440 km lungo il muro della vergogna marocchino
Una biciclettata nel deserto, parallela al muro costruito dal governo marocchino per dividere il territorio saharawi. Molto di più di un evento sportivo: un’occasione di incontro con una realtà complessa e poco conosciuta. Il racconto dell’esperienza, con le sue difficoltà e le sue gioie da parte di una dei partcipanti, Lucia Corridoni.

Tra il 4 e l’11 aprile scorso si è svolta la prima edizione del Sahara Bike Race, un’iniziativa di solidarietà con il popolo saharawi promosso dalla Segreteria della Gioventù e dello Sport del governo della RASD e l’Associazione degli Amici del Popolo Saharawi di Siviglia.

Si tratta di una sfida socio-sportiva che ricalca le orme della Sahara Marathon, già alla sua nona edizione, ma che si inserisce anche, secondo l’intento degli organizzatori, nel contesto delle iniziative sviluppate per l’abbattimento di altri “muri della vergogna”, con la finalità simbolica di distruggere il muro costruito dal governo marocchino e permettere il ritorno del popolo saharawi dall’esilio forzato: l’itinerario della competizione correva, infatti, parallelo al muro di oltre duemila chilometri che il Marocco ha costruito per dividere il territorio saharawi.

Quest’anno, dunque, per la prima volta, trentatrè partecipanti sono partiti da Siviglia con le loro biciclette, diretti a Tindouf per iniziare un viaggio in mountain bike fino al cuore dei Territori Liberati, all’enclave di Tifariti, oggi capitale simbolica dell’area riconquistata nel corso del conflitto tra il Fronte Polisario ed il Marocco.

Una corsa in bici nel deserto

La distanza tra Smara, punto di partenza della corsa e Tifariti è di circa 440 km; 240 sono i chilometri che avremmo percorso in mountain-bike, in quattro tappe di circa 60 km al giorno. Il resto del tragitto, corrispondente alle zone più impervie e quasi impraticabili in bicicletta, l’avremmo percorso su fuoristrada.  A Smara quasi non ci sono tende; le abitazioni sono quasi tutte costruite con mattoni di fango essiccati al sole. E a Smara tutto è abbagliante: le strade, il deserto intorno, il cielo così azzurro e limpido, l’aria trasparente. Ogni famiglia ha a disposizione un piccolo pannello solare che fornisce elettricità durante la notte.

Il nostro viaggio correva parallelo al “muro della vergogna” marocchino. Da un lato lo sguardo poteva perdersi nel deserto algerino, polveroso, di roccia, privo di arbusti, una distesa abbagliante, dall’altro, a una distanza all’apparenza insignificante, una linea sottile ma costante, puntini scuri sulla sommità: soldati marocchini.

Il muro in alcuni tratti è stato costruito lungo una sommità rocciosa, dà l’aspetto di una vera e propria montagna che chiude la vista, ma in realtà ha un’altezza di circa un metro e mezzo, due metri nei punti massimi, una dimensione così insignificante e tanto più frustrante. Una rete intricata di filo spinato è posta lungo tutto il dispiegarsi del muro dalla parte saharawi;  Il territorio è disseminato di mine antipersona e anticarro sparse dal Marocco negli anni del conflitto, molte sono scoppiate e continuano a scoppiare di tanto in tanto, ma una quantità sconosciuta di mine è ancora attiva e sepolta sotto il terreno.

Il primo giorno c’è sembrata quasi eccessiva quell’insistenza sulla necessità di seguire il percorso dei compagni più avanti, anche nel caso di tragitti paralleli, o lo sbarrare le biforcazioni con i loro fuoristrada; ci sembravano lasciati lì vicino apposta, per mostrarceli, per quanto ingenuo possa sembrare, a mo’ di attrazione turistica tutti quei rottami, parti di ordigni bellici sparsi lungo il cammino.

