Tra il 24 e il 29 aprile scorsi, i governi della Colombia e dei Paesi Bassi hanno riunito a Santa Marta, in Colombia, 57 paesi – rappresentanti circa un terzo del PIL mondiale – in occasione della prima Conferenza sulla transizione per l’abbandono dei combustibili fossili, anticipata, in Italia, da un incontro a Roma.
Alla Conferenza hanno partecipato non solo governi nazionali, ma anche amministrazioni subnazionali, mondo accademico, movimenti sociali, organizzazioni ambientaliste, settore privato e istituzioni finanziarie.
L’iniziativa si propone come una prosecuzione del percorso avviato alla COP28, dove per la prima volta tutti i governi avevano riconosciuto la necessità di una transizione lontano dai combustibili fossili. Tuttavia, a Santa Marta non erano presenti alcuni dei principali paesi emettitori globali – come Cina, Stati Uniti, India e Russia – la cui partecipazione resta decisiva per qualsiasi strategia efficace.
Tra gli interventi più rilevanti, la Francia ha presentato una dichiarazione ambiziosa per uscire dalla dipendenza dal petrolio: phase-out del carbone entro il 2030, del petrolio entro il 2045 e del gas entro il 2050. Si tratta però di una proposta non concertata con gli altri paesi e che appare legata soprattutto a esigenze di autonomia e sicurezza energetica, in un contesto di crisi globale del petrolio.
Va inoltre ricordato che circa il 70% dell’energia prodotta in Francia deriva dal nucleare, fonte altamente controversa per i rischi che comporta.
Accanto all’evento ufficiale, si è svolto anche il People’s Summit for a Fossil-Free Future, una mobilitazione di tre giorni che ha riunito comunità in prima linea, sindacati, popoli indigeni, afrodiscendenti, movimenti femministi, giovani, agricoltori, pescatori e organizzazioni sociali da tutto il mondo.
Quasi mille organizzazioni hanno sottoscritto una dichiarazione comune.
Parallelamente, Chiese e gruppi ispirati alla fede si sono incontrati in giornate di dialogo interreligioso sul ruolo della spiritualità nell’affrontare l’ingiustizia ambientale e climatica. La Chiesa cattolica è stata presente in modo significativo – con il CELAM, reti ecclesiali latinoamericane e Caritas – insieme ad altre confessioni cristiane, anche attraverso il Consiglio Mondiale delle Chiese, e rappresentanze buddiste, ebraiche e musulmane.
Non più “se”, ma “come”
Il nodo centrale del dibattito non è più se abbandonare i combustibili fossili, ma come farlo. L’obiettivo è la costruzione di una vera e propria roadmap per il phase-out.
I risultati ufficiali dei dialoghi tra governi saranno resi noti nei prossimi mesi, prima della conferenza di Bonn (giugno, tappa preparatoria verso la COP31). Saranno inoltre presentati durante la Settimana di azione climatica di Londra e consegnati al Segretario generale delle Nazioni Unite in occasione della Climate Week di New York, a settembre.
È emerso un certo allineamento tra i paesi, ma la prova decisiva sarà la definizione di roadmap nazionali credibili, in particolare attraverso il rafforzamento delle NDC (contributi determinati a livello nazionale).
Una novità significativa è il possibile protagonismo dei governi locali. Le città possono diventare laboratori concreti della transizione: è stato annunciato, ad esempio, l’impegno a dimezzare l’uso di fonti fossili nei contesti urbani entro il 2030, attraverso energie rinnovabili ed efficienza energetica.
È stato inoltre lanciato il Panel Scientifico per la Transizione Energetica Globale (SPGET), con l’obiettivo di sviluppare percorsi coerenti con la traiettoria di limitazione del surriscaldamento globale a 1,5°C e di rimuovere le barriere legali, finanziarie e politiche alla transizione. La scienza viene così riconosciuta come guida fondamentale per le politiche pubbliche.
Il nodo economico e fiscale
Tra i temi più controversi emerge la questione della dipendenza fiscale: la necessità di passare da sistemi economici bloccati dal debito a una reale capacità di transizione sovrana. Sul piano del mercato, è stato riconosciuto che sussidi e incentivi distorti continuano a mantenere artificialmente competitivi i combustibili fossili, rallentando le alternative pulite e generando disuguaglianze.
Colpisce il dato sui profitti: nel 2026 le sei principali compagnie fossili hanno registrato guadagni pari a circa 3mila dollari al secondo, anche a causa dell’aumento dei prezzi rispetto all’anno precedente. Da qui la crescente richiesta della società civile di una tassa sui profitti delle compagnie petrolifere.
I punti chiave
La dichiarazione del People’s Summit è stata particolarmente netta e può essere sintetizzata in alcuni punti chiave:
- stop a nuovi progetti di carbone, petrolio e gas, e nessun finanziamento per la loro espansione;
- piani nazionali di phase-out con scadenze precise, socialmente equi e allineati all’obiettivo di 1,5°C, integrati nelle NDC e sottoposti a verifica indipendente;
- un trattato vincolante sui combustibili fossili, basato su giustizia e responsabilità differenziate tra Nord e Sud globale.
