Medici in sciopero in Kenya

Il 2021 in molti paesi del continente africano è cominciato con la “febbre da sciopero”. Nessun momento migliore di questo, nessun momento peggiore. A pochi mesi dalla pandemia – ancora nel 2020, dunque – avevano cominciato medici e infermieri.

A partire da Zimbabwe, Sudafrica e Kenya, dove il personale sanitario lamentava di dover lavorare senza il necessario equipaggiamento (in alcuni casi, neanche la mascherina) e dunque con grave rischio per sé e per gli stessi pazienti. Proteste che avevano messo in crisi l’assistenza sanitaria in un periodo davvero delicato.

Eppure, proprio l’eccezionalità di questi mesi deve aver suggerito al personale medico e paramedico che mai come ora i riflettori sarebbero stati puntati su di loro e sulle loro richieste. Ma gli scioperi si sono da subito dimostrati un braccio di ferro con i governi, alcuni dei quali, come in Sudafrica o in Kenya, hanno risposto con licenziamenti o con minacce in questo senso.

Dall’inizio dell’anno la situazione è andata peggiorando, quasi una risposta ad un tam-tam che fa eco da varie parti del continente e che ha annunciato la stagione degli scioperi. Un fermento che apre anche una riflessione sul ruolo delle forze sindacali, su una maggiore unità dei suoi aderenti e un maggiore riconoscimento della loro natura e delle loro funzioni. Le rivendicazioni non riguardano solo i servizi ospedalieri.

In Ciad diverse sigle sindacali del settore pubblico hanno predisposto pacchetti di scioperi rivendicando pagamenti e spettanze arretrate che risalgono al 2016 fino ad arrivare ad oggi. Il governo da parte sua, parla di mala fede e di “attacchi politici” più che di ristori economici e assicura di aver rispettato il protocollo d’accordo firmato dalle parti.

Nel pacchetto di sciopero rientrano funzionari, l’amministrazione scolastica e gli ospedali. Il governo ha comunque stabilito due settimane di confinamento – misura legata alla pandemia – e dunque ritiene che lo sciopero non influirà granché, sulle attività ordinarie. Sarà così anche per le strutture sanitarie?

Comunque sia, dal 1 gennaio la capitale Ndjamena è praticamente isolata, per impedire l’arrivo di persone provenienti da altre parti del paese. A risentirne sono soprattutto le piccole attività commerciali e molti hanno già cominciato a licenziare i propri dipendenti. Una situazione al limite del collasso per molte famiglie, mentre manca qualsiasi certezza sulle successive misure del governo.

Rimanendo nell’area del Sahel, in Mali l’Unione nazionale dei lavoratori è sul piede di guerra dal novembre scorso. Chiedono, tra le altre cose, lo “sradicamento delle disparità di condizione dei lavoratori, rimodulazioni di trattamento che vadano verso una maggiore giustizia sociale, il diritto alla pensione senza eccezioni” ma anche l’assunzione di 8.600 giovani diplomati ogni anno, e nell’arco di cinque anni, nel settore della funzione pubblica. Inoltre, il sindacato si batte affinché il governo si faccia carico – con misure economiche e sociali – dei lavoratori vittime delle conseguenze della pandemia.

A fine anno si è poi registrata la protesta delle guardie del parco nazionale di Kahuzi-Biega, provincia del Sud-Kivu, nella Repubblica democratica del Congo. Il motivo sono 10 mesi di salario non corrisposto, denunciano le eco-guardie che si sono praticamente barricate all’interno del parco, impedendo l’accesso al resto del personale.

La protesta ha investito anche la radio ambientalista Gorilla FM, obbligata da guardie armate a interrompere le trasmissioni. È importante sottolineare che il parco, che fa capo all’Istituto congolese per la conservazione della natura, rappresenta un vero e proprio santuario per gli ultimi gorilla di montagna rimasti nell’area.

Occupa circa 6mila km2, ma alcune zone sfuggono (o si chiude un occhio) ai controlli e servono da rifugio a gruppi armati o sono preda di attività illegali, non ultima la caccia di frodo e lo sfruttamento del carbone per usi domestici che provoca notevoli danni all’ambiente.

In Nigeria a incrociare le braccia a tempo indeterminato sono invece i lavoratori della commissione nazionale che rilascia i documenti di identità. Stipendi bassi e mancanza di misure contro il Covid negli uffici, sono i motivi della protesta. La seconda ondata del virus è arrivata anche qui con circa 93mila casi confermati finora e oltre 1.300 morti.

Situazione complessa anche in Gabon dove la crisi riguarda la scuola. Il sindacato degli insegnanti accusa il governo di aver totalmente trascurato le misure migliorative della categoria presentate un anno fa e mai discusse al tavolo delle trattative. Come primo passo, dall’11 gennaio, sono stati annunciati 3 giorni di sciopero, ma il sindacato ha lasciato capire che si tratta solo dell’inizio.

Tornando alla situazione sanitaria, hanno ripreso a scioperare gli infermieri di uno dei più importanti (e affollati) ospedali della capitale dello Zimbabwe, il Sally Mugabe Hospital. “Non si può lavorare in queste condizioni” afferma il personale. Molti infermieri sono risultati positivi al test e uno di loro è morto. Un caso che ha spinto i colleghi a proclamare lo sciopero.

Nel paese sale intanto il numero delle persone colpite dal virus, 34 decessi in sole 24 ore non si erano mai avuti dallo scoppio della pandemia. Il presidente, Emerson Mnangagwa ha deciso per un lockdown di un mese che prevede il funzionamento solo di servizi essenziali. Di sicuro la salute lo è, così come è essenziale avere a disposizione le misure di protezione, specie negli ospedali e per il personale medico.

Dicevamo che in alcuni casi gli scioperi hanno dato vita a prove di forza tra i sindacati e i governi. Quello del Kenya, pochi giorni fa, ha licenziato centinaia di medici e infermieri del settore pubblico. Avevano incrociato le braccia dal dicembre scorso e rifiutato di riprendere il lavoro anche dopo l’ennesima sollecitazione da parte delle autorità.

“Ѐ una decisione illegale e non è certo così, licenziando, che si risolvono i contenziosi” ha commentato il segretario generale del Kmpdu, sindacato dei medici e farmacisti, dottor Chibanzi Mawachonda, anche lui lasciato a casa dal governo. Non una scelta felice in un momento in cui il paese, e la sanità, più che mai hanno bisogno di personale qualificato. Inoltre, in Kenya sono in sciopero anche i tecnici e medici di laboratorio.

La stagione degli scioperi, se continuerà così, non preannuncia nulla di buono. Molti paesi stanno già risentendo della crisi economica, effetto collaterale della pandemia. Aggiungere una crisi sociale sarebbe un aggravio notevole le cui conseguenze sono al momento imprevedibili. Soprattutto se le proteste dovessero, dai luoghi di lavoro, trasferirsi nelle strade.