Poi, distogliendo l’attenzione dalla strada di fronte a noi, vedevamo sparsi ovunque pezzi di metallo, armi quasi intatte ma divorate dalla ruggine, tracce di bombe e di enormi proiettili, scheletri di carri armati, e ci rendevamo conto che era tutto meno che attrattivo. Qualche volta abbiamo incontrato sulla strada, accanto a rottami, anche ordigni inesplosi, ricomparsi da sotto la sabbia; si aspettava uno dei ragazzi saharawi in bici, o si faceva un cenno al fuoristrada di passaggio, gli uomini li circondavano di pietre a mo’ di segnalazione, e via pedalando.

Nelle zone impraticabili caricavamo le biciclette su un grande camion militare tedesco degli anni ’70 e ci dividevamo sui fuoristrada. La bici ci ha permesso di correre insieme, fianco a fianco, ma il deserto ci ha dato anche tanto spazio per riflettere, spazio reale di solitudine: spesso pedalavamo senza vedere nessuno davanti, nessuno dietro.

All’improvviso i discorsi dei ragazzi saharawi che abbiamo conosciuto ci sembravano vani: non hanno conosciuto né la guerra né direttamente l’occupazione, nati negli accampamenti non hanno mai visitato i Territori Occupati dal Marocco; i più anziani hanno conosciuto tutto questo, vogliono tornare nelle città che erano state loro prima dell’invasione marocchina.  ma anche loro che pure conoscevano quei luoghi sarebbero in grado ora di riconoscerli, dopo oltre trent’anni? Non è piuttosto il rincorrere un sogno, quello di una società internazionale che riconosca il diritto dei popoli sopra gli interessi contingenti del realismo politico, ma soprattutto un miraggio, quello di una società in un territorio che non esiste più perché troppe sono state le contaminazioni marocchine?

Il terzo e quarto giorno, entrando nei Territori Liberati dal Polisario, il paesaggio è cambiato un po’: sono comparsi banchi di sabbia, macchie di arbusti con lunghe spine che minacciavano le nostre bici e ci siamo accorti che oltre ad alcune jeep del Polisario ci seguivano a distanza due auto bianche dell’ONU: finalmente incontravamo membri della Missione MINURSO. E’ difficile sentire appieno ciò che i saharawi provano, ma anche tutti noi in quell’occasione ci sentimmo controllati, non protetti.

La fascia di pochi chilometri che ci separava  dal muro è off-limits per i saharawi, sotto una sorta di amministrazione ONU, per la pericolosità del terreno disseminato di mine e per assicurare il mantenimento del cessate il fuoco.

Siamo arrivati a Tifariti. Dopo un tratto in fuoristrada e la ripresa delle biciclette per una ventina di chilometri, molto faticosi, tra rocce, spine, sabbia, sali-scendi, curve, banchi di sabbia che frenavano le biciclette e facevano cadere tanti di noi nei modi più buffi, così all’improvviso ci siamo trovati circondati da bambini, ragazze, donne che cantavano, festeggiavano il nostro arrivo sventolando bandiere. È stata una festa immensa, ci abbracciavano, ci baciavano e abbracciavano ancora. Sembrava irreale, ci guardavamo tra noi e rimanevamo stupiti di vedere i nostri sguardi umidi negli occhi degli altri. Un’emozione fortissima, un sentirsi tutt’uno con il popolo saharawi, e anche noi abbiamo iniziato a battere le mani e festeggiarli.

 

Il ritorno, e la paura delle mine

Manifestazione sahara bike race
                  Manifestazione Columna de los Mil

Siamo avanzati a ritroso nel deserto, verso Smara, perché la notte già saremmo ripartiti per l’aeroporto di Tindouf. Nel pomeriggio avremmo partecipato alla grande manifestazione organizzata nei pressi del Muro dall’Unione Nazionale delle Donne Saharawi (UNMS), la Columna de los Mil per chiedere l’abbattimento del Muro.

