baker Byansi, secondo cui Nsengiyumva avrebbe continuato a far parte del partito di opposizione almeno fino alla nomina come vice presidente della Banca centrale, lo scorso febbraio. Quindi ben oltre il suo rientro in patria dal Regno Unito e anche oltre la data della concessione della grazia presidenziale.
In un paese dove lo stato esercita un forte controllo sui partiti come il Rwanda, in modo particolare verso le poche formazioni politiche non allineate al governo, difficile immaginare una militanza in clandestinità anche in patria. Uno scenario intricato che alimenta ulteriori sospetti sulla traiettoria politica del premier.
Il possibile legame con la persecuzione contro Ingabire
Ma le letture riguardo alla nomina di Nsengiyumva non si esauriscono con il suo possibile incarico nei servizi segreti. Secondo una figura vicina alla leader delle opposizioni in carcere Victoire Ingabire che preferisce rimanere anonima per ragioni di sicurezza, la designazione del premier vuole essere un messaggio alle opposizioni del paese e in modo particolare alla stessa Ingabire.
Per capire di cosa si parla è bene riassumere la storia di Ingabire, fondatrice negli anni di due partiti mai registrati formalmente in Rwanda. Ingabire è stata in esilio nei Paesi Bassi per anni in quanto esponente delle opposizioni ed è poi tornata in Rwanda nel 2010 per prendere parte alle elezioni previste quell’anno. Prima di poter partecipare al voto, la politica rwandese è stata arrestata con le accuse di aver “minimizzato” il genocidio dei tutsi del 1994, essere portatrice di “ideologie genocidarie” e di aver “collaborato con un’organizzazione terroristica”.
Ingabire è rimasta in carcere fino al 2018, quando è stata poi graziata dal presidente. Impossibilitata a lasciare il paese e a partecipare alle elezioni del 2024, da cui è stata esclusa da una sentenza della magistratura rwandese, la dirigente dell’opposizione è stata poi di nuovo arrestata lo scorso giugno con l’accusa di aver avuto un ruolo “nella costituzione di un’organizzazione criminale e nella pianificazione di attività volte a incitare al disordine pubblico”.
Nei giorni scorsi i giudici del tribunale di Kigali hanno rifiutato il suo rilascio su cauzione e ordinato nuovi 30 giorni di custodia cautelare fino all’inizio del processo.
Secondo la fonte nell’entourage di Ingabire, non è possibile confermare che Nsengiyumva sia stato una spia dei servizi. Molto più probabile però che Kagame, con la sua nomina, voglia far capire che chi ha militato nelle opposizioni – ma alla fine cede e si allinea con la sua visione politica – viene premiato. Anche se in passato è stato condannato dalle corti rwandesi.
Un precedente pericoloso che potrebbe essere usato contro Ingabire, sostiene la fonte, rea, nella visione del presidente, di continuare nella sua condotta criminosa. Crimini però, denunciano dall’entourage della politica, che sono stati giudicati sulla base di motivazioni politiche. Un circolo vizioso da cui è difficile uscire che si stringe in una morsa attorno a Ingabire, che continua a rifiutare senza appello la condotta del presidente, ritenuta fortemente antidemocratica.