15,5 milioni di dollari: Shell patteggia per l’accusa di complicità nell’omicidio di Saro Wiwa e altri 5 militanti nel 1995. Esultano gli attivisti dei diritti umani: “È finita l’impunità per le multinazionali”. Ma per la compagnia petrolifera, che nega ogni responsabilità, l’accordo è il male minore.

Meglio mettere mano al portafoglio piuttosto che farsi immischiare ancora di più in un omicidio che ha lasciato il segno nell’opinione pubblica internazionale. Questo il motivo che ha spinto la compagnia petrolifera anglo-olandese Royal Dutch Shell a patteggiare un accordo per un importo di 15,5 milioni di dollari (11,1 milioni di euro) pur di evitare di comparire in un imbarazzante processo. Un processo che la vedeva accusata di complicità con il regime militare nigeriano di Sani Abacha nell’uccisione per impiccagione il 10 novembre 1995 dello scrittore Ken-Saro Wiwa e di cinque militanti del Mosop, il movimento di resistenza dell’etnia Ogoni, che si batteva e si batte contro lo sfruttamento del petrolio che penalizza numerose popolazioni nigeriane, per il rispetto dei diritti umani e per la protezione dell’ambiente.

Un patteggiamento (vedi il testo) che può essere interpretato come un’ammissione di colpa, e in questo senso potrebbe rappresentare una tappa storica secondo giuristi e attivisti dei diritti umani. Sul processo appena apertosi a New York erano puntati gli occhi di tutto il mondo: in caso di condanna il caso avrebbe fatto cadere l’impunità delle grandi multinazionali, e avrebbe permesso la riapertura di molti altri contenziosi. Ma è la stessa Shell a scrollarsi di dosso ogni responsabilità:«Il gesto significa che, anche se Shell non ha partecipato alle violenze che sono avvenute, ci sono dei querelanti e delle persone che hanno sofferto» ha dichiarato Malcolm Brinded, che dirige il ramo esplorazione e produzione di Shell. Il gigante anglo-olandese ha dichiarato di aver accettato di regolare la faccenda per aiutare il “processo di riconciliazione”, pur negando qualsiasi implicazione nella morte dei sei attivisti.

L’importo, stabilito da giuristi esperti in diritti umani, verrà consegnato alla comunità Ogoni come risarcimento, tranne il pagamento delle spese legali, e una quota di 700mila dollari ciascuna tra le 10 famiglie che compongono la parte lesa. Soddisfatta la famiglia di Saro Wiwa: il figlio dello scrittore e attivista ha infatti affermato che costringere la Shell a patteggiare è “un’altra vittoria”, dopo essere riusciti a trascinare la società in tribunale. Un risultato possibile grazie ad una legge dell’ordinamento giuridico statunitense che permette di perseguire per crimini commessi all’estero un’azienda anche straniera che però abbia interessi economici considerevoli nel paese. Secondo i legali del Center for Constitutional Rights di New York che avviò la causa contro la Shell nel 1996 l’accordo lancia un messaggio chiaro “a tutte le multinazionali che operano nei paesi in via di sviluppo: per fare affari non si possono più violare i diritti umani. Nessuna corporation può più contare sull’impunità: l’accordo di oggi è sostanzialmente un’assunzione di responsabilità”.

Ma di fatto il processo non è nemmeno iniziato: è stato rinviato alla prima udienza. 15 milioni e mezzo di dollari sono una cifra davvero notevole, ma che permette alla Shell di continuare a sostenere la propria innocenza, nascondendo i reali motivi che l’hanno spinta a patteggiare dietro la finta facciata di voler contribuire alla pacificazione e allo sviluppo nel paese. L’effetto di una condanna sarebbe sicuramente stato più pesante per l’immagine della società, e molto più incisivo per i numerosi casi di violazioni di diritti umani, inquinamento ambientale e corruzione di cui le multinazionali sono accusate in tutto il mondo.