Sahara Occidentale: negoziati a Madrid sotto la pressione USA
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Gli Stati Uniti, alleati di Rabat, puntano a un accordo a breve, sottraendo all’ONU il compito di mediare una soluzione condivisa per i territori contesi
Sahara Occidentale: negoziati a Madrid sotto la pressione USA
Alle trattative partecipano i ministri degli Esteri di Marocco, Fronte Polisario, Algeria e Mauritania con la “mediazione” del consigliere di Trump per l’Africa e il Medioriente, Massad Boulos
09 Febbraio 2026
Articolo di Luciano Ardesi
Tempo di lettura 6 minuti
Insediamenti sahrawi a Tindouf, nel Sahara algerino, sede della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi, il governo in esilio del Sahara Occidentale

Si è svolto l’8 febbraio a Madrid un primo incontro tra Marocco e Fronte Polisario alla presenza dell’Algeria e della Mauritania per discutere del futuro del Sahara Occidentale.

L’incontro è stato voluto dagli USA e dal rappresentante di Donald Trump per l’Africa, Massad Boulos, dopo che a fine gennaio in Florida Marocco e Polisario erano stati convocati per discussioni preliminari di cui nulla è trapelato se non l’ovvia pressione degli Stati Uniti a trovare rapidamente un accordo.

Nelle intenzioni americane l’incontro madrileno doveva restare riservato ma il sito spagnolo El Confidencial lo ha anticipato, ripreso poi dai quotidiani spagnoli. I colloqui sono avvenuti nella sede dell’ambasciata USA a Madrid, e vi hanno partecipato i ministri degli Esteri, Nasser Bourita per Rabat, Mohamed Yeslem Beissat per il Polisario, Ahmed Attaf per Algeri e Mohamed Salem Ould Merzoug per Nouakchott, con le rispettive delegazioni.

Da parte americana, oltre a Boulos ha partecipato l’ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, Michael Waltz. Era presente anche Staffan de Mistura, il rappresentante personale del segretario generale dell’ONU per il Sahara Occidentale, di fatto emarginato da quando la questione è stata presa in mano da Trump.

Indiscrezioni e prossimi passi

In mancanza di un comunicato ufficiale, quantomeno del negoziatore americano, per il momento sono emerse solo alcune indiscrezioni, tra le quali quella dell’ulteriore convocazione a Washington il prossimo maggio.

In attesa di prese di posizioni ufficiali, soprattutto del Polisario e dell’Algeria, le due parti messe in causa nella discussione, è bene ricordare il quadro in cui la riunione di Madrid si è tenuta.

Il piano di autonomia

Il 31 ottobre scorso infatti il Consiglio di sicurezza dell’ONU aveva approvato una risoluzione in cui, per la prima volta e sotto pressione americana, il piano di autonomia proposto dal Marocco nel 2007 in alternativa al referendum di autodeterminazione, veniva considerato come base per i negoziati tra Marocco e Polisario, arenati ormai da tempo.

L’allargamento a Mauritania e Algeria del negoziato riprende lo schema iniziale previsto dall’ONU in quanto i due paesi sono “parti interessate”. La scelta di Madrid è stata invece dettata da una questione logistica.

La posizione spagnola

Non si può ignorare tuttavia che per la Spagna è il ritorno alla casella di partenza, in quanto ex potenza coloniale del Sahara Occidentale, abbandonato al suo destino al momento del ritiro delle ultime truppe spagnole il 27 febbraio 1975, quando l’invasione del Marocco era già iniziata, venendo meno all’obbligo della decolonizzazione.

La Spagna di oggi ha nel frattempo abbandonato la sua posizione di mediazione e, sotto il ricatto del Marocco che ha usato le enclave spagnole di Ceuta e Melilla sul proprio territorio come valvola di rilascio dei migranti, ha riconosciuto nel 2022 la marocchinità del Sahara Occidentale, suscitando la reazione dell’Algeria.

