Ambiente

«Dove l’acqua stagnante o corrente, che sia dolce, salmastra o salata, ha una profondità a marea bassa che non eccede sei metri, comprese le estensioni marine». Così la Convenzione di Ramsar (1971, ratificata da 169 paesi) definisce le zone umide. Si tratta di ambienti naturali molto fragili messi a dura prova dall’azione dell’uomo: nell’ultimo secolo è stato distrutto il 64% delle zone umide, con una forte accelerazione dal

«Dove l’acqua stagnante o corrente, che sia dolce, salmastra o salata, ha una profondità a marea bassa che non eccede sei metri, comprese le estensioni marine». Così la Convenzione di Ramsar (1971, ratificata da 169 paesi) definisce le zone umide. Si tratta di ambienti naturali molto fragili messi a dura prova dall’azione dell’uomo: nell’ultimo secolo è stato distrutto il 64% delle zone umide, con una forte accelerazione dal 1985. Si tenga conto che solo il 3% dell’acqua presente sul pianeta è dolce e gli esseri umani sono 7 miliardi. La domanda d’acqua è crescente e le zone umide faticano sempre più a ricostituire le risorse acquatiche.

L’inquinamento agricolo-industriale, l’agricoltura intensiva e la piscicoltura in acqua dolce, il disboscamento delle aree contigue, i prelievi d’acqua o l’alterazione dei corsi dei fiumi attraverso dighe e sbarramenti, la presenza d’insediamenti umani sempre più numerosi alterano l’esistenza delle zone umide, mettendo ulteriormente in pericolo l’equilibrio ambientale e socio-economico mondiale.

L’Africa non sfugge a questa tendenza. Si pensi all’antropizzazione legata alla crescente pressione demografica; allo sfruttamento delle acque del lago Ciad il cui bacino si è ridotto del 90% in quarant’anni; ai delta dei fiumi Congo, Niger e Zambesi dove sono state impiantate attività estrattive nocive; alle colture intensive nel delta del Nilo e alle dighe che ne alterano gli equilibri naturali.

Tra le aree umide a rischio vanno annoverate le foreste di mangrovia da Kisimayo (Somalia) a Maputo (Mozambico), le oasi wadis e chotts all’interno delle terre del nord-ovest africano, i Sidi Moussa Lagoons in Marocco, gli straripamenti sempre più ridotti del Limpopo in Africa australe, l’area di Arguin in Mauritania, il territorio senegalese del Niokolo-Koba lungo il fiume Gambia

In Sudafrica si è ridotto del 43% il flusso delle acque naturali del fiume Mfolozi nel Kwazulu-Natal e si sono alterati gli equilibri dell’area del Wakkerstroom, mentre in Tanzania il lago Natron, non più profondo di due metri e fondamentale per la riproduzione della fauna, è messo in pericolo dal progetto governativo di impiantarvi nelle vicinanze delle industrie di estrazione del carbone.

Quest’anno, la Giornata mondiale delle zone umide (2 febbraio) si è tenuta in Uruguay. Eloquente il tema: “Salvare le zone umide per salvare il nostro futuro”.