Si può dire di tutto dell’Unione Europea tranne che manchi di perseveranza nel continuare a depredare il Sahara Occidentale occupato dal Marocco dei suoi prodotti agricoli e della pesca.
L’UE ci riprova a importare prodotti dal Sahara Occidentale occupato. Il 2 ottobre infatti è stato raggiunto un nuovo accordo che consentirà all’Europa di importare “legalmente” prodotti dai territori e dalle acque territoriali occupati del Sahara Occidentale, malgrado una sentenza della Corte di giustizia dell’UE fin dal 2016 avesse dichiarato che il Sahara Occidentale non fa parte del Marocco, rendendo nullo qualunque accordo che lo includesse.
Per tentare di aggirare i divieti della Corte, ecco che la Commissione europea ha introdotto una serie di misure studiate appositamente per rendere giuridicamente sostenibile il nuovo accordo. Il tutto è cominciato all’inizio di settembre quando i ministri europei hanno autorizzato la Commissione europea a negoziare un nuovo accordo con Rabat.
UE e Marocco sono legati dall’Accordo di associazione nell’ambito della politica euro-mediterranea dell’Unione Europea, entrato in vigore nel marzo 2000. Tale Accordo di associazione comprendeva anche il territorio del Sahara Occidentale.
Su iniziativa del Fronte Polisario il tribunale e la Corte di giustizia dell’UE sono stati più volte sollecitati a rendere nullo ogni accordo di sfruttamento delle risorse naturali sahrawi.
Finora il Polisario, che rappresenta il popolo sahrawi, ha sempre vinto queste cause, l’ultima volta il 4 ottobre dello scorso anno. Quella sentenza peraltro stabiliva che gli accordi così bocciati restavano provvisoriamente in vigore per un anno a partire dalla data della sentenza. Bruxelles e Rabat hanno dunque dovuto provvedere ad una volata finale per non veder decaduti gli accordi a partire dal 4 ottobre di quest’anno.
Uno dei motivi della perseveranza dell’UE è naturalmente economico. Come rivendicano con orgoglio i ministri europei nelle premesse alla decisione di firmare il nuovo accordo, l’estensione delle preferenze tariffarie ai prodotti del Sahara Occidentali “ha consentito di risparmiare 44,4 milioni di euro in dazi doganali nel 2022, su 590 milioni di euro di prodotti esportati”.
L’altro motivo è decisamente politico: due dei principali sostenitori dell’accordo, la Spagna e la Francia, sono anche tra quei paesi che hanno riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, a dispetto del fatto che l’ONU consideri quel territorio come non autonomo e dunque ancora da decolonizzare.
Con meticolosa astuzia la Commissione ha dunque negoziato col Marocco le clausole del nuovo accordo tenendo conto delle considerazioni contenute nelle diverse sentenze che avevano annullato tutti i precedenti accordi.
Il principio più importate stabilito è quello che ogni accordo sulle risorse del Sahara Occidentale deve avere il consenso del popolo sahrawi. Per le Nazioni Unite, ma anche per lo stesso Marocco che vi ha più volte negoziato anche direttamente, il rappresentante di questo popolo è il Polisario.
Di fronte al rifiuto del Marocco di una tale eventualità, l’UE fa ricorso ad un’altra considerazione contenuta in una delle sentenze: il consenso del popolo sahrawi può ritenersi presunto se dalle misure deriva un beneficio effettivo e valutabile ai sahrawi stessi. È un evidente assist al Marocco che da sempre celebra l’occupazione come vantaggiosa per il benessere dei sahrawi.
Per superare lo scoglio relativo all’etichettatura dei prodotti, che devono indicare l’origine di provenienza, viene introdotta una leggera modifica che farà riferimento a due possibili origini “regionali” dei prodotti sahrawi: Laâyoune-Sakia El Hamra, Dakhla Oued Ed-Dahab. È stata questa la questione più dibattuta per la sua valenza politica, per il Marocco, e giuridica, per l’UE, in modo da farla bere alla Corte europea di fronte al prevedibile ricorso del Polisario.
Si tratta di un compromesso e di un’astuzia che permettono di precisare da quale “regione” è originario il prodotto, e di escludere la locuzione “Sahara Occidentale” poiché questa origine è sistematicamente rifiutata dalla Corte europea.
Questa soluzione fa comodo anche al Marocco che vede così oscurato il Sahara Occidentale come entità politica a sé. In attesa di un accordo formale, il testo dell’accordo raggiunto con un semplice scambio di lettere, è entrato comunque provvisoriamente in vigore dal 2 ottobre e gli affari potranno così continuare come prima.
Per indorare la pillola, o meglio per rafforzare il quadro dell’occupazione illegale, la Commissione europea si fa vanto anche di dichiarare che, al momento della firma definitiva dell’Accordo,
“fornirà innanzitutto finanziamenti alla regione concentrandosi su settori chiave quali le risorse idriche, compresa l’irrigazione, l’energia, la lotta alla desertificazione e la desalinizzazione dell’acqua, in linea con il principio dello sviluppo sostenibile”.
Si tratta con ogni evidenza di investimenti a sostegno della politica di popolamento coloniale che il Marocco conduce da cinquant’anni di occupazione, dello stravolgimento e dell’emarginazione della società sahrawi: uno sviluppo insostenibile per il futuro del popolo sahrawi, a dispetto di quanto affermato dalla Commissione europea.
Per rispondere a questa obiezione, l’astuzia della Commissione si spinge fino a strizzare l’occhio ai sahrawi in esilio nei campi profughi di Tindouf, nel deserto algerino, vicini alla frontiera col Sahara Occidentale. “Allo stesso tempo – scrive – l’Unione intensificherà l’assistenza umanitaria ai campi di Tindouf. Tale assistenza sarà erogata attraverso i pertinenti meccanismi dell’Unione e delle Nazioni Unite”.
Ma l’accordo ha creato malumori anche all’interno del Parlamento europeo, con diversi europarlamentari che hanno accusato la Commissione di aver eluso il controllo parlamentare e di aver ignorato la sentenza della Corte di giustizia.
Una dura condanna è stata espressa anche dal presidente della Commissione per il commercio internazionale (INTA) del Parlamento europeo, Bernd Lange, che ha definito quello della Commissione europea “un modo di operare davvero scandaloso”. “La sentenza della Corte era nota da un anno, eppure la Commissione apparentemente non è stata in grado o non ha voluto risolvere la situazione attraverso una procedura adeguata”, ha dichiarato l’eurodeputato tedesco alla rete mediatica paneuropea indipendente EURACTIV.
In attesa di verificare quello che non dovrebbe essere l’oggetto di baratto coloniale ma un dovere politico-umanitario poiché le vicende del popolo sahrawi sono legate alla mancata decolonizzazione del Sahara Spagnolo da parte di Madrid, rimane da parte dell’UE la conferma di una politica subordinata a meri interessi economici e ai ricatti di Rabat in tema della sensibile questione dell’immigrazione.
Intanto il Polisario, nel condannare l’ennesima spregiudicata prova di forza europea, ha già dichiarato che farà ricorso, come in passato, alle vie giudiziarie per tutelare gli interessi del popolo sahrawi.