50 anni RASD: il nodo del Sahara Occidentale
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L’ultima colonia d’Africa: dall’addio della Spagna alla resistenza del Polisario l'infinita partita per la sovranità del popolo sahrawi
Mezzo secolo di RASD: l’incompiuta del Sahara Occidentale e il nodo del diritto internazionale
Nel 50° anniversario della proclamazione della Repubblica Araba Sahrawi Democratica, il conflitto con il Marocco entra in una fase cruciale. Tra le pressioni degli Stati Uniti e il nodo del referendum, ecco perché la soluzione resta un'incognita diplomatica
27 Febbraio 2026
Articolo di Luciano Ardesi
Tempo di lettura 6 minuti

Oggi, 27 febbraio, i sahrawi festeggiano i 50 anni della Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD), proclamata nel giorno in cui la Spagna lasciava definitivamente la sua ultima colonia africana. Il Polisario continuava allora la resistenza contro il Marocco, diventato il nuovo colonizzatore del Sahara Occidentale.

Senza dimenticare la propria storia, i sahrawi hanno sempre avuto uno sguardo al futuro. La RASD è un’incompiuta poiché oltre i 2/3 del suo territorio è sotto occupazione militare di un altro stato africano, pur essendo entrambi stati membri dell’Unione Africana, una delle tante contraddizioni dell’Africa. 

Dal 1975 i sahrawi hanno proseguito la lotta di liberazione nazionale fino ad obbligare il Marocco ad accordarsi, nel 1991, sul cessate il fuoco e su un piano di regolamento del conflitto che prevede un referendum di autodeterminazione sotto l’egida dei caschi blu dell’ONU (MINURSO).

Dal 2000 l’ONU ha preparato una lista di aventi diritto di voto che è stata rifiutata dal Marocco, impedendo il referendum. Da allora la questione sahrawi non ha più trovato una soluzione condivisa.

Pressioni statunitensi

Questo 27 febbraio è però particolare per tutto il popolo sahrawi poiché per la prima volta è costretto ad interrogarsi sulla possibilità che la RASD possa ancora esistere.

Dall’ottobre scorso, in occasione del rinnovo del mandato dei caschi blu da parte del Consiglio di sicurezza, il presidente americano Trump ha fatto pressione e poi  ottenuto che il piano di autonomia, presentato dal Marocco nel 2007 come alternativa al referendum, diventasse la base principale da cui partire per arrivare alla soluzione.

Nelle ultime settimane c’è stata un’accelerazione, prima la convocazione di Marocco e Polisario a Washington a metà gennaio, poi l’allargamento dei negoziati alle parti interessate, Mauritania e Algeria, con due incontri a febbraio a Madrid (7-8) e a Washington, appena conclusosi il 23-24.

Tutte le sessioni si sono svolte con l’impegno alla discrezione se non alla segretezza. In assenza di comunicati ufficiali è illusorio avere un quadro preciso della situazione.

È interessante notare però che ognuna delle due parti faccia esprimere da media non ufficiali la propria tradizionale posizione dovendo rendere conto alla rispettiva opinione pubblica. Questa battaglia mediatica accompagna a del resto da decenni l’intera vicenda e sembra più aspra della ripresa della guerra dopo che il Marocco ha rotto il cessate il fuoco nel 2020.

Il piano di autonomia marocchino

In discussione c’è in primo luogo il piano di autonomia riformulato da Rabat su pressione americana per uscire dalla vaghezza della sua stesura di quasi vent’anni fa. Il punto principale è che l’autonomia esclude l’indipendenza, poiché l’autonomia si intende all’interno della sovranità marocchina. La difficoltà del Marocco è che non ha né una cultura né uno spazio costituzionale dell’autonomia o della decentralizzazione.

In Marocco ci sono una Costituzione e un Parlamento ma il re, al contrario delle monarchie europee, accentra l’essenziale dei poteri. Per i sahrawi mantenere una identità, una cultura, perfino una storia non manipolata – la Corte di giustizia internazionale ha una volta per tutte chiarito nel 1975 che il territorio del Sahara Occidentale non ha mai fatto parte del regno del Marocco che però continua ad affermare il contrario – nelle condizioni attuali è praticamente impossibile.

