L'appello dell'Onu
Occorrono 2 miliardi di dollari per scongiurare la crisi alimentare che affligge 20 milioni di persone nella regione del Sahel. Ad aggravare la situazione ci sono le epidemie e soprattutto i conflitti armati che sono la causa di quasi tre milioni di sfollati. Niger, Nigeria, Mali e Ciad i paesi più colpiti.

Tra conflitti ricorrenti, epidemie, incertezze del clima ed emergenze varie, il Sahel è sempre meno in grado di far fronte alle crisi. Un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Unocha), pubblicato a metà febbraio, fotografa la situazione allarmante che si è venuta a creare dall’inizio dell’anno e quantifica i bisogni in aiuti fino al dicembre 2015 in 2 miliardi di dollari, per i quali fa appello ai diversi attori della comunità internazionale.

Secondo il rapporto 20,4 milioni di persone sono in situazione di insicurezza alimentare, di questi quasi la metà, 9,3 milioni dovrebbero beneficiare dell’appello. All’inizio dell’anno 2,7 milioni di persone avevano già superato la soglia critica, da qui l’urgenza di intervenire. Il 70% dei casi critici si trova in Niger, Nigeria, Mali e Ciad, dove i conflitti, uniti alla povertà, peggiorano l’insicurezza alimentare.

Ogni anno 1,2 milioni di bambini di meno di 5 anni muoiono nel Sahel, di questi quasi la metà a causa della malnutrizione. Ma sono 5,8 milioni i bambini di meno di 5 anni che soffrono di malnutrizione acuta, un numero elevato malgrado un leggero miglioramento rispetto al 2014 (6,4 milioni). Il Niger ed il nord della Nigeria concentrano il 65% dei bambini malnutriti di tutto il Sahel. La crisi umanitaria è aggravata dalle epidemie (colera, meningite e febbre gialla) ma soprattutto dai conflitti sia interni al Sahel che nelle regioni vicine. All’inizio dell’anno le persone che avevano dovuto abbandonare la propria casa erano 2,8 milioni, un milione in più rispetto a un anno fa.

Questi numeri danno la dimensione dell’emergenza, ma anche la sua cronicità.

Non c’è agenzia umanitaria, internazionale, nazionale, Ong, che non abbia lanciato in questi anni il proprio grido d’allarme a favore del Sahel. L’Unocha, insiste sulla necessità di un approccio globale, relativamente allo spazio, la regione nel suo insieme, al tempo, un intervento continuativo su più anni, e agli ambiti, poiché è indispensabile agire contemporaneamente in più settori. L’insicurezza alimentare deve insomma prender in conto non solo l’accesso al cibo, ma anche all’acqua e alle cure mediche, inoltre deve considerare i conflitti e le catastrofi naturali.

Le continue emergenze stanno mettendo a dura prova la resilienza delle famiglie e delle comunità, vale a dire la loro capacità a superare le circostanze traumatiche, di diversa natura, cui sono sempre più spesso esposte. Per rispondere a questa emergenza cronica e alle crescenti difficoltà a farvi fronte si propone un approccio almeno in parte innovativo. L’azione umanitaria deve mirare ad eliminare le cause soggiacenti alle crisi, e per questo è indispensabile coinvolgere gli attori locali, dai governi fino alle comunità stesse colpite dalle emergenze. Questo per spezzare il circolo vizioso del sempre più ampio ricorso all’aiuto umanitario. Un sistema di monitoraggio delle azioni dei partner, statali e non, disponibile online, permette di verificare il raggiungimento o meno degli obiettivi prefissati.

Le Nazioni Unite sono consapevoli delle difficoltà economiche del momento, per questo dopo aver analiticamente quantificato l’ammontare dei bisogni da soddisfare settore per settore, tracciano il fosco quadro che apparirebbe alla fine dell’anno se gli aiuti non fossero disponibili. Uno scenario che si ripete da troppo tempo.

Nella foto in alto una giovane ragazza in uno dei numerosi campi profughi nel Sahel. (Fonte: unocha.org)