Non è un’impresa facile decidere se annullare un concerto per ragioni politiche. Lo scrutinio della propria posizione etica scatta in modo automatico e con esso la ricerca di eventuali contraddizioni. O quantomeno sfumature.
Possiamo applicare lo stesso esercizio all’ultimo caso di una lunga serie, avvenuto due giorni fa, il 25 agosto. Salif Keita, il più famoso cantante maliano nel mondo e tra gli artisti africani più noti a livello globale, ha annunciato con un comunicato la cancellazione del suo concerto in Sudafrica.
L’esibizione era prevista nell’ambito del Manguang African Cultural Festival (Macufe) che si terrà nella città di Bloemfontein dal 3 al 13 settembre prossimi.
«Non posso ignorare la situazione dei miei fratelli e sorelle in Africa» ha spiegato il musicista, specificando anche che «non sto chiudendo le porte al Sudafrica, ma alla violenza».
Il Sudafrica post-apartheid non è nuovo alla tensione xenofoba; negli ultimi mesi ha, però, raggiunto un nuovo picco. Una marcia indetta da organizzazioni locali aveva fissato il 30 giugno come data per scendere in strada e cacciare i migranti illegali del paese.
La marcia c’è stata; la ‘’remigrazione’’ in salsa sudafricana fortunatamente no. Il temuto bagno di sangue è stato evitato. Tuttavia secondo dati raccolti dall’agenzia di stampa francese AFP, circa 160.000 migranti hanno lasciato il Sudafrica da maggio, in un contesto segnato da intimidazioni e violenze.
Il precedente Burna Boy
Quello di Keita è il primo caso di un artista dal peso internazionale a boicottare il Sudafrica per l’attuale ondata di xenofobia. Ma una situazione simile è già accaduta nel 2019, in seguito ai pogrom anti-migranti nelle città di Johannesburg e Pretoria.
In quell’occasione, nientepopodimeno che Burna Boy, la superstar nigeriana dell’afrobeats, aveva cancellato la sua partecipazione a Africans Unite, un festival sudafricano dedicato proprio alla lotta contro la xenofobia.
Arrivò a tale decisione dopo un paio di mesi di polemiche che ai fini di questo articolo non ha senso rivangare per intero. Ci limitiamo a dire che si mischiarono opinioni politiche con aspetti beceri da lotta nel fango sui social. I curiosi trovano un egregio riassunto qui.
Il lato impegnato di Keita
Oltre a Burna Boy, ci sono altri esempi da altri lidi, su cui ragioneremo tra poco. Ma ora torniamo a Keita.
Il cantante maliano, noto per le doti canore che gli sono valse l’appellativo di ‘’voce d’oro dell’Africa’’ – coltiva da sempre un impegno sociale. In più di 50 anni di carriera, da albino ha lottato contro la discriminazione verso l’albinismo, che in alcune aree africane sfocia in mutilazioni e omicidi.
Negli ultimi anni, ha aggiunto anche un lato politico al suo impegno. E qui si aprono le porte alle potenziali contraddizioni.
Keita è stato nominato nell’agosto 2023 consigliere speciale del presidente della giunta militare Assimi Goïta e non risulta che abbia successivamente rinunciato all’incarico o sia stato revocato.
Così facendo ha attirato, da un lato, gli applausi di chi appoggia la postura anti-coloniale dell’attuale regime; dall’altro, le critiche di chi considera il regime una dittatura di militari inadatti a governare e responsabile di massacri della popolazione di etnia peul.
E la Tunisia?
Altra possibile obiezione: perché Keita ha suonato in Tunisia il 31 luglio (allo splendido Festival internazionale di Hammamet)? Il paese nordafricano, retto dall’autocrate Kais Saied porta avanti da anni una politica ostile ai migranti subsahariani, fatta di trasferimenti forzati e abbandoni di persone nel confinante deserto libico.
Nel febbraio 2023, agitò lo spettro della sostituzione etnica in patria ai danni della popolazione araba da parte di quelle che definì «orde di immigrati clandestini proveniente dall’Africa subsahariana» a cui attribuiva, senza fondamento, «delle violenze, dei crimini e delle azioni inaccettabili». Propositi razzisti condannati da organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch.
