Algeria / Alluvione
Da oltre una settimana si stanno registrando forti precipitazioni nella regione desertica dell'Algeria sud-occidentale. Intensi i disagi nei campi profughi sahrawi, messi a dura prova dalle alluvioni. Mentre accorrono i primi aiuti, si torna a parlare della controversa e tutt'ora irrisolta questione che ha privato un popolo della sua terra.

A quasi dieci giorni dall’inizio delle piogge torrenziali nell’estremo sud-ovest del Sahara algerino, l’emergenza umanitaria nei campi profughi sahrawi si fa sempre più acuta. Suddivisi in cinque grandi insediamenti, per un totale di circa 150.000 persone, i campi profughi sono stati messi duramente alla prova dalle piogge che, con eccezionale intensità, stanno ininterrottamente scendendo sulla regione.

Il primo e più colpito tra gli insediamenti è stato quello di Dakhla, 180 km a sud della città algerina Tindouf. I profughi sahrawi, che vivono in abitazioni fatte con mattoni di sabbia cotti al sole, hanno visto le proprie case completamente distrutte. L’allarme, oltre che per i danni delle alluvioni, è scattata anche per l’esplosione di broncopolmonite e dissenteria.

Dopo Dakhla, sono stati colpiti i campi di Smara, Awserd e Boujdour. Neppure il campo di Al Aiun, già danneggiato nel settembre dello scorso anno da una bomba d’acqua, è stato risparmiato dal disastro.

Si teme che l’emergenza possa protrarsi per un periodo piuttosto lungo. Molte delle case ancora in piedi crolleranno con il riapparire del sole, poiché i mattoni di sabbia cotti al sole e impregnati di acqua, asciugandosi in tempi diversi a seconda dell’esposizione, mineranno definitivamente la stabilità delle fragili costruzioni. Si sta cercando tempestivamente di rimuovere gli animali morti dai corsi d’acqua e di bruciarne le carcasse, per impedire il diffondersi di epidemie e l’inquinamento delle falde acquifere.

Arrivano gli aiuti

Nel frattempo è iniziata la gara di solidarietà internazionale per portare cibo, acqua, tende e generi di prima necessità. La situazione è complicata dal fatto che i magazzini centrali della Mezzaluna Rossa Sahrawi sono stati inondati, con la conseguente perdita di molti dei beni alimentari. Il primo a reagire per evacuare le zone colpite è stato il governo algerino, con l’aiuto della Protezione civile. La Mezzaluna Rossa Algerina ha già provveduto all’invio dei primi materiali. Il governo italiano da parte sua ha stanziato 200mila euro, messi a disposizione dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (Acnur) per gestire l’emergenza. L’Acnur, che nei campi ha un proprio ufficio, sta coordinando il lavoro delle istituzioni sahrawi, delle altre agenzie delle Nazioni Unite (l’Unicef ha deciso uno stanziamento aggiuntivo) e delle Ong già presenti col proprio personale, tra cui l’italiana Cisp.

Grande assente per il momento è il governo spagnolo, che i sahrawi ritengono responsabile della mancata decolonizzazione della propria terra.

Un popolo senza terra

Non è la prima volta che i campi profughi vengono colpiti da alluvioni. L’ultima generale fu nel 2006, ma a memoria sahrawi questa è la più disastrosa nei quarant’anni del loro esilio. Fatima Mahfoud, vice-rappresentante del Fronte Polisario in Italia (il movimento poltico che chiede il diritto all’autodeterminazione dekl SharaOccidentale), ha dichiarato che oltre all’urgenza degli aiuti è necessario «dare una risposta al perché i sahrawi si trovino ancora lì».

Nell’ottobre del 1975 l’esercito marocchino iniziò l’invasione militare del Sahara Occidentale, due settimane dopo che la Corte internazionale di giustizia dell’Aia aveva respinto le pretese di Rabat sulla “marocchinità” della colonia spagnola. Poco più tardi, il 14 novembre, la Spagna firmava a Madrid un accordo segreto con il Marocco e la Mauritania per la divisione del Sahara Occidentale. Il piano di pace sottoscritto dal Marocco e dal Polisario, e fatto proprio dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con l’invio di caschi blu per garantire il cessate il fuoco (1991), è rimasto lettera morta a causa del rifiuto di Rabat di consentire il referendum di autodeterminazione del popolo sahrawi.