Sentenza del Tribunale di Agrigento
Più di due anni di carcere per resistenza a pubblico ufficiale. È il “premio” concesso ai due comandanti di peschereccio tunisini, che hanno soccorso in mare, lo scorso 2007, 44 migranti alla deriva. «Un deterrente per i soccorsi in mare», secondo uno degli avvocati della difesa. Proseguono intanto le pratiche dei respingimenti: questa volta, però, delegate ai libici.

Si chiamano Abdelkarim Bayoudh e Abdelbasset Zenzeri. Sono due uomini di mare, i capitani di due pescherecci tunisini che l’8 agosto 2007 hanno salvato la vita di 44 naufraghi portandoli nel porto di Lampedusa. Uomini, donne e bambini, provenienti dall’Africa, alla deriva su un barcone nel canale di Sicilia.
Un intervento rischioso il loro, portato a termine in condizioni meteo pericolose. Un intervento che, alla fine, gli è costato il carcere: due anni e sei mesi per resistenza a pubblico ufficiale e per aver minacciato con manovre repentine e improvvise la sicurezza delle motovedette della Guardia di finanza e della Guardia costiera.

Questa la sentenza emessa lo scorso 17 novembre dal Tribunale di Agrigento. Cadute, invece, le accuse più pesanti, quelle di favoreggiamento all’immigrazione clandestina, avanzate nei confronti dei due capitani e dei 5 membri dell’equipaggio.
Una sentenza «contraddittoria» per gli avvocati della difesa, Giacomo La Russa e Leonardo Marino, che hanno annunciato subito il ricorso in appello.

Una sentenza che rischia di agire anche come deterrente per tutti gli uomini di mare che si trovino nelle condizioni di scegliere di prestare soccorso a migranti alla deriva.
Intanto, continua la pratica dei respingimenti in mare operata dalle autorità italiane. Lo scorso 16 novembre, sono stati portati in Libia 79 migranti provenienti per lo più da Eritrea e Nigeria, tra loro anche quattro donne incinte e una bambina di due anni.

Per la prima volta sono le motovedette libiche ad intervenire, ad appena 50 miglia dalle coste di Lampedusa. La segnalazione è giunta dalle autorità italiane alle quali i naufraghi avevano chiesto aiuto.
Ma a scoraggiare nuovi arrivi ci pensa anche la Questura di Ragusa. La denuncia arriva dal Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir). Lo scorso 23 novembre, la questura avrebbe infatti diffuso tramite stampa, le foto e i nominativi di 8 eritrei giunti nel comune ragusano di Pozzallo lo scorso fine settimana, insieme ad altri 200 migranti circa, «mettendo in grave rischio le persone stesse», denuncia il Cir.

In Eritrea, la leva obbligatoria praticamente a tempo indefinito, trasforma di fatto ogni rifugiato in un potenziale disertore. Secondo le testimonianze rese da alcuni rifugiati eritrei, che risiedono in Italia, sarebbero proprio i familiari, ancora residente nel paese di origine, a pagare il “prezzo” della diserzione, con sequestri e tasse speciali imposte dal duro regime di Isaias Afewerki.

(L’intervista a Leonardo Marino, avvocato dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione di Agrigento, è stata estratta dal programma radiofonico Focus, di Michela Trevisan)