Salutate la nuova Siria “made in Occidente” - Nigrizia
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Al Kantara / Gennaio 2026
Salutate la nuova Siria “made in Occidente”
Il presidente al-Jolani è l’amministratore delegato di una holding a guida Usa. Una marionetta ex jihadista che parla di “liberazione” ma che non mantiene neanche le sue promesse di inclusione
12 Gennaio 2026
Articolo di Mostafa El Ayoubi
Tempo di lettura 3 minuti
Abu Muhammad al-Jolani

Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di gennaio 2026.

Il presidente al-Jolani è l’amministratore delegato di una holding a guida Usa. Una marionetta ex jihadista che parla di “liberazione” ma che non mantiene neanche le sue promesse di inclusione

È passato poco più di un anno dalla fine della cosiddetta rivoluzione siriana che ha incoronato al-Qaida a capo del nuovo regime di Damasco, dopo la caduta di Bashar al-Assad dopo quasi 25 anni.

Quattordici anni di guerra per procura affidata ai jihadisti da paesi terzi, cappeggiati dagli Usa, il cui progetto era quello di conquistare la Siria allontanandola dalla sfera di influenza russa e iraniana.

Oggi, si può affermare che la Siria è sotto il controllo totale degli statunitensi con la partecipazione di Turchia, paesi arabi del Golfo e Israele. Il progetto è perfettamente riuscito. A fungere da “amministratore delegato” della holding Usa è Abu Muhammad al-Jolani, una marionetta della Cia e dei servizi segreti turchi.

Al-Jolani è noto come fondatore di al-Nusra prima e di Jabhat Tahrir al-Sham (Fronte di liberazione della Siria) poi, organizzazioni affiliate ad al-Qaida che hanno commesso atroci crimini contro il popolo siriano. Il 9 dicembre è stato battezzato in pompa magna da Damasco come “festa della liberazione”. Ma di quale liberazione si parla?

Damasco è di fatto commissariata dagli Usa e il paese si presenta di nuovo colonizzato e frammentato: il nord è controllato dalla Turchia; Il nordest è sotto la gestione degli statunitensi attraverso i loro luogotenenti, i curdi; il sud è praticamente occupato da Israele. Nessuna liberazione. 

Paragonando la situazione siriana prima dell’inizio della guerra nel 2011 a quella attuale, si può costatare come lo stato siriano oggi sia sostanzialmente in default. Prima dell’insurrezione del marzo 2011, la Siria era un paese unito, sovrano e indipendente, quasi autosufficiente dal punto di vista alimentare.

Gran parte del fabbisogno di energia era di produzione interna. La sanità e l’istruzione erano gratuite. Secondo la Banca mondiale, nel 2010 il reddito pro capite dei siriani era di circa 3mila dollari, mentre nel 2023 è sceso a circa 800: i siriani non avevano bisogno di emigrare, ora sono più di 5 milioni quelli scappati all’estero.

Al-Assad aveva reso la Siria un paese rispettabile. Certo, non era uno stinco di santo, guidava il paese con il pugno di ferro e non esitava a reprimere i suoi oppositori politici, in particolare i Fratelli musulmani, perché temeva il tradimento della sovranità del paese da parte di chi lavorava per conto di paesi terzi.

Ora in Siria si è instaurato un sottodominio dell’Occidente. Il 5 ottobre scorso si sono svolte le prime elezioni “democratiche”: voto indiretto senza la partecipazione del popolo siriano. Sono stati eletti 119 deputati scelti da commissioni locali designate dall’organo di controllo elettorale, a sua volta scelto da al-Jolani.

Finora solo due cristiani sono stati eletti, i curdi e i drusi sono rimasti fuori. Per quanto riguarda gli altri seggi, sarà al-Jolani stesso a decidere chi saranno i deputati a occuparli.

E sarebbe questa la nuova Siria democratica, multietnica e multireligiosa uscita dal cilindro dell’Occidente coloniale?


Marzo 2011

È la data a cui si fa comunemente risalire l’inizio del conflitto siriano. La guerra parte da una rivolta popolare contro il regime di al-Assad, accusato di essere corrotto, dispotico e incapace di affrontare la crisi economica. Dopo la violenta risposta di Damasco, la ribellione diventa presto armata e viene in parte dirottata da gruppi islamisti radicali. La guerra si spezzerà poi in una serie di conflitti concentrici alimentati
dalle ingerenze straniere e dalle divisioni comunitarie che segnavano il paese

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