All’inizio di settembre un giornale israeliano pubblica l’opinione di un analista politico che prospetta la possibilità di ospitare la popolazione di Gaza nel Sahara Occidentale. Non si tratterebbe di un gesto caritatevole, ma di un investimento strategico di cui enumera i vantaggi per il Marocco, consolidamento demografico del territorio occupato e del prestigio, anche in considerazione del rifiuto dei paesi vicini ad accogliere i gazawi.
Mentre il segretario di stato americano Marco Rubio discute col primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dell’annessione della Cisgiordania, sul Jerusalem Post si fa il paragone, tra le altre cose, con l’annessione del Sahara Occidentale da parte del Marocco.
La proposta di legge al Congresso USA: Polisario movimento terrorista
Al Congresso degli Stati Uniti il 24 giugno è stata depositata una proposta di legge per dichiarare il Fronte Polisario, nato per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale, come un movimento terrorista.
Il testo sostiene che il Polisario avrebbe esposto, a partire dal 1980, il ritratto dell’ayatollah Khomeini per attrarre la benevolenza dell’Iran. Le sue truppe sarebbero poi state addestrate da ufficiali di Hezbollah nei campi profughi sahrawi in Algeria. Il movimento avrebbe in dotazione droni, avrebbe tenuto un summit con l’ala siriana dei kurdi del PKK nei campi profughi sahrawi nel gennaio di quest’anno. Il tutto con riferimento alle notizie diffuse negli ultimi mesi da diversi organi di stampa.
La proposta di legge si conclude con la possibilità di sospendere la sanzione nel caso in cui il Polisario accetti di negoziare il piano di autonomia presentato dal Marocco nel 2007.
L’offensiva mediatica: dal Washington Post alla presunta disinformazione
La questione del Sahara Occidentale sembra spostarsi sempre più dagli organi dell’ONU, Consiglio di sicurezza e Assemblea generale, ai vari organi dell’informazione. Su questo terreno, non meno che all’ONU, la partita appare squilibrata dalla potente offensiva, mediatica in questo caso, condotta dal Marocco e dai suoi alleati. Il punto di partenza di questa offensiva è stato un articolo del Washington Post del 12 aprile scorso, nel quale si esamina lo sforzo del nuovo governo siriano di fare luce sui legami tra Iran e Hezbollah.
Il quotidiano afferma che Teheran ha addestrato combattenti del Polisario e che centinaia di loro sono ora detenuti dalle nuove forze di sicurezza siriane, secondo un funzionario regionale e un terzo funzionario europeo, senza peraltro alcuna altra precisione circa i fatti le fonti.
Il Polisario ha immediatamente pubblicato una smentita che è stata pubblicata ma, contrariamente da quanto affermato dal Polisario, l’articolo non corregge la propria analisi.
Articolo ripreso
L’articolo del Washington Post è stato ampiamente ripreso dalla stampa internazionale, ed è stato il punto di partenza di un’ampia inchiesta della giornalista olandese Rena Netjes pubblicata il 14 agosto dal sito di Democraticy for the Arab World Now (DAWN) di cui Nigrizia ha dato conto.
Oltre al già citato Washington Post, l’inchiesta si basa su un’ampia serie di “prove” che a una attenta analisi si rivelano inconsistenti.
Quali “prove”? Foto militari e documenti dubbi
Tra le prove vi è un dibattito tv della emittente tedesca Deutsche Welle in lingua araba, in cui vengono mostrate foto di soldati sahrawi che sarebbero una delle rare prove della loro presenza in Siria. Le redazioni dei giornali sono piene di foto di quel tipo che in realtà mostrano le annuali parate militari del Polisario in occasione del 27 febbraio, giornata dell’indipendenza, e del 20 maggio l’anniversario dell’inizio della lotta di liberazione.
Altra prova sarebbe il documento 279 del 2012 dei servizi segreti siriani, che esperti siriani non meglio identificati confermano come autentico, e pubblicato da Hibapress del dicembre 2024. Afferma il sostegno dell’Algeria al regime di Bachar al-Assad con l’invio di 120 combattenti sahrawi integrati nelle unità dell’esercito siriano. Il documento cita anche colloqui tra leader del Polisario e la resistenza (Hezbollah) a Beirut nel gennaio del 2011 all’inizio delle rivolte popolari nel mondo arabo.
Ipotesi fantasiose
L’ipotesi che l’Algeria abbia sostenuto Assad attraverso il Polisario appare inverosimile alla luce della politica estera algerina, e non si capisce quale sarebbe l’interesse del Polisario.
Ancora più fantasioso appare l’incontro tra Hezbollah e Polisario a Beirut all’inizio del 2011 quando stanno esplodendo altre rivolte popolari nel mondo arabo. I sahrawi sono stati i primi a inaugurare la rivolta popolare, con il pacifico accampamento di migliaia di persone a Gdeim Izik nei territori occupati nell’ottobre-novembre 2010. Il Marocco lo aveva raso al suolo e aveva brutalmente represso la pacifica riunione con l’accusa di terrorismo. Decine di militanti sahrawi dei territori occupati sono ancora in prigione in cattive condizioni dopo processi iniqui.