I ragazzi saharawi ci hanno spiegato che è un grande evento, tutti i saharawi cercano ogni anno di esserci, se ne hanno i mezzi, anche se ciò significa viaggiare per alcuni giorni. A una trentina di chilometri dal punto di concentramento abbiamo ripreso le biciclette per l’ultimo tragitto su due ruote nel deserto, con il vento contrario ma tutti impazienti, sventolando la bandiera saharawi agganciata alle mountain bike.

Arrivati, subito sono venuti a salutarci gruppi di saharawi, ci hanno raggiunto anche alcuni giornalisti europei. Lontano vedevamo sventolare la bandiera portoghese, quella francese e delle isole Canarie. Qualche domanda sulla nostra avventura, foto, in effetti c’era moltissima gente, i gruppi piuttosto sparsi, il deserto sterminato. Centinaia di bandiere saharawi, i canti e i tradizionali “trilli” con la lingua, una festa di colori e suoni. Abbiamo visto alcune donne provenienti da fila più avanti, esultanti, tra le mani circa tre metri di rete metallica, il filo spinato tagliato dalla recinzione del tratto più vicino al muro.

Tutti i saharawi ci avevano ripetuto di fare attenzione, di non allontanarci e restare un po’ in disparte nonostante gruppi di spagnoli fossero molto più vicini al muro di noi; anche una voce all’altoparlante ripeteva in spagnolo, tra le frasi rivendicative in hassanya, di fare attenzione e non trasgredire alle indicazioni date. Non c’era traccia dei militari ONU.

All’improvviso un forte boato e una nuvola di polvere, ma si vede qualcosa di scuro come scagliato in aria. Grida, e la voce all’altoparlante in hassanya, chiaramente ripete in modo ossessivo qualcosa; in pochi istanti il ritorno del quotidiano per i saharawi, una mina antiuomo è esplosa.

La manifestazione si è dispersa in pochi attimi, i gruppi europei più avanti indietreggiano e si dileguano, o almeno è quello che

Residuo bellico
              Residuo di ordigno bellico nel deserto

sembra a noi, siamo tutti impietriti e rimaniamo fermi, nessuno viene a dirci nulla, poi le prime notizie: un europeo?  Ma viene smentita. Due sono le vittime, due giovani saharawi, come sapremo più tardi un ragazzino di 19 anni ha perso un occhio; l’altro, di 21, è quello che ha fatto scoppiare la mina, è stato fortunato, l’esplosione gli ha solo dilaniato la gamba.

Cerchiamo nella folla i nostri amici saharawi, ci sorridono tesi ed è un sollievo vederli tornare. La manifestazione è finita, ci dicono, è tempo di lasciare la zona ora che sono arrivati i soccorsi. Ma, ci dicono, se vogliamo ci scorteranno più vicini al muro, con tutte le precauzioni necessarie. Diciamo tutti di sì. C’è tanta rabbia e incredulità: abbiamo trascorso una settimana costeggiando il muro, sentendo la loro stessa sensazione di oppressione, ma godendo anche di tanta allegria e spensieratezza, finché questa mina non ha colpito anche noi.

Arrivano i furgoni che ci porteranno a Tindouf, sono le undici circa ed è calato il buio. Siamo fuori dai cancelli di Smara, con solo un paio di torce perché il cielo è coperto. I saluti, gli abbracci forti e ancora scherzi con i nostri compagni di avventura, ci scambiamo indirizzo, numero di telefono, promesse e tanti arrivederci. Poi l’aeroporto di Tindouf, la polizia algerina, il volo con ore di ritardo, lo scalo ad Oran, il volo per Siviglia, un allontanarsi graduale, e arriviamo a Siviglia di prima mattina.

Verso le ventidue suona il telefono di Rubén. E’ Mohamed Salik: Ey, Le bes ?? siete tornati? Tutto cambia di nuovo colore e quella chiamata dagli accampamenti ci riscalda e accompagna, e ci sentiamo assurdamente protetti. Entre hermanos no hay gracias ni perdón.

 

Lucia Corridoni ha pubblicato l’abstract della sua tesi nella rubrica Africa e lode : La questione del Sahara Occidentale nella politica dell’area mediterranea