Verona, Festival di cinema africano
Il cortometraggio Les Sabres – Hasaki Ya suda (Burkina Faso, 2010) racconta le avvenure di un guerriero finito in Africa a causa di un mondo sconvolto dai cambiamenti climatici violenti e repentini.

Dicesi manierismo qualsiasi tendenza artistico-letteraria fondata sull’imitazione di una maniera o di un modello preesistente. Per questo si può parlare di manierismo, nel caso del cinema, quando Woody Allen rifà Fellini, o quando Brian De Palma riprende Hitchcock (anche se a piccole dosi, ché con i grandi autori che citano i maestri bisogna andarci cauti). In questi casi, infatti, la poetica e lo stile propri dell’allievo s’innestano su stilemi mutuati dal maestro, con l’obiettivo di reinventarli (ed è pleonastico sottolineare come i film di Allen e De Palma differiscano da quelli di Fellini e di Hitchcock).

Ma per l’appunto, c’è manierismo e manierismo. Di per sé il termine non ha accezioni negative – si pensi, a titolo di esempio, a ciò che il manierismo è stato in letteratura. Il manierismo diventa sterile quando si riduce a maniera pura e semplice, vale a dire ripetizione, rifacimento. Quando dall’opera, al di là della ripresa/fedeltà a determinati temi e tratti, non è possibile estrarre null’altro che un pedissequo tentativo di emulazione.

Ora, è possibile parlare di manierismo, nel caso in cui un autore africano gira un film sui samurai ambientato in Africa? È il caso del cortometraggio Les Sabres – Hasaki Ya suda (Burkina Faso, 2010).
L’idea che sorregge il corto si rifà al cosiddetto filone catastrofico (o, se si preferisce, apocalittico), che tanto successo continua ad avere nel cinema, ma che ha trovato considerevoli spazi anche in letteratura, trovando la sua definitiva consacrazione nel capolavoro La strada di Cormac McCarthy.

Il mondo è sconvolto da cambiamenti climatici violenti e repentini, le terre coltivabili si riducono e comincia una massiccia immigrazione da Sud a Nord. In mezzo a questa desolazione si muove Shandaru, un guerriero che vuole vendicare la morte del padre avvenuta molti anni prima.

L’aspetto più interessante di Les sabres è la contaminazione più che la ripresa di un modello (c’è anche il western di mezzo, lo si desume dal gusto compiaciuto per i dettagli, i silenzi, oltreché dal ritmo): il western e il genere samurai, si sa, sono stati rifatti migliaia di volte. Nel caso in questione un incipit in stile graphic novel apre alla storia vera e propria, scarna quant’altre mai.

Al di là dei limiti innegabili – l’idea, che è suggestiva, non è supportata da una sceneggiatura sufficientemente strutturata da andare oltre l’istantanea; la narrazione è talmente ridotta all’osso da ridursi, di fatto, alla cronaca di un duello che dura un quarto d’ora, rappresentato secondo un modulo che rimane sempre quello (primi piani, piani americani, campi lunghi e lunghissimi, permutati tra loro) – il film si fa notare per l’assimilazione di codici amati e fagocitati, che conducono ad un pastiche certo grossolano, ma in cui il piacere di girare e la vertigine del set, nel loro piccolo, si avvertono.

Per cui la risposta alla domanda è sì: Les sabres è del tutto manierista. Ciò che lo salva dalla serialità tipica dell’industria del consumo “culturale” è l’ingenua spontaneità con cui i personaggi sono caratterizzati, nonché l’immediatezza con cui si prestano a fungere da tramiti a significati che agiscono sottotraccia. La storia, infatti – lo ha messo in evidenza Fabrizio Colombo nel dibattito successivo alla proiezione – può anche essere letta come metafora del continente nero: una terra continuamente vessata, popolata da uomini alla ricerca di spazi propri e contesi tra l’esigenza di riscattarsi, il desiderio di vendetta e un irrefrenabile bisogno di speranza.