Un altro tema cruciale è stato il legame tra combustibili fossili e guerra. Il conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran è stato citato come esempio di come la dipendenza dal petrolio incida su sicurezza energetica, sovranità ed economia. Le guerre e la militarizzazione sono responsabili di circa il 5,5% delle emissioni globali: reindirizzare la spesa militare verso una transizione giusta non è solo una scelta morale, ma una necessità climatica.
Voci dai territori e limiti del dibattito
Il dibattito a Santa Marta ha avuto soprattutto il protagonismo delle grandi ONG ambientaliste. La presenza dei movimenti indigeni è risultata, invece, più debole rispetto ad altri contesti, come l’ultima COP in Brasile.
Il protagonismo dei territori, dunque, è apparso meno evidente. Tuttavia, il People’s Summit ha rilanciato con forza la proposta delle “zone libere da combustibili fossili”: territori di alto valore ecologico – dall’Amazzonia al bacino del Congo, fino alle foreste indonesiane – da proteggere vietando ogni attività estrattiva. Secondo il gruppo Earth Insight, esistono già 58 aree di questo tipo nel mondo.
La Colombia stessa, ad esempio, ha vietato l’estrazione di idrocarburi e l’attività mineraria nella regione amazzonica, con l’obiettivo di fermare l’espansione della frontiera estrattiva.
Un contributo rilevante verrà anche dal Forum Sociale Panamazzonico (FOSPA), processo regionale che riunisce popoli indigeni, comunità afrodiscendenti, organizzazioni sociali e accademiche dei nove paesi amazzonici. La prossima edizione, prevista per agosto 2026 in Ecuador, affronterà temi come difesa dei territori, autonomia, diritti della natura, giustizia climatica, partecipazione, genere e giovani.
L’Amazzonia emerge sempre più come territorio chiave nella ridefinizione del potere globale, per via della competizione sulle risorse strategiche. Allo stesso tempo, è sempre più minacciata da estrazione petrolifera e mineraria, agroindustria e grandi infrastrutture.
Il rischio di una riduzione del protagonismo delle comunità e dei diritti territoriali è quello di soluzioni parziali. Non basta sostituire i combustibili fossili con energie “pulite”: ciò non tiene conto degli impatti del modello estrattivo legato ai cosiddetti minerali critici, destinati a crescere con la transizione energetica.
La questione è più profonda: non si tratta solo di una transizione energetica, ma di una trasformazione socio-ecologica che metta in discussione il modello estrattivista, l’aumento incontrollato dei consumi energetici e la loro concentrazione nelle mani di pochi attori globali.
Il ruolo della Colombia e le prossime tappe
La Colombia aveva già assunto una posizione critica durante la COP30, prendendo le distanze dai risultati della conferenza per l’assenza di impegni vincolanti sul phase-out dei combustibili fossili.
La conferenza di Santa Marta rappresenta una scommessa politica significativa per il governo del presidente Gustavo Petro, che ha radicalizzato la propria posizione sull’urgenza della crisi climatica anche in funzione del dibattito politico interno. A maggio il paese sarà chiamato a nuove elezioni presidenziali e il candidato sostenuto da Petro si trova attualmente in una situazione di equilibrio nei sondaggi.
Nonostante ciò, la determinazione della Colombia non sembra trovare un sostegno altrettanto forte tra gli altri governi progressisti della regione, incluso il Brasile, che dopo aver ospitato la COP30 appare oggi più cauto nel suo protagonismo internazionale, anche in vista delle elezioni nazionali di ottobre.
Si prevede che i risultati di Santa Marta e la pressione dei quasi 60 paesi partecipanti possano incidere sulla conferenza di Bonn e sul percorso verso la COP31 in Turchia (novembre 2026). Tuttavia, questa influenza dipenderà in larga misura dalla forza politica della Colombia e quindi dall’esito elettorale.
Per garantire la continuità del processo, Tuvalu e Irlanda saranno co-organizzatori delle prossime tappe: una pre-conferenza in Irlanda e l’incontro principale nel 2027 a Tuvalu, piccolo stato insulare polinesiano nell’Oceano Pacifico gravemente minacciato dall’innalzamento del livello del mare e diventato simbolo delle rivendicazioni dei paesi più vulnerabili.
Tuttavia, la scelta di Tuvalu rischia di limitare ulteriormente la partecipazione delle comunità e di indebolire l’agenda territoriale, confermando la crescente centralità delle grandi ONG socio-ambientali nella guida di questo processo.
La conferenza di Santa Marta si chiude con un mandato chiaro e una novità politica non trascurabile: quasi mille organizzazioni della società civile pronte a vigilare e a chiedere conto agli stati.
Si tratta di un passaggio storico, in cui una coalizione determinata di paesi e attori sociali prova a guidare in modo proattivo l’uscita dai combustibili fossili, sostenuta dalla scienza e dalle comunità più colpite.
I semi sono stati piantati: ora la credibilità del processo dipenderà dalla capacità di trasformare gli impegni in decisioni concrete e verificabili.