Intanto la rivolta scoppiava anche in Marocco col Movimento del 20 febbraio, poi brutalmente represso. A che scopo andare a Beirut a incontrare un movimento come Hezbollah dopo lo straordinario momento di nonviolenza attiva, che Noam Chomsky pone all’origine, prima ancora della Tunisia, della cosiddetta “primavera araba”?
Il Polisario e al Assad: un’alleanza che non sta in piedi
L’autrice dell’inchiesta elenca poi una quindicina di fonti diverse che evidenziano fatti senza mai fornire una prova inconfutabile, e senza mai analizzare le ragioni di versioni contrastanti e senza sottoporre a critica affermazioni inverosimili, come quella secondo cui il Polisario farebbe pressioni sugli USA mandando i suoi soldati ad addestrarsi nel sud del Libano nei campi dell’Hezbollah!
Una delle fonti ammette peraltro che Bachar al Assad in realtà aveva poco da guadagnare in termini militari dal Polisario.
Ministro degli esteri algerino a Damasco
Centinaia di soldati sahrawi sarebbero ora prigionieri in Siria, ma non esce un nome, un’immagine dall’attuale governo che ha riannodato le relazioni col Marocco. Proprio per chiedere la loro liberazione il ministro degli Esteri algerino sarebbe andato nel febbraio di quest’anno a Damasco. Una supposizione – quella della motivazione del viaggio – del tutto arbitraria senza prova alcuna.
La subdola campagna mediatica marocchina
La chiave di lettura di queste prove è data dall’autrice stessa dell’inchiesta quando ricorda le dichiarazioni del ministro degli Esteri del Marocco Nasser Bourita all’inizio del maggio 2018, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche con Teheran, che accusano l’Iran e Hezbollah di addestrare e fornire armi al Polisario attraverso l’ambasciata iraniana ad Algeri. È infatti da questo momento che la campagna mediatica del Marocco si accentua e si focalizza sul binomio Iran-Hezbollah. È il momento della strategia di Trump che porta agli accordi di Abramo con le monarchie arabe moderate, tra cui il Marocco a cui concede in contropartita il riconoscimento della marocchinità del Sahara Occidentale.
Le accuse al Polisario e all’Algeria
La campagna riprende nel dicembre dello scorso anno con altrettanto vigore dopo la caduta del regime siriano di Bachar al-Assad, e adotta la stessa tecnica delle precedenti campagne di disinformazione da parte del Marocco: le accuse coinvolgono sia il Polisario che l’Algeria, designata come la vera nemica del Marocco. Le affermazioni non sono sostenute da prove ma veicolate in modo massiccio attraverso i media degli alleati, dagli USA a datare dalla prima presidenza Trump, da Israele e dalla rete che la diplomazia di Rabat ha saputo tessere in questi anni con grande abilità. La stessa tecnica è poi usata anche contro gli oppositori sahrawi
L’Iran di Khomeini e la Siria di Hafiz al-Assad hanno riconosciuto la RASD nel 1980. Abbiamo chiesto a Mustafa Mohamed Lamin, già ambasciatore della RASD a Damasco fino al 2003, di chiarire le relazioni con la Siria. “Sono stato ambasciatore in Siria e rappresentante del Polisario per il Medioriente dal dicembre 1995 alla fine del 2003″. Nega che fosse rimasto un ufficio del Polisario aperto, come riferito da alcuni media, fino al maggio di quest’anno, quando Damasco e Rabat hanno ripreso le relazioni diplomatiche.
Contrastanti fonti americane
Quanto alle accuse di terrorismo su cui si sta discutendo al Congresso americano, John Bolton, già consigliere per la sicurezza nazionale di Trump 1, esclude che il Polisario possa mai essere stato un gruppo terroristico. Inoltre la Fondazione americana Jamestown, con sede a Washington e che pubblica un Terrorism Monitor, ha recentemente reso noto un rapporto sul Polisario che ricostruisce la sua genesi, mostrando come il terrorismo non sia mai stato nella sua strategia di lotta, e mette in dubbio la validità di tutte le fonti citate per sostenere una falsa ricostruzione. La piattaforma Damasheq, registrata di Germania, citando altre fonti siriane smonta a sua volta l’articolo della giornalista olandese apparso su DAWN.
Le strutture del Polisario
Va ricordato che il Polisario ha un esercito regolare, frutto della coscrizione obbligatoria, stazionato nelle caserme dei territori liberati e sottoposto a sorveglianza da parte della missione dei caschi blu nel Sahara Occidentale (MINURSO). Partecipa ad esercitazioni militari con eserciti di altri paesi. Riceve un addestramento da parte degli ufficiali sahrawi, a loro volta formati soprattutto in Algeria, che fornisce anche l’armamento. La Repubblica sahrawi (RASD) è inoltre uno stato membro dell’Unione Africana, ed è riconosciuta da decine di stati nel mondo, con i quali intrattiene relazioni diplomatiche. Partecipa alle conferenze internazionali nell’ambito dell’UA e non solo.
Il Polisario è riconosciuto come rappresentante del popolo sahrawi dalle Nazioni Unite, e dal Tribunale e dalla Corte europea e da diversi tribunali nazionali nelle controversie contro lo sfruttamento delle risorse naturali del Sahara Occidentale da parte del Marocco.
Niente di più lontano quindi dall’immagine che si tenta di cucirgli addosso di un gruppuscolo di guerriglieri irregolari al soldo di potenze straniere in improbabili imprese di geopolitica immaginaria.