Conflitto dimenticato
Rinvenute nella zona di Fadret Leguiaa, costituiscono un’ulteriore prova dei massacri compiuti dal Marocco tra il 1975 e il 1991 nella guerra di aggressione che ha opposto Rabat al fronte Polisario. Presentata una denuncia all’Alto commissariato Onu per i diritti umani.

Una nuova denuncia sulla guerra dimenticata del Sahara Occidentale è stata indirizzata all’Alto commissario ai diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, dove una delegazione di familiari di scomparsi sahrawi ha presentato la settimana scorsa i risultati del ritrovamento di due fosse comuni e la memoria della tragedie che queste nascondono. Tra il 1975 e il 1991, anno del cessate il fuoco, nel Sahara Occidentale si è infatti combattuta una guerra di aggressione da parte del Marocco e una resistenza armata da parte dei sahrawi sotto la bandiera del Polisario, il Fronte di liberazione nazionale. Come in tutte le altre guerre, anche in questa i civili sahrawi sono stati la principale vittima: uccisioni, deportazioni, torture, imprigionamenti, scomparse. Ancora oggi non si hanno notizie di un terzo dei circa 1.500 scomparsi durante e dopo la guerra.

Nel febbraio di quest’anno un giovane pastore sahrawi trova resti umani semisepolti nella sabbia, non lontano dal muro di occupazione marocchina che divide in due il paese. L’Associazione dei famigliari dei prigionieri politici e degli scomparsi (Afapredesa) individua, nella zona di Fadret Leguiaa, nei pressi di Amgala situata nei territori liberati, i possibili famigliari delle vittime, di cui raccoglie da anni le testimonianze.

Aba Ali Said Daf oggi è un uomo di cinquant’anni che vive nei campi profughi sahrawi in Algeria, ma nel febbraio 1976 era un giovanissimo nomade che assistette all’assassinio di suo conoscente e di suo figlio. Un assassinio a sangue freddo compiuto da un ufficiale marocchino. Il suo racconto è stato confermato dalla riesumazione dei resti delle vittime e dall’esame del Dna. Da due fosse comuni sono emersi i resti di otto persone di cui è stato possibile risalire all’identità, grazie al lavoro di un gruppo di ricercatori spagnoli, condotti da Carlos Beristain e Francisco Gabilondo all’inizio di giugno.

Tra gli aspetti più inquietanti di questa scoperta, oltre alla prova del decesso violento di otto persone, è il fatto che quattro di queste risultano su una lista stilata dal Consiglio consultativo dei diritti umani con cui il Marocco di Mohammed VI pretende di aver chiuso i conti con le barbarie del periodo di Hassan II, il padre dell’attuale re. Le quattro persone risultano essere state arrestate negli stessi giorni testimoniati dai famigliari, ma poi portate in una caserma di Smara e qui decedute durante la detenzione. Un’informazione falsa che getta un’ombra su tutta lista e le reali circostanze della morte o della scomparsa delle altre persone che vi figurano.

Dei massacri compiuti dal Marocco durante la guerra i sahrawi hanno una memoria viva, anche se dolorosa da raccontare. L’esistenza di fosse comuni è ben presente a chi ha assistito all’occupazione. È la prima volta tuttavia che viene data una prova inconfutabile delle tragedie cui hanno dato origine. Il timore dei sahrawi è che, poiché molte fosse si trovano nei Territori occupati, il Marocco proceda alla “pulizia” delle zone di guerra e di repressione per cancellare le tracce. Il conflitto dimenticato continua ancora oggi attraverso la battaglia per preservarne la memoria.