Si comprende quindi perché – a quanto si lascia trapelare anche da parte di Rabat – il piano proposto non sia accettabile. Il timore del Marocco diventa allora quello che una vera autonomia concessa ai sahrawi possa essere rivendicata da altri, ad esempio dai berberi del Rif (la regione a nord del Marocco) che questa autonomia reclamano dopo aver perso la battaglia per l’indipendenza, mentre la repressione continua ad abbattersi su di loro, tanto più che il paese è attraversato da crisi sociali ricorrenti.

L’incognita del voto

Il punto decisivo però è il voto: su che cosa e come si dovrà votare? Fermo restando – almeno per il momento viste le disavventure del diritto internazionale – che il popolo sahrawi abbia diritto all’autodeterminazione, la posizione iniziale di Rabat è che il piano di autonomia una volta accettato dal Polisario – riconosciuto dall’ONU come rappresentante del popolo sahrawi – configuri di per sé l’atto di autodeterminazione.

Il Polisario ha da sempre sostenuto – in linea col diritto all’autodeterminazione – che questa si debba esprimere attraverso un voto libero che comprenda anche l’opzione dell’indipendenza. Entro questo quadro, il Polisario si è sempre detto disposto ad accettare qualunque opzione votata dalla maggioranza.

L’autonomia non è dunque esclusa in via di principio, così come l’annessione. Il Polisario del resto accettò a suo tempo la soluzione di un periodo di autonomia prima di andare al referendum, il Piano Baker del 2003, respinto però dal Marocco. Più recentemente lo stesso ministro degli Esteri sahrawi non l’ha esclusa, se confermata da un referendum.

Si tratta di decidere anche chi potrà votare. Le vecchie liste di oltre 25 anni fa, stabilite sulla base etnica sahrawi, non sono più servibili perché non si può ignorare che ormai nel territorio sotto occupazione vivono da decenni centinaia di migliaia di coloni marocchini; i sahrawi residenti sono ormai una minoranza.

Il Polisario non può però accettare che dal voto sia esclusa la sua diaspora, a cominciare da quella nei campi profughi in Algeria: decine di migliaia di sahrawi in età di voto su una popolazione stimata di oltre 170mila persone.

Altri nodi da sciogliere

Alle due questioni cruciali della natura dell’autonomia e del voto, si aggiungono le altre: disarmo dell’esercito di liberazione sahrawi, ritorno dei rifugiati sahrawi, liberazione dei prigionieri politici sahrawi nelle carceri marocchine e chi saranno i fruitori delle ricchezze naturali del Sahara Occidentale, oggi depredate.

Come si può facilmente immaginare la possibilità di chiudere in tempi stretti tutta la vicenda è illusoria. Certo, il Marocco vorrebbe approfittare del momento favorevole con un Trump alleato nel pieno possesso dei suoi poteri, prima dell’incognita delle elezioni di metà mandato il 6 novembre prossimo, quando si eleggeranno la nuova Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato.

Il Polisario conta naturalmente sul cambiamento degli equilibri negli Stati Uniti, anche se il presidente Joe Biden del Partito democratico non è tornato indietro sul riconoscimento della marocchinità del Sahara Occidentale da parte di Trump, nel dicembre 2020, alla fine del suo primo mandato.

Membro dell’Unione Africana e riconosciuta da decine di paesi con cui ha relazioni diplomatiche, la RASD vive da alcuni anni una condizione paradossale. Sono presenti tutti gli elementi di uno stato (territorio, popolo, governo), ma in modo incompleto. I territori liberati vedono la presenza continua dell’esercito di liberazione nazionale, ma si sono pressoché svuotati della popolazione civile dopo la ripresa della guerra voluta dal Marocco.

Il Polisario è da sempre impegnato soprattutto nella gestione della popolazione rifugiata in Algeria, configurandosi un governo in esilio. Anche questi elementi peseranno alla fine nella soluzione che non si annuncia né facile né vicina.

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