Libia / Gheddafi Junior
Il figlio prediletto del colonnello Muhammar Gheddafi tenta un’improbabile ascesa politica grazie alla protezione del governo di Tobruk. Ma sulla sua testa pesa ancora un mandato di cattura emesso dalla Corte Penale Internazionale che lo accusa di crimini contro l’umanità.

Nel dicembre 2017, Saif al-Islam Gheddafi ha annunciato, attraverso il suo portavoce, Basem al-Hashimi al-Soul, di volersi candidare alle prossime elezioni libiche, previste entro il 2018, sebbene restino irrisolti i suoi contenziosi con la Corte Penale Internazionale (CPI).

Le vicende che riguardano il secondogenito del colonello Muhammar Gheddafi, si intrecciano profondamente con l’evoluzione della crisi libica e si sono sempre più complicate a partire dal mandato di arresto, emesso nei suoi confronti dalla Corte Penale Internazionale il 16 maggio 2011.

La CPI, infatti, dopo aver tenuto in considerazione il suo impegno a fianco del padre – ucciso il 20 ottobre 2011 a Sirte – durante il periodo della rivolta popolare, lo ha ritenuto penalmente responsabile di crimini contro l’umanità per i reati di omicidio e persecuzione. 

In seguito al provvedimento, Saif aveva fatto perdere le proprie tracce, inaugurando un breve periodo di latitanza culminato nel novembre 2011, quando alcune milizie anti-Gheddafi lo hanno catturato al confine con il Niger. Nell’occasione al-Islam è stato sottratto al tentativo di linciaggio da parte della folla e, successivamente, condotto nel carcere di Zintan, avamposto del governo di Tobruk in Tripolitania.  

Qui ha iniziato il suo lungo periodo di reclusione, protetto dal rifiuto delle milizie che controllavano il carcere, di consegnarlo al governo centrale per dare avvio ad un processo. 

Nell’aprile 2015 il tribunale di Tripoli, che già nel 2014 aveva aperto un procedimento giudiziario a suo carico, lo aveva accusato di crimini di guerra e di aver represso le proteste pacifiche, condannandolo in contumacia alla fucilazione. La sentenza è subito stata rigettata dal governo di Tobruk, legittimato a livello internazionale, che non riconoscendo il parlamento e l’esecutivo con base a Tripoli, non ne riconosceva nemmeno la giurisdizione. 

La situazione libica ha registrato un importante cambiamento a partire dal 30 marzo 2016, quando un nuovo esecutivo guidato da Fayez al-Sarraj e legittimato dalle Nazioni Unite ha fatto il proprio ingresso a Tripoli. Il governo, frutto degli accordi stipulati nel 2015 tra i due parlamenti negli incontri di Roma e Skhirat, ha iniziato ad operare tra non poche difficoltà, una su tutte l’ingombrante presenta di Khalifa Haftar, già comandante dell’esercito di Gheddafi, che controlla l’est del paese.

Nel luglio 2016 Saif al-Islam è stato liberato dalle milizie di Zintan. La sua scarcerazione, avvenuta in corrispondenza della fine del Ramadan, è stata possibile in base alla legge sull’amnistia emanata il 29 luglio 2013 dal parlamento di Tobruk, appoggiato dal generale Haftar, convinto di poter trarre vantaggio dal consenso di cui gode Saif presso una parte della popolazione.

Dopo il suo rilascio, la CPI, attraverso le parole del procuratore Fatou Bensouda, ha subito richiesto alle autorità libiche «l’arresto e la consegna alla Corte, indipendentemente da qualsiasi legge di amnistia». 

La difesa di Saif si è però opposta a queste richieste del Tribunale definendole illegittime, poiché, come riferito dall’avvocato Khaled al-Zaidi, egli «è stato perdonato dal parlamento libico, proprio come gli altri prigionieri politici del regime di Gheddafi». Nel giugno di quest’anno i suoi legali hanno presentato alla Corte un documento di 60 pagine per contestare l’ammissibilità dell’accusa. Secondo la difesa il processo sarebbe incompatibile con i diritti umani e il diritto internazionale, poiché l’uomo è già stato giudicato da un tribunale in patria. Tutto questo mentre Saif al-Islam ha annunciato di volersi candidare alle prossime elezioni che in tale contesto di incertezza e frammentazione dovrebbero tenersi nel dicembre 2018.