Diplomazia e Accordi di Abramo

A tenere banco sono, come ovvio, gli Stati Uniti che hanno sottratto all’ONU il compito di mediare una soluzione. Washington ha un debito di riconoscenza nei confronti di Rabat, avendo quest’ultima sottoscritto gli Accordi di Abramo nel dicembre 2020, allo scadere della prima presidenza Trump, e riallacciato le relazioni diplomatiche con Israele, ricevendone in cambio il riconoscimento americano della sovranità sul Sahara Occidentale.

In queste condizioni è il Marocco ad accomodarsi volentieri al tavolo dei negoziati, contando sulla complicità e sulla non neutralità degli USA che la loro scelta l’hanno già fatta, senza contare naturalmente gli interessi economici. Non stupisce quindi che il Marocco sia stato il primo paese africano ad aderire al Board of Peace proposto da Trump per Gaza e per indebolire l’ordine fondato sul diritto internazionale.

Il Marocco è venuto a Madrid, su richiesta americana, con un piano di autonomia più dettagliato rispetto a quello presentato nel 2007. Il testo non è stato divulgato ma gli osservatori da tempo avevano criticato quella proposta. Nel quadro istituzionale della monarchia marocchina infatti non esiste ombra di vero decentramento.

Rischi politici per Rabat

Lo sanno bene i berberi della regione settentrionale del Rif, le cui rivendicazioni autonomistiche sono sempre state schiacciate nel sangue, l’ultima volta col movimento Hirak nel 2016-17. Un piano di autonomia necessiterebbe la modifica della Costituzione e comporterebbe il rischio che altre regioni rivendicassero l’autonomia, a cominciare proprio dal Rif. Insomma per Rabat è una questione politica di estrema delicatezza.

Quanto ai sahrawi, da tempo ripetono che qualunque soluzione deve passare per un referendum. In vista del voto del Consiglio di sicurezza dell’ottobre scorso, il ministro degli Esteri Beyssat si era spinto per la prima volta a dichiarare che l’autonomia potrebbe essere una soluzione accettabile solo se sottoposta a referendum.

Alla vigilia dell’attuale riunione di Madrid il Polisario si è fatto precedere da una dichiarazione del suo segretario generale, Brahim Ghali, nella quale ribadisce che “il popolo sahrawi è il decisore ultimo nel determinare il proprio futuro, poiché è l’unico ed esclusivo proprietario del Sahara Occidentale”, aggiungendo che neppure il Polisario potrebbe sostituirsi alla volontà del popolo.

Da queste dichiarazioni si comprende qual è uno dei punti su cui i sahrawi hanno insistito di più, coscienti che Rabat di referendum non ne vuole proprio sapere ormai da tempo.

Dialogo in divenire

Stando alle indiscrezioni emerse dalla riunione, il piano dettagliato presentato dal Marocco sarebbe stato recepito come unico punto di riferimento e avrebbe ottenuto l’avvallo anche dell’Algeria. Il condizionale è d’obbligo in mancanza di dichiarazioni ufficiali, tanto più che sarebbe stato istituito un “Comitato tecnico permanente” tra le parti con la supervisione di USA e ONU per discutere alcuni aspetti pratici del piano.

Il Polisario avrebbe ancora una volta proposto il concetto di autodeterminazione internazionalmente riconosciuto e senza vincolarlo esclusivamente al risultato dell’autonomia. In ogni caso di un voto però per il momento non si parla.

Da parte marocchina si tiene a sottolineare il pieno successo della sua proposta, da ambienti favorevoli ai sahrawi si evidenzia invece come il Polisario abbia saputo resistere alle pressioni americane.

Da parte sua l’Algeria diffonde una dichiarazione del presidente Tebboune in cui si afferma come le relazioni diplomatiche del paese nella regione siano ottime, tacendo ovviamente di quelle con Rabat, per smentire un suo isolamento.

Intanto però la missione dei caschi blu nel Sahara Occidentale (MINURSO), che la risoluzione del Consiglio di sicurezza aveva previsto di rivedere a breve, ha iniziato a sgretolarsi. Il responsabile onusiano nei campi profughi sahrawi a Tindouf (Algeria), il palestinese Jusef Jedian, è stato dimesso dalle sue funzioni in novembre. Ed è solo l’inizio, viste le difficoltà di bilancio delle Nazioni Unite sotto la scure di Trump.

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