A voler approfondire questa contraddizione, ci si può spingere più avanti.
In Sudafrica l’ondata xenofoba conosce strumentalizzazioni e manipolazioni dall’alto (vedi le discussioni intorno allo zampino dell’ex presidente sudafricano Zuma), ma origina ed è organizzata dal basso, da movimenti come March on March and Operation Dudula.
Per quanto alcuni partiti abbiano espresso sostegno a queste proteste diversi altri, sia nella coalizione di governo sia nell’opposizione, si sforzano di tenere una barra anti-razzista.
Il caso tunisino è differente. È lo stesso capo di Stato, il presidente Saied, a soffiare a pieni polmoni sulla rabbia razzista nel suo paese.
Aggiungiamo un distinguo: non c’è dubbio che quanto accaduto in Sudafrica sia più d’impatto rispetto agli eventi tunisini. Lo è per i numeri di persone coinvolte e per la paradossalità della situazione; il paese nato dalla lotta all’apartheid si ritrova oggi con le strade piene di folle inferocite vogliose di caccia al migrante nero.
Dove si tira la linea?
Eppure un punto rimane: quanto deve essere grave la violazione dei diritti per spingere un artista a evitare di associarsi a un determinato Stato? Dove si traccia la linea della coerenza?
In Africa la questione è particolarmente spinosa. Sono numerosi i governi gestiti in modo autocratico, responsabili di cruente repressioni interne o guerre di aggressione verso i vicini.
Il caso più emblematico e discusso in questo ambito è sicuramente quello del Rwanda. Che infatti negli ultimi anni ha visto reazioni differenti di fronte alla manus longa del suo presidente, Paul Kagame, sul martoriato est della Rd Congo.
Nel gennaio 2025, la giovane superstar nigeriana Tems (36 anni, altra paladina del genere afrobeats) ha cancellato il suo concerto nella capitale rwandese Kigali, proprio in segno di protesta contro le manovre di Kagame, in un momento di inasprimento del conflitto trentennale. Ai fans è rimasto il dibattito sulle ragioni della scelta: sopravvenuta coscienza politica o di convenienza di mercato?
Un mese dopo, una superstar ancora più nota a livello globale, il cantante afroamericano John Legend, ha invece deciso di esibirsi nella stessa città, nonostante il coro di critiche.
Va da sé che questo dibattito non riguarda solo l’Africa. Esibirsi o non esibirsi è da anni un tema spinoso per chiunque riceva un invito a suonare in Israele. E lo scrutinio dell’opinione pubblica sulla decisione finale è aumentato in modo esponenziale con la fase genocidaria post 7 ottobre 2023.
I paesi del Golfo offrono un altro ottimo esempio. Il ruolo cruciale degli Emirati Arabi Uniti nell’alimentare il conflitto in Sudan – dove è in corso la più grave crisi umanitaria del mondo – ha spinto il rapper statunitense Macklemore ad annullare nell’agosto 2024 il suo concerto a Dubai, città chiave dello show-business globale.
Mi si nota di più se vengo e parlo male o se boicotto e resto a casa?
Quindi cosa ha più senso: non esibirsi per boicottare uno Stato, mettendogli pressione attraverso il clamore mediatico o esibirsi per passare dei messaggi ai suoi cittadini, erodendo il regime da dentro i suoi confini?
Negli anni ‘80, al picco delle proteste contro l’apartheid sudafricano, il consenso cadde sulla prima opzione e divenne anche istituzionale, con la chiamata al boicottaggio culturale da parte delle Nazioni Unite.
Ciononostante, icone della musica nera come Ray Charles e Tina Turner si recarono a suonare al controverso Sun City, il resort / casinò spacciato dal governo sudafricano di allora come un luogo di integrazione tra bianchi e neri. Lo stesso fecero molte altre stelle dell’epoca, dai Queen a Elton John.
Al momento, in assenza di consensi diffusi sulle migliori pratiche da seguire, non resta che esaminare caso per caso le singole vicende. E tentare di distinguere le posizioni di principio da quelle opportunistiche, ed eventuali double standards in termini di denunce.
Mantenersi in equilibrio sulla fune della moralità non è impresa facile. Soprattutto per le stelle, più abituate a brillare nel cielo